“Homo ludens” di Johan Huizinga

Homo ludens, Johan HuizingaHomo ludens
di Johan Huizinga
Einaudi

«Quando noi uomini non risultammo così sensati come il secolo placido del “culto della Ragione” ci aveva creduti, si dette alla nostra specie, accanto al nome di «homo sapiens», anche quello di «homo faber» – uomo produttore. Termine che era meno esatto del primo perché anche più di un animale è «faber». Ciò che vale per fare, vale anche per giocare: parecchi animali giocano. Tuttavia mi pare che l’«homo ludens», l’uomo che gioca, indichi una funzione almeno così essenziale come quella del fare, e che meriti un posto accanto all’«homo faber».

Secondo un’idea ormai secolare, spingendo il pensiero fino alle ultime conseguenze del processo conoscitivo umano, si deve giungere a riconoscere che ogni azione umana appare un mero gioco. Colui al quale basta tale conclusione metafisica non deve leggere questo libro. A me non sembra una ragione per trascurare la categoria del gioco come fattore a sé in tutto ciò che accade nel mondo. Da molto tempo sono sempre più saldamente convinto che la civiltà umana sorge e si sviluppa nel gioco, come gioco. […] Infatti per me non si trattava di domandare quale posto occupi il gioco fra i restanti fenomeni culturali, ma in qual misura la cultura stessa abbia carattere di gioco. Per me si trattava e si tratta anche in questo studio più ampio d’integrare per così dire il concetto di “gioco” in quello di “cultura”.

Il gioco è considerato qui come fenomeno culturale, e non (o almeno non in primo luogo) come funzione biologica, ed è trattato coi mezzi della sociologia. Si vedrà come io mi astenga quanto è possibile dall’interpretazione psicologica del gioco, per importante che sia, e come io faccia un uso solo molto ristretto delle idee e delle spiegazioni dell’etnologia, anche là dove ho da riferire fatti etnologici. Il termine “magico”, per esempio, si riscontrerà rare volte, quello di «mana» e simili, mai. Se io riassumessi in alcune tesi la mia argomentazione, una di esse sarebbe questa, che l’etnologia e le scienze ad essa affini fanno troppo poco posto al concetto di gioco. A me almeno non è bastata la generale terminologia in uso per il gioco. Continuamente avevo bisogno di un aggettivo di “gioco” che esprimesse in modo semplice “ciò che è attinente al gioco o al giocare”. “Giocoso” non poteva servire, ha una sfumatura di significato troppo particolare. Mi si permetta perciò d’introdurre la parola “ludico”.»

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