Historia Gothorum” di Enea Silvio Piccolomini, a cura di Francesca Sivo

Prof.ssa Francesca Sivo, Lei ha curato l’edizione del libro Historia Gothorum di Enea Silvio Piccolomini, pubblicato dalla SISMEL – Edizioni del Galluzzo: quali circostanze e ragioni favorirono la redazione dello scritto da parte del futuro papa Pio II?
Historia Gothorum, Enea Silvio Piccolomini, Francesca SivoVerso la fine del 1452 o, più probabilmente, agli inizi del 1453, Enea Silvio Piccolomini inviava da Vienna al cardinale spagnolo Juan de Carvajal la copia di uno scritto appena portato a termine: l’Historia Gothorum, un’epitome dei Getica dello storiografo Giordane (sec. VI). Nella lettera di accompagnamento, che funge da proemio all’opera, l’allora vescovo di Siena, in missione diplomatica nella capitale austriaca, spiegava le circostanze e le ragioni che ne avevano propiziato la redazione: il fortuito ritrovamento, nella biblioteca del monastero benedettino di Göttweig (nella Bassa Austria), di un esemplare dell’opera altomedievale e la curiositas che da tempo nutriva e che lo sollecitava ad approfondire, sulla base di autorevoli testimonianze scritte, la conoscenza della storia del popolo goto, su cui circolavano notizie imprecise e inadeguate. Si trattava di una curiositas e di un desideratum che egli non aveva ancora soddisfatto, non essendo riuscito a procurarsi un altro testo sulla stessa materia: il De bello Italico adversus Gothos gesto libri quattuor, cioè il rimaneggiamento da Procopio di Cesarea composto alcuni anni prima da Leonardo Bruni. Piccolomini riferisce di aver attentamente letto (perlegi) l’opera dello storico goto e di aver deciso, per la sua eccessiva estensione, di realizzarne un compendium, senza tuttavia fornire indicazioni su luogo e tempi di redazione, senza precisare i criteri di selezione e di riorganizzazione dei contenuti e senza illustrare le modalità retorico-espressive adottate. Pertanto egli informa il cardinale Carvajal della sua decisione di inviargliene una copia, con la richiesta di esaminarne con cura il contenuto e di verificarne la corrispondenza con l’opera di Leonardo Bruni sul medesimo argomento. Chiama in causa, infine, il cardinale Prospero Colonna, vir honesti atque ameni ingenii ac veterum elegantiarum cultor, auspicando che coadiuvi il Carvajal nella revisione e valutazione del suo scritto, in cui dichiara di aver fedelmente (fideliter) riportato quanto trovava esposto in Giordane: conferma, così, che il suo approccio al modello altomedievale si qualifica in termini di fedeltà e di aderenza al contenuto di un altro testo, considerato come un originale da compendiare. Rifacendosi alla consolidata tradizione classica dei “breviari” o “epitomi”, l’umanista senese si confrontò dunque con una tipologia testuale, definita comunemente storiografia “minore”, che rappresenta il prodotto tipico e la forma espressiva più naturale dei periodi di decadenza e di rinnovamento di molti generi letterari e di crisi della cultura, come lo furono l’età tardoantica, quella altomedievale e, per certi aspetti, quella umanistica. È noto, del resto, che la ricerca della brevitas e della veritas e la critica delle informazioni mitiche e leggendarie rappresentano in genere il cardine della scrittura storiografica del futuro Pio II. Se quindi, considerata nel suo complesso, l’Historia Gothorum può sembrare lo scritto meno originale, dal punto di vista storico-letterario, della copiosa produzione storiografica piccolominiana, essa si rivela tuttavia una preziosa testimonianza sia del vivo interesse dell’intellettuale e vescovo di Siena per le vicende del passato e per la storia dei popoli, sia dei suoi abiti compositivi e delle modalità con cui egli rielaborava testi altrui.

In quale impegno di studio e di scrittura si inseriva l’interesse dell’umanista per le vicende del passato e la storia dei popoli?
In un momento in cui la riscoperta della storiografia classica (Strabone, Cesare, Sallustio, Livio, Tacito) rappresentava uno dei settori di studio di maggiore interesse per gli scrittori del tempo, attenti, da un lato, a riconsiderare le fonti antiche per trarne exempla ancora validi e a valorizzarle in chiave memorialistico-antiquaria, e protesi, dall’altro, a utilizzare tali fonti a fini pragmatico-politici, il ritrovamento dell’opera di Giordane consentì a Piccolomini di ampliare e arricchire le sue conoscenze storiche, considerate come un patrimonio di erudizione di grande importanza su cui fondare la sua intensa attività diplomatica e la sua politica. Come si è accennato, la cultura umanistica riservò una speciale attenzione allo studio della storia, e in particolare a quei periodi che fino ad allora erano stati ignorati o poco esplorati: tra questi la tarda età imperiale e quella altomedievale, i cui accadimenti poterono essere meglio approfonditi grazie soprattutto alla rinnovata e più diffusa conoscenza della lingua greca. Fu tale conoscenza a consentire l’accesso a fonti storiografiche bizantine, pressoché ignote nell’Occidente latino (un autore di grande rilevanza per la ricostruzione della storia dell’Europa tardoantica è, come si è detto, Procopio di Cesarea con i suoi Gothica). La redazione dell’Historia Gothorum, del resto, si inseriva in un pluriennale, denso impegno di studio e di scrittura che, nel periodo compreso tra il 1450 e il 1458, si concretizzò nella stesura di numerose opere di contenuto pedagogico-formativo, storiografico e geografico. In quegli anni infatti, videro la luce altre opere, finalizzate a esporre e sostenere la visione politica del mondo e la riflessione sul continente europeo da parte dell’umanista: il De viris illustribus, serie di ritratti biografici di personaggi di spicco della vita politica ed ecclesiastica del suo tempo, scritti verosimilmente tra il 1445 e il 1449; il De rebus Basileae gestis, stante vel dissoluto concilio (1450 circa), rifacimento in senso papista della precedente opera De gestis Basiliensis concilii, redatta nel 1440 circa; il De liberorum educatione, dedicato a Ladislao Postumo, in cui si propone un programma educativo incentrato sulla figura del sovrano, considerato nel suo rapporto con il contesto storico più diretto e secondo una prospettiva che insiste sullo stretto legame fra cultura e politica (1450); l’Historia austrialis, con cui Enea Silvio diede vita al modello umanistico di un’opera storica incentrata su un territorio nazionale e sul suo popolo (1453-1455); l’Historia de Ratisponensi Dieta, redatta sotto forma di lettera indirizzata a Giovanni Vitéz, vescovo di Várad e cancelliere del regno d’Ungheria (1454); la Germania, in cui Piccolomini descrive le condizioni politiche, economiche, civili e morali della Germania, evidenziandone le felici condizioni con lo scopo di contestare le lamentele dei nemici del papato, che attribuivano all’avidità dei curiali la rovina della Chiesa tedesca (1457-1458); il De Europa, scritta in momenti diversi e condotta a termine nello stesso anno in cui Enea Silvio salì al soglio pontificio (1458): vi sono illustrate le diverse contrade del continente europeo, conosciute in gran parte personalmente durante gli anni giovanili, cercando di delineare dell’Europa un quadro unitario soprattutto sul piano culturale e religioso; l’Historia Bohemica, iniziata il 1456 e portata a termine due anni dopo, in cui si tratta della storia delle terre ceche al periodo ussita. Si trattò di un impegno svolto da Piccolomini di pari passo con la sua febbrile attività diplomatica, politica e religiosa che, sin dagli anni giovanili, lo aveva portato a viaggiare al seguito di diverse personalità ecclesiastiche e laiche e a soggiornare in numerosi Stati italiani, nei paesi europei e presso la corte imperiale, ponendolo direttamente a contatto con i grandi temi e problemi del suo tempo, con cui egli cercò di confrontarsi: l’Europa, centro della cristianità e sede del papato, ma anche l’Europa delle nuove realtà nazionali; la cristianità e la fine dell’universalismo medievale; il ruolo della monarchia papale nel nuovo quadro italiano ed europeo; la lotta fra il papato e il concilio; la crisi dell’impero e il suo rapporto con il papato; il confronto con l’impero turco in rapida espansione, avvertito come il nemico non solo della fede cristiana, ma anche, più in generale, della stessa civiltà occidentale; l’idea della crociata finalizzata ad allontanare definitivamente la minaccia islamica dal continente europeo.

Historia Gothorum
  • Piccolomini, Enea S. (Autore)

In che modo le conoscenze storiche del Piccolomini influirono sulla sua intensa attività diplomatica e la successiva politica pontificia?
L’impegno culturale e la vocazione alla storiografia di Enea Silvio Piccolomini furono sempre inestricabilmente connessi con la sua incessante attività di intellettuale-segretario, spesso chiamato a svolgere delicate e complesse missioni diplomatiche, ad esempio a nome di Federico III d’Asburgo, nelle più diverse regioni europee. Il sapere storico rappresentava per lui uno strumento imprescindibile per l’educazione e l’approfondimento della conoscenza dei popoli; un valido mezzo per saggiare la forza e la valentia delle nazioni attraverso l’analisi, approfondita e fondata su fonti autorevoli, delle loro origini, delle loro vicende, dei loro costumi e tradizioni. Non è un caso se l’interesse per la materia storica si fa via via più intenso nell’ultima fase della vita di Piccolomini, soprattutto nei sei anni di pontificato (1458-1464), quando le vicende dell’Europa lo vedono sempre più protagonista, instancabilmente e tenacemente impegnato nel contrasto alla decadenza spirituale della Cristianità, nel rafforzamento dell’autorità pontificia nello Stato della Chiesa, nella restaurazione dell’unità religiosa dell’Occidente, fino all’estremo tentativo di organizzare la guerra santa per liberare l’Europa dalla minaccia musulmana. La sua ferma convinzione del valore funzionale della ricerca del passato e dell’uso dell’analisi storica in chiave politica emerge da gran parte dei suoi scritti; tuttavia un esempio emblematico in tal senso è offerto dalla Germania, in cui Enea Silvo, per sostenere l’infondatezza delle critiche mosse alla politica papale dagli intellettuali impegnati nella tutela dei diritti della natio germanica, propone una puntuale analisi del mondo germanico, della sua storia, della sua attualità geografica, delle sue istituzioni e dell’articolazione della sua società, mettendo a frutto le sue conoscenze classiche ed esplicitando le sue fonti: Strabone, Cesare, soprattutto, Tacito, autore citato proprio da Piccolomini per la prima volta dopo l’età carolina. Come è stato giustamente osservato dagli studiosi e ribadito di recente da Maria Giovanna Fadiga nella sua edizione dell’opera (SISMEL – Edizioni del Galluzzo, Firenze 2009), l’umanista senese, attraverso una rilettura strumentale del passato, svolge argomentazioni atte a dimostrare la ricchezza e la potenza della Germania del suo tempo, attingendo dall’auctoritas tacitiana l’immagine di un popolo primitivo e barbaro, divenuto nei secoli ricco e civile grazie al cristianesimo. Il riuso personalizzato della fonte antica testimonia dunque come Piccolomini leggesse i testi classici non soltanto con gli occhi di un filologo o di uno storico, ma anche di un politico in grado e con l’intento di contestualizzarli e attualizzarli.

Francesca Sivo è Professore Associato di Letteratura latina medievale e umanistica all’Università degli Studi di Foggia

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