Dottoressa Bagnato, Lei è autrice del libro L’hikikomori: un fenomeno di autoreclusione giovanile edito da Carocci: chi sono gli hikikomori?
L’hikikomori: un fenomeno di autoreclusione giovanile, Karin BagnatoHikikomori è la forma contratta di shakaiteki hikikomori [forma sostantivata di due verbi: hiku (indietro) e komoru (isolarsi, chiudersi, nascondersi)] ed indica la volontaria reclusione di alcuni soggetti che decidono di chiudersi completamente nella loro stanza per lunghi periodi di tempo, addirittura anni, rifiutando qualsiasi forma di contatto con il mondo esterno. È una condizione che nasce e si manifesta prevalentemente in Giappone e si diffonde poi in Corea e in Cina, e negli ultimi anni anche negli Stati Uniti, in Australia e in Europa.
Gli hikikomori possono essere definiti tali solo nel momento in cui manifestano ritiro sociale da almeno 6 mesi, precedente fobia scolare, talvolta dipendenza da Internet, inversione del ritmo circadiano (ritmo giorno-notte), eccessiva timidezza e violenza fisica verso i genitori.
In Giappone, sono più di un milione e mezzo e, solitamente, sono maschi di età media compresa tra i 18 e i 27 anni, figli unici o primogeniti, di ceto sociale medio-alto e facenti parte di famiglie normali. Gli uomini, generalmente, fuggono da un sistema sociale e scolastico troppo pressante a cui devono necessariamente conformarsi; le donne hikikomori (circa il 10%), al contrario, si autorecludono poiché percepiscono un forte senso di solitudine e isolamento derivante da una società che non le tiene in grande considerazione rispetto agli uomini.
L’hikikomori non è una malattia, anche se in Giappone viene considerata tale perché risulta inconcepibile che un soggetto in buona salute rifiuti la comunicazione, e quindi la società, in tutte le sue espressioni. Si parla, infatti, di patologia sociale. È come se i giapponesi rifiutassero tutto ciò che mina l’armonia del gruppo, di conseguenza, il ritiro in hikikomori è un qualcosa che deve essere eluso a tutti i costi. Tale modo di pensare porta molte famiglie a vivere la problematica del figlio come qualcosa di cui vergognarsi, quindi, a meno che non si presentino condizioni estreme, i genitori non chiedono aiuto e ciò crea anche problemi di censimento degli autoreclusi.

Quando e come nasce il fenomeno hikikomori?
Il termine hikikomori è stato coniato agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso dallo psichiatra giapponese Saito Tamaki che, con tale espressione, voleva indicare un fenomeno socialmente preoccupante emerso in Giappone circa dieci anni prima. I primi casi di autoreclusione risalgono, quindi, agli inizi degli anni Settanta anche se non è possibile avere dati certi a causa delle difficoltà inerenti il censimento degli isolati.
L’hikikomori nasce come forma di ribellione nei confronti della società giapponese: ovvero, i giovani nipponici, spesso, quando si trovano ad affrontare specifiche richieste provenienti dalla società, dalla famiglia e/o dalla scuola non sempre riescono a trovare altro modo di reagire se non isolandosi. E più queste aspettative sono costanti e pressanti, più la reclusione diventa automatica, restringendo il numero delle alternative possibili. In altre parole, per questi giovani l’unica possibilità di sopravvivenza sembra essere quella di isolarsi dalla società e di sparire ritirandosi completamente nella propria stanza. Gli hikikomori, infatti, mettono fine a qualsiasi forma di comunicazione, anche quella con i propri familiari. La volontaria reclusione assume, quindi, un grande valore simbolico poiché diventa oggetto e mezzo di espressione di conflitti, di problematiche non risolte, di disagi sociali, familiari, scolastici, psicologici ed emotivo-affettivi.

Quali sono i fattori di rischio del fenomeno?
Gli studi in questo settore hanno messo in evidenza che l’hikikomori è un fenomeno multidimensionale derivante dall’interazione di molteplici variabili individuali e contestuali che agiscono in tempi diversi e a livelli differenti. Relativamente ai fattori contestuali, società, famiglia e scuola sembrano avere un ruolo chiave poiché rappresentano i principali contesti in cui nasce e si consolida la maggior parte delle condotte adattive o disadattive.
Per quanto concerne la società, quella giapponese è un classico esempio di organizzazione sociale collettivista in cui si enfatizza l’interdipendenza di ogni essere umano all’interno di un gruppo collettivo e la priorità delle finalità di gruppo su quelle individuali. Ogni cittadino, infatti, interpreta se stesso come inevitabilmente inserito in un gruppo, di conseguenza, le relazioni sociali rivestono un ruolo fondamentale. I giapponesi si preoccupano molto di come gli altri li vedono e sono, dunque, molto sensibili al giudizio altrui. Per di più, l’affermazione di sé avviene soltanto quando si viene accettati dalla collettività e solo in un secondo momento vengono le aspirazioni e i desideri personali. A tutto ciò, si aggiunge un processo di categorizzazione sociale molto forte in base al quale ogni individuo appartiene ad una specifica categoria e ciò vale per tutti i contesti.
Dinanzi ad una comunità con queste caratteristiche è facile comprendere perché alcuni soggetti non riescano a conformarsi e decidano di ritirarsi in hikikomori. Il motivo di fondo risiede nel fatto che essi vorrebbero far parte della società e appartenere ad una specifica categoria sociale che li aiuterebbe a spiegarsi, ma non possono farlo perché pensano di non avere le competenze necessarie per fare quello che gli è socialmente richiesto. Ovvero, le continue pressioni sociali spingono gli individui ad essere tutti uguali e a percepirsi come tali, di conseguenza, il sentirsi e vedersi diversi rispetto agli altri determina automaticamente l’esclusione dal gruppo di appartenenza.
Relativamente alla famiglia, questa è, generalmente, costituita da un marito che è completamente devoto al proprio lavoro e da una moglie che assolve a tutti i compiti, dal ricevere lo stipendio che il marito integralmente le trasferisce, alla gestione della casa, dei figli e delle relazioni sociali.
Tale situazione, caratterizzata da un’eccessiva presenza della madre e da una perenne assenza del padre, crea le condizioni affinché tra madre e figlio si instauri un legame simbiotico così forte da poter degenerare in una dipendenza disfunzionale.

In Giappone, il rapporto madre-figlio nasce e si consolida mediante ciò che viene chiamato amae: una forma di dolcezza che sottace una dolce dipendenza. Si tratta di uno stato emotivo universale che condiziona tutte le relazioni umane; tuttavia per motivi storici, contestuali e culturali in Giappone risulta essere particolarmente forte e sembra durare per tutta la vita tanto che alcuni studiosi lo qualificano come disfunzionale.
Il comportamento materno è di completa devozione nei confronti del figlio, iperprotettivo e particolarmente indulgente. Si tratta, però, di peculiarità che indeboliscono la prole poiché, crescendo, assorbirà la consapevolezza della bontà della madre, del suo sacrificio e maturerà un sentimento di obbligo nei suoi confronti.
Gli studiosi ritengono che l’insolito legame di attaccamento madre-figlio sia anche esasperato dall’assenza-presenza del padre. Si parla di assenza del padre perché esso è così completamente assorbito dal lavoro, da essere sempre materialmente mancante all’interno del contesto familiare. Tale assenza, però, si tramuta in una sua eccessiva presenza simbolica, cioè in una presenza indiretta che si manifesta proprio mediante la sua totale devozione al lavoro, la posizione sociale che occupa, i suoi successi lavorativi, i sacrifici che compie per la famiglia, ecc. In tal modo, il padre diventa per i figli un modello da imitare.
Come per molti altri aspetti della vita giapponese, anche la scuola prevede una rigida stratificazione verticale e gerarchica: infatti, se per svariati motivi un soggetto frequenta scuole di basso livello, riuscirà solo a frequentare un’università di basso livello e potrà trovare solo lavori di basso livello. In altre parole, più possibilità si hanno di frequentare scuole rinomate, più alta sarà la probabilità sia di essere accettati da università di alto livello sia di ottenere un buon lavoro.
La severità e la rigidità della scuola giapponese giocano un ruolo chiave nel ritiro in hikikomori perché un soggetto potrebbe non sentirsi in grado di soddisfare tutte le performance richieste nei vari ambiti della vita scolastica. Di conseguenza, le frequenti esperienze di fallimento (scarso rendimento scolastico, bocciatura, ecc.) creerebbero le condizioni affinché il soggetto pensi di non avere le competenze necessarie per fronteggiare i vari compiti scolastici e creda che qualsiasi tentativo di far fronte agli eventi sia inefficace. Non vi è, dunque, un problema di competenze, ma di motivazione.

Un ulteriore elemento strettamente correlato al contesto scolastico e che può produrre una condizione di isolamento è quello del bullismo. In Giappone il bullismo sembra avere uno stretto legame con il sistema scolastico perché chi rivela scarse abilità scolastiche, comunicative e/o sociali ha molte probabilità di essere vittima di prevaricazioni che si esplicano in azioni intenzionali finalizzate prevalentemente all’esclusione dal gruppo mediante derisione o esplicito rifiuto del singolo individuo. In una struttura scolastica altamente competitiva, calata all’interno di un’organizzazione sociale di tipo comunitario in cui il gruppo è fondamentale e spinge verso l’omologazione, la semplice derisione per non essere uguale agli altri può, dunque, rappresentare un qualcosa di psicologicamente devastante che può spingere lo studente, dapprima, a rifiutare la scuola mediante condotte assenteiste e, successivamente, a sentire l’esigenza di isolarsi perché non sa come affrontare le sue difficoltà.
Infine, per quanto riguarda variabili individuali, sembrerebbe che alcune caratteristiche proprie della persona (pensieri disfunzionali, alti livelli di ansia, bassa autostima, scarso senso di autoefficacia, attribuzioni di causa dei fallimenti tendenzialmente interna, strategie di coping disfunzionali), nel momento in cui entrano in una spirale negativa, possano guidare i soggetti verso comportamenti tendenti all’isolamento.

Il fenomeno hikikomori è diffuso anche in Italia?
Si. In Italia i primi casi di hikikomori sono stati registrati intorno al 2007/2008. Riuscire a identificare una data di comparsa del fenomeno non significa che il problema sia sorto all’improvviso, anzi è possibile ipotizzare che esistesse da tempo, ma che le famiglie e i professionisti non gli avessero dato particolare attenzione. Le famiglie perché lo consideravano come espressione di una transitoria crisi giovanile e perché si vergognavano di parlare con qualcuno del comportamento anomalo del figlio; i professionisti perché, non conoscendo la realtà giapponese, non potevano mai immaginare che un inizio di autoreclusione si potesse trasformare in un lungo e complesso isolamento che logora pian piano l’individuo.
Attualmente, in Italia gli hikikomori sono circa 30.000 e, generalmente, sono maschi che cominciano la reclusione intorno ai 18 anni e la protraggono per circa quattro/cinque anni, al contrario del Giappone il cui record di isolamento è stato di quindici anni.

Gli hikikomori italiani possono essere definiti come quei soggetti che non rifiutano a priori la società, anzi fanno di tutto per poterne fare parte, ma, a causa sia di specifici fattori individuali e contestuali sia di stati emotivi negativi conseguentemente innescati, non ci riescono e arrivano a maturare l’idea di non essere idonei per stare nella società e che, quindi, l’unica soluzione possibile è quella di rinchiudersi nella propria stanza. A ciò si aggiunge anche la convinzione che tramite l’isolamento si diventi autonomi e liberi poiché non si è più costretti a fare ciò che gli altri si aspettano.
Come quelli giapponesi, anche gli autoreclusi italiani possono essere definiti tali solo nel momento in cui esibiscono ritiro sociale da almeno 6 mesi, precedente fobia scolare, dipendenza da Internet e inversione del ritmo circadiano. Restano escluse, invece, le peculiarità inerenti all’eccessiva timidezza e alla violenza fisica verso i genitori, tipiche della condizione giapponese.
Inoltre, al contrario del Giappone, in Italia si manifestano forme di isolamento meno rigide e durevoli nel tempo.
Altro elemento che differenzia il Giappone dall’Italia è che, nel nostro paese, la condizione di hikikomori non sembra investire maggiormente i figli unici o i primogeniti, di conseguenza la prole può manifestare una condizione d’isolamento indipendentemente dall’ordine di filiazione.

Quali sono alcune possibili strategie di prevenzione e intervento?
L’analisi della condizione di hikikomori ha messo in evidenza che si tratta di un problema socialmente prodotto derivante da un malfunzionamento del sistema comunicativo tra società, famiglia, scuola e individuo.
Ne deriva che l’implementazione di una qualsiasi azione educativa di prevenzione e d’intervento non può non tenere conto della necessità di lavorare su più fronti, cioè di operare non solo sul soggetto, ma anche su tutti i contesti di vita in cui esso è inserito: famiglia e scuola.

In Italia, non esistono precisi modelli di prevenzione e di intervento da seguire poiché si tratta di un fenomeno ancora relativamente nuovo che si sta cercando di inquadrare nel miglior modo possibile. Ciò che emerge, però, è che famiglia e scuola dovrebbero assumere il ruolo di agenti di cambiamento ed educare i ragazzi ad essere socialmente competenti: ovvero, formare giovani in possesso di quel repertorio di abilità cognitive, sociali ed emotive necessarie per instaurare relazioni con gli altri e con l’ambiente circostante. Ciò perché il clima familiare e scolastico, così come le dinamiche che si dipanano al loro interno, giocano un ruolo significativo nel potenziare un disagio o viceversa nel prevenirlo e ridurlo.
In particolare, alcune strategie di prevenzione potrebbero essere dei corsi alla genitorialità, dei percorsi di consulenza educativa, dei training sull’intelligenza emotiva, ecc.; mentre, alcune strategie d’intervento potrebbero essere la cybertherapy, la psicoterapia, la consulenza pedagogica, ecc.