“Homo sapiens e altre catastrofi. Per un’archeologia della globalizzazione” di Telmo Pievani

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Homo sapiens e altre catastrofi. Per un’archeologia della globalizzazione, Telmo PievaniHomo sapiens e altre catastrofi. Per un’archeologia della globalizzazione
di Telmo Pievani
Meltemi editore

«La durata media della sopravvivenza di una specie animale sulla Terra si aggira intorno ai cinque milioni di anni. Homo sapiens ne ha compiuti appena 200.000. Quindi abbiamo trascorso il 4% dell’esistenza media che la natura concede a specie come la nostra. Se la vita di una specie fosse come la vita di un essere umano, noi avremmo da poco compiuto il terzo anno d’età. Agli occhi della biosfera Homo sapiens è quindi una specie bambina che ha cominciato appena a balbettare qualche parola ma che già procura danni irreparabili e scherza con il fuoco: un autentico monello. Saremo così previdenti da raggiungere l’età adulta?

Questa specie bambina si è rivelata prodigiosa nel conquistare gli spazi terrestri. Li ha sottomessi in una manciata di millenni. Da alcuni anni ha raggiunto anche l’orbita della Terra, fotografando il globo dall’esterno. […] La specie bambina ha già fatto esperienza della propria compiutezza territoriale, del proprio limite per ora invalicabile, del proprio isolamento cosmico. […] Ha deciso di costruire una stazione orbitante, abitata in modo permanente. Sta preparando la prima missione umana su Marte, il pianeta fratello lontano sei mesi di navigazione cosmica. Vagheggiamo di migrare su altri pianeti o di “terraformarli”. Tuttavia, ci vorrà moltissimo tempo e la Terra rimane la sola oasi di vita che sappiamo abitare. Per ora non c’è un pianeta di ricambio e per moltissimo tempo non ci sarà. […].

Oggi una specie biologica come tante altre, bipede e dotata di un grosso cervello, la cui anatomia è la stessa di quella degli uomini di Cro-Magnon da decine di migliaia di anni, è in possesso di strumenti tecnologici la cui portata, creativa e distruttiva, non ha precedenti. Essi comprendono la possibilità dell’estinzione di massa di gran parte della biodiversità terrestre e, non ultimo, il suicidio della specie. Quali effetti potrà avere l’allargamento progressivo di questa forbice fra evoluzione culturale ed evoluzione biologica è difficile prevedere.

I primi anni del nuovo millennio hanno peraltro annunciato un’ulteriore svolta evolutiva le cui conseguenze sono difficilmente immaginabili. Grazie alla mappatura del genoma umano e di molte altre specie biologiche nonché allo sviluppo di sofisticate tecniche di ingegneria genetica e di editing genetico come CRISPR-Cas9, per la prima volta sulla Terra una specie biologica è capace di porre mano al proprio materiale genetico, di alterare i processi ereditari propri e di altre specie vegetali e animali. Tra qualche anno, con il gene drive, potremo programmare l’estinzione di specie che non vogliamo, come le zanzare portatrici di terribili malattie. In altre parole, ha fatto la sua comparsa nella storia naturale una specie in grado di modificare deliberatamente la propria e l’altrui identità biologica. Siamo diventati anche per questo un nuovo fattore evolutivo sulla Terra, il che richiede saggezza e buon senso.

Homo sedicente “sapiens” dovrà onorare fino in fondo l’aggettivo che Linneo gli attribuì nel 1758 […]. La biosfera continuerà nel frattempo a osservare sbigottita questo mammifero di grossa taglia arrampicatosi fortunosamente in cima a un cespuglio lussureggiante di cugini ominini che ora, quasi pervicacemente, insiste nel tagliare il ramoscello su cui poggia.

La storia naturale di Homo sapiens non esclude l’idea di un progresso verso la diversità e non dice nulla riguardo al fatto, piuttosto inconfutabile, che oggi miliardi di persone vivano in condizioni migliori dei loro predecessori e con aspettative di vita mai raggiunte prima. Esiste infatti una concezione “debole” di progresso che si limita a constatare il fatto che Homo sapiens, dopo essere diventato la sola specie dotata di intelligenza autocosciente, di elaborazione simbolica, di ragionamento astratto, di percezione estetica della realtà, di curiosità intellettuale disinteressata, di manipolazione tecnologica di artefatti, sia stato protagonista negli ultimi secoli di avanzamenti straordinari in campo medico, sociale, scientifico ed economico. […]

Vi è tuttavia una concezione “forte” di progresso che non si accontenta di registrare questo fatto, ma pretende di fornire una teoria dell’evoluzione come miglioramento costante e cumulativo. In tal modo si è portati ad affermare che tale progresso era necessario e inevitabile in quanto esito di una tendenza evolutiva inscritta nel corso della storia. Questa concezione di progresso intrinseco, e non la prima, è entrata in crisi. Se la nostra presenza terrena è il risultato fortunato di una lunga sequenza di biforcazioni capricciose e di eventi contingenti significa che il progresso attuale è soltanto uno dei molti esiti possibili. Se dunque il progresso non era necessario, vorrà dire che nemmeno in futuro lo sarà. […]

Certo, non è facile liberarsi dall’icona rassicurante del progresso, dall’idea aristotelica che nella natura vi sia una pienezza dotata di senso compiuto, dall’immagine confortevole dell’inevitabilità e della superiorità umana. […]

Nel 2000 in The Riddled Chain il paleoantropologo Jeffrey McKee dipinse l’evoluzione umana come una catena “bucherellata” da eventi contingenti, da interferenze casuali, da coincidenze improbabili. Il caso, le coincidenze e il caos sono stati, a parere di McKee, fattori decisivi quanto la selezione naturale nella determinazione della traiettoria evolutiva della nostra specie. […]

Un vecchio adagio ammonisce che la storia non si fa con i “se”. Questi esercizi di “storia sperimentale” valgono per ciò che sono, giochi di fantasia. Tuttavia, i “se” hanno fatto davvero la storia. Se la tettonica a placche non avesse formato la Rift Valley, forse gorilla e scimpanzé avrebbero continuato a popolare l’Africa orientale senza bisogno di inventarsi il bipedismo. Se il raffreddamento globale di due milioni e mezzo di anni fa non avesse prodotto il turnover pulse da cui scaturì il genere Homo, forse oggi avremmo sulla Terra un cespuglio di australopitecine con una capacità cranica di poco superiore a quella di uno scimpanzé. Se non si fosse creata una leggera disparità fra Homo sapiens e Homo neanderthalensis e le altre specie umane recenti, oggi il pianeta sarebbe abitato da una moltitudine di specie umane anziché da una. Se noi siamo qui, in tutta la nostra indecifrabile unicità, lo dobbiamo a questi “se”.

Ma l’evoluzione umana è davvero il frutto della sola azione del caso? Qualsiasi cosa poteva succedere in qualsiasi momento, come in un moto browniano di particelle che si scontrano nel più assoluto disordine? Naturalmente, no. Nel flusso caleidoscopico dei cambiamenti che hanno prodotto l’evoluzione naturale di quel glorioso accidente della storia che chiamiamo Homo sapiens, le leggi del cambiamento hanno agito senza sosta. Contingenza evolutiva significa “potere causale del singolo evento”, significa che ogni evento è generatore di molte storie alternative ed equivalenti e che solo una alla fine prevale per ragioni non sempre stringenti. Significa imprevedibilità, non assenza di regole né oscurità.

La ragnatela dei processi e delle fitte interconnessioni che legano l’evoluzione della vita, l’evoluzione degli ecosistemi terrestri e, oggi, l’evoluzione della nostra “specie catastrofica” presenta infatti alcuni disegni ricorrenti, alcune forme stabili. Il paleontologo Niles Eldredge ha proposto di chiamare queste sequenze di eventi storici ripetuti “i pattern dell’evoluzione”, come le speciazioni geografiche, gli exaptation, i turnover di specie dettati dai cambiamenti climatici, le estinzioni di massa, e così via. […]

Le cose potevano andare diversamente in passato e potranno andare diversamente in futuro. Quando i primi cacciatori della specie Homo sapiens cominciarono a uscire dalla loro culla africana un centinaio di millenni fa, il pianeta intero conobbe una nuova forma ominina, portatrice di un potenziale intellettivo così potente da risultare tremendamente ambiguo. Nelle sue mani si annidava il segreto delle più sublimi invenzioni e della più brutale sopraffazione. Oggi gli eredi di quei primi esploratori […] hanno i mezzi per comprendere di essere nati per buona sorte, al termine di una felice quanto improbabile sequenza di eventi contingenti. Tale consapevolezza dovrebbe accrescere al contempo i nostri sentimenti di libertà, di solidarietà e di responsabilità.»

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