Professor Rossi, Lei è autore del libro Humanities e scienze neurocognitive edito da Ledizioni: quale contributo offrono allo studio delle discipline umanistiche le scienze neurocognitive?
Humanities e scienze neurocognitive, Roberto RossiAl momento a livello internazionale gli studiosi di Humanities hanno assunto un range molto ampio di posizioni sul valore dei contributi delle scienze neurocognitive. Si va da una enorme diffidenza nei confronti delle procedure e linguaggi della scienza, che si teme potrebbero ‘colonizzare’ la riflessione critica sulle discipline umanistiche, agli entusiastici tentativi di elaborazione di nuovi modelli di critica centrati sugli esiti degli esperimenti dei neuroscienziati.

La prudenza è ovviamente necessaria, vista la grande distanza che separa queste due sponde del pensiero umano. Le difficoltà maggiori consistono nel fatto che i dati scientifici sperimentali sulla responsività, ad esempio, di aree del cervello, o sui potenziali immersivi di un testo letterario o di un film accertati sui soggetti per mezzo di quesiti a risposta multipla o altri mezzi come la conduttività della pelle o l’eye-tracking, sono svariati ordini di grandezza meno sofisticati dei risultati raggiungibili con gli strumenti già esistenti nel bagaglio di competenze del critico. L’interpretazione di tali dati alla luce del pensiero sulle discipline umanistiche è un’esperienza pionieristica e comporta inevitabili rischi di aleatorietà e autoreferenzialità, anche perché quasi non esistono protocolli di intesa metodologici o teorici sufficientemente organici e affidabili da permettere di gettare ponti sicuri tra le due sponde.

Questo percorso del sapere umano è all’inizio: per il momento i contributi delle scienze neurocognitive sono risultati a mio parere più utili, e hanno fornito intuizioni spesso illuminanti, nei casi in cui sono andati a integrare percorsi di pensiero già dotati di solide basi narratologiche, estetiche, comunicative: nel mio studio, a titolo di esempio, si vedano le sezioni dedicate all’applicazione del blending concettuale alla teoria dei generi e ai frame testuali (Sinding, Dancygier), o la loro rilevanza nello scenario narratologico allestito da Zunshine riguardo alla fiction, o in quello a base evolutiva di Boyd e Gottschall.

Pur con tutte le cautele del caso, sarebbe paradossale che tante scoperte recenti sulle modalità di funzionamento della mente umana non lasciassero traccia negli studi sui prodotti che da sempre lasciano infinite tracce in milioni di menti, cioè in quelle discipline che da sempre si occupano di definire ciò che è umano.

Cosa afferma la teoria del blending concettuale?
La teoria del blending concettuale, così come elaborata da Turner e Fauconnier in The Way We Think. Conceptual Blending and the Mind’s Hidden Complexities (2002), afferma che buona parte del pensiero creativo umano (e in qualche misura anche animale) si avvalga di un processo mentale definito Blending concettuale, grazie al quale due scenari cognitivi (denominati input spaces) tra loro distanti, cioè non particolarmente ricchi di elementi in comune, giungono a ibridare alcuni loro elementi fino a dare vita a un nuovo scenario in possesso di qualità risolutive contenente elementi di nuovo significato.

Tale nuovo spazio (blended space) beneficia di relazioni di vario genere tra i propri elementi che lo rendono cognitivamente utile, maneggevole, trasmissibile ad altri: a tutti gli effetti, una idea nuova. L’intero processo, che gli autori affermano essere in buona parte inconscio e costantemente attivo, è governato da leggi di opportunità e convenienza che sanciscono in modo ineluttabile quali (pochi) blendhanno successo e affiorano alla vita conscia della mente.

Il lavoro più che ventennale dei due autori prende le mosse dal fertile humus di studi legati in vari modi alla linguistica degli atti comunicativi e a quella computazionale, proprie della filosofia americana dopo Chomsky.

Il Suo lavoro contiene un’applicazione dei principi della hot cognition e della globalizzazione del gusto all’analisi di due best-seller di Dan Brown: quali evidenze ne ha tratto?
Il romanzo globale si impone ad un pubblico di lettori così ampio in virtù di alcune sue caratteristiche di fondo, che alla luce dei principi della hot cognition risultano palesi nel caso della scrittura di Dan Brown. L’autore americano, ad esempio, effettua una compressione molto abile delle categorie di spazio e tempo nei due romanzi da me esaminati, The Da Vinci Code e Angels & Demons, disseminando i suoi mondi finzionali di elementi geospazialmente e storicamente localizzabili in funzione di agganciamento alla realtà, e filtrando la complessità cognitiva (tipica degli apparati informativi complessi propri dei bestseller) attraverso un sapiente dosaggio di azione, informazione e suspense. Un ferreo narratore onnisciente in terza persona accompagna i personaggi in un caleidoscopio di avventure rocambolesche attraverso uno spazio-città (talvolta disseminato tra più città) che rivela a poco a poco la sua stratificazione storica, il suo celare la Storia in una miriade di segni e codici nascosti sotto la quotidianità della gente comune.

Il prezzo di questa ri-conoscibilità globale è l’elisione delle differenze: la storia equivale alla Storia, la realtà sfuma nella finzione (e viceversa!), le città si somigliano tutte, così come maschio e femmina, scienza e religione. Le grandi questioni del sacro femminino e dell’etica della pratica scientifica sono risolteda un eroe che tutto comprende, tutto ottiene, tutto vince.

Un’altra dimensione di fondamentale importanza per la narrativa di Brown è il suo potenziale adattativo transmediale, caratteristica comune a molti prodotti del mercato globalizzato della comunicazione letteraria. Libri che sono già sceneggiature cinematografiche, o che dal cinema e dalla TV (e anche dai nuovi media) hanno ormai mutuato tecniche, caratterizzazioni, linguaggi, effetti speciali. Come la saturazione ipercromatica cui assistiamo in certe serie TV poliziesche, o la concentrazione segnica dei parchi tematici. Mondi in realtà aumentata.

In che modo è possibile applicare le teorie sul Mind Reading?
Le teorie sul Mind Reading (o Teoria della Mente), cioè la facoltà di intuire il pensiero e le emozioni altrui (ed eventualmente condividerle empaticamente), sono sovente applicate nell’ambito degli studi sui disturbi dello spettro autistico, condizione che registra le scarse competenze sociali dei soggetti e la loro predilezione per narrazioni fortemente connotate in senso fattuale. Numerosi esperimenti di natura clinica o esplorativa sono a tutt’oggi condotti anche in Italia con una speciale attenzione alle narrazioni e ai meccanismi della loro comprensione e produzione, in particolare nelle età infantili.

In ambito letterario, la critica americana Lisa Zunshine sostiene che il nostro immedesimarci senza pericolo in uno scenario sociale con opportunità e rischi costituisca il motivo principale del nostro leggere romanzi. La fiction sarebbe cioè un campo di prova per esercitare questa straordinaria facoltà sociale. Che non è solo umana, pare, ma che nella specie umana sarebbe stata affinata dall’evoluzione in modo estremamente sofisticato, come affermano alcuni critici (ad esempio Boyd e Gottschall), contribuendo a sua volta allo sviluppo di potenziali cognitivi/emotivi esclusivi della nostra specie.

Se questo fosse vero, si aprirebbero notevoli possibilità per una ridefinizione dei presupposti deittici e retorici del genere romanzo (e perché non di altri generi?) e dei suoi sottogeneri, dalla crime fiction al romanzo modernista, ciascuno elaborato e goduto per corrispondere finzionalmente a scenari connotati evolutivamente: la difesa dai predatori, la scelta di un partner, e così via. Su di un piano metaletterario, infine, lo sforzo implicito che produciamo per comprendere la mente di un artista vissuto magari qualche secolo fa va sicuramente ascritto alla dimensione del Mind Reading.