Prof. Stefano Porcelli, Lei è autore del libro Hetong e contractus. Per una riscoperta dell’idea di reciprocità nel dialogo tra diritto cinese e diritto romano edito da Giappichelli: a quando risalgono i primi contatti tra la tradizione romanistica e il diritto cinese?
Hetong e contractus. Per una riscoperta dell’idea di reciprocità nel dialogo tra diritto cinese e diritto romano, Stefano PorcelliSebbene vi siano diverse tracce che possono dimostrare l’esistenza di contatti tra i lati opposti dell’Eurasia già dai tempi dell’antica Roma e, sebbene delle informazioni circa quello che era il diritto quando ad esempio il diritto romano come ius commune rappresentava la base del diritto nell’Europa medioevale possano essere giunte in Cina tramite i mercanti e soprattutto tramite il lavoro dei missionari gesuiti (si pensi ad esempio Giulio Aleni rende il latino lex in cinese con leyisi – 勒义斯 ed il Trattato di Nerčinsk, aeternum foedus tra Russia e Cina che vedeva tra le lingue ufficiali anche il latino e che è stato stipulato grazie al contributo fondamentale dell’intermediazione, linguistica e non solo, sempre dei gesuiti), dei ‘contatti stabili’ tra diritto cinese e tradizione romanistica vengono a registrarsi dalla seconda metà XIX secolo ed in particolare a partire dagli inizi del XX secolo. In questi ultimi anni di governo della dinastia Qing, nel tentativo di porre in essere delle riforme volte a ‘modernizzare’ la Cina, si è guardato ai modelli offerti dalla tradizione romanistica andandosi a tracciare il solco che poi, nel corso degli anni, nonostante mutamenti di orientamento anche piuttosto importanti, si è continuato a mantenere.

Se dopo l’incontro-scontro con le cd. ‘potenze occidentali’ nelle guerre dell’oppio la Cina ha iniziato a mostrare un timido interesse per un diritto diverso da quello della propria tradizione, questo interesse si è tuttavia manifestato in modo non sistematico ed in particolare con riferimento al settore del diritto internazionale che poteva essere visto in modo più immediato quale strumento utile a comprendere e riuscire a gestire i trattati (cd. trattati ineguali) che la stessa era stata costretta ad accettare quale esito delle guerre. Alle pressioni internazionali vennero poi, nelle decadi successive, ad aggiungersi delle sempre più forti pressioni interne cosicché, a partire in particolare dai primi anni del XX secolo, vedendo anche i successi che nelle decadi precedenti aveva ottenuto il Giappone, la dinastia Qing ha deciso di avviare una ‘modernizzazione’ del Paese. Nel fare ciò, il diritto dell’antichità cinese (redatto per iscritto ed anche, per certi versi, in modo sistematico per quanto attinente alle sfere del diritto penale ed in senso lato pubblico) non si mostrò adeguato. Per quanto riguarda il diritto dei rapporti tra privati esisteva una mole enorme di consuetudini, che potevano altresì essere, tra i vari luoghi, disomogenee e l’impresa di raccoglierle, renderle coerenti e sistematizzarle, seppur tentata, non ebbe successo. La via che venne preferita fu quella di guardare al diritto di altri Paesi, cercare di studiarlo, comprenderlo e poi elaborare un codice civile per la Cina.

Vennero compiuti grandi sforzi, basti pensare che si dovettero creare anche le parole nella lingua cinese per rendere questi nuovi concetti giuridici. Il codice civile elaborato guardando ai modelli di codice moderni europei, in primo luogo BGB tedesco e Code Napoléon, e dunque alla tradizione romanistica, non entrò in vigore a causa della caduta della dinastia Qing, ma segnò appunto la direzione che venne poi seguita seppur con forti momenti di rottura da quel momento in poi. Sebbene si tentò nuovamente di raccogliere e sistematizzare le consuetudini antiche, la raccolta non sembra abbia avuto successo, e si arrivò al 1931 con l’entrata in vigore di un Codice civile.

Come riconosciuto dallo stesso Roscoe Pound, il diritto della tradizione romanistica, con la sua sistematicità e razionalità era senz’altro più adatto, rispetto alla cd. common law per poter essere preso a modello da un Paese come poteva essere la Cina di allora. In effetti, ispirarsi alla common law avrebbe significato, per la Cina, andare ad ‘importare’ regole fondate su decisioni prese altrove; il diritto romano, che già dallo ius gentium era elaborato da una prospettiva tendenzialmente universalistica e che già gli antichi giuristi si sforzavano di costruire scientificamente, rappresentava, invece, senz’altro il modello preferibile a cui guardare al fine di creare un diritto moderno che avesse potuto anche tener conto delle caratteristiche della cultura e della società cinese. Alcune regole ed alcuni istituti della common law sono talvolta ripresi, ma calati nel quadro di una struttura, di un impianto che sono quelli della tradizione romanistica.

Quali vicende hanno segnato il dialogo tra la tradizione romanistica e il diritto cinese?
Come dicevo, il Progetto di codice civile della dinastia Qing non è entrato in vigore a causa della caduta della dinastia stessa a cui ha fatto seguito il concludersi della plurimillenaria età imperiale e l’instaurazione di un regime repubblicano. Si è trattato di anni piuttosto turbolenti, ma un nuovo Progetto di codice civile venne già elaborato negli anni 1925-1926, tuttavia, anche in questo caso, per ragioni collegate agli eventi politici intervenuti, il Progetto non è entrato in vigore. In ogni caso, se la presa del potere del Partito nazionalista ha inciso sulla mancata entrata in vigore del Progetto ora menzionato, si è partiti subito con l’elaborare nuovamente un Codice che venne promulgato a tappe ed entrò interamente in vigore nel 1931.

Anche questo Codice, in realtà la stessa scelta della forma Codice, lasciano vedere il persistere del dialogo tra diritto cinese e tradizione romanistica. Le tradizioni e la cultura cinese vengono ad incontrare una impalcatura giuridica che è quella tipica dei codici moderni. Sebbene questo Codice sia stato poi, dopo la fondazione della Repubblica Popolare, nel 1949 abrogato sul continente, lo stesso, seppur diverse volte e su diversi punti ritoccato, è ancora in vigore a Taiwan. Nelle zone che erano già sottoposte al controllo del Partito comunista cinese vigeva, nel mentre, un diritto ispirato al modello sovietico ed ovviamente questo venne ad espandersi dopo la fondazione della cd. Nuova Cina nel 1949.

Seppur dopo il 1949 si è andati ad osteggiare il modello borghese e di conseguenza anche i modelli giuridici a questo relativi, incluso larga parte di quanto collegato alle ‘letture borghesi’ delle fonti romane, dall’altro lato si è rimasti sempre nell’alveo del diritto della tradizione romanistica, anche se si è andati questa volta a guardare alle fonti romane rilette, appunto, da un’altra angolatura. Si restava comunque sempre nell’ambito di modelli che affondavano le proprie origini nel diritto romano, basti pensare, ancora, all’adozione della stessa forma codice, al fatto che, ad esempio, vi siano norme sull’obbligazione etc. Uno dei più influenti giuristi cinesi delle ultime decadi, il Professor Jiang Ping, che è stato oltre che Rettore della prestigiosa China University of Political Science and Law, membro dell’Assemblea nazionale del popolo e membro dei comitati che hanno redatto il testo delle più importanti leggi emanate nel corso delle ultime decadi, una volta assunto l’incarico di Rettore per i relativi impegni sopraggiunti fu costretto a lasciare molti incarichi, e degli incarichi di insegnamento mantenne soltanto quello del corso di diritto romano data la forte passione che nutriva per lo stesso sin da quando, egli stesso sottolinea, durante i suoi studi per il dottorato di ricerca svolti a Mosca negli anni ’50 del secolo scorso aveva avuto modo di poter conoscerlo meglio ed iniziare ad approfondirne lo studio.

Se il Progetto di codice degli anni ’50 non entrò in vigore, si tornò a lavorare ad un nuovo Progetto negli anni 1962-1964. Dopo il deteriorarsi dei rapporti politici con l’URSS si tentò nuovamente di elaborare un codice sul modello socialista, ma vennero aggiunti molteplici elementi di ‘originalità’. Questo codice degli anni ’60 non entrò in vigore poiché iniziò ad innescarsi la catena di eventi che ha poi portato alla stagione della Grande rivoluzione culturale a cui ha corrisposto, per il diritto, il periodo detto del ‘nichilismo giuridico’. Con la fine della rivoluzione culturale è venuto ad aprirsi il periodo delle politiche di apertura e riforma, periodo durante il quale, gradualmente, pur mantenendo alcune delle caratteristiche dei modelli socialisti, si è tornati a guardare anche ai modelli borghesi.

Le politiche di apertura e riforma sono state ideate per gestire una transizione graduale e pragmaticamente basata su di un ordine di priorità e su esperimenti svolti prima su piccola scala e poi, dopo le messe a punto necessarie, estesi su scala nazionale. In uscita dal periodo del nichilismo giuridico, nuovamente, seguendo la common law si sarebbe dovuto prendere ispirazione diretta da regole frutto della decisione di casi da parte di corti di altri Paesi, e dunque, ancora i modelli a cui si è guardato sono stati quelli della tradizione romanistica andandosi nel corso delle decadi a creare un’interessantissima commistione (con assetti variabili nel corso del tempo) tra i modelli frutto delle riletture socialiste e quelli frutto delle riletture borghesi delle fonti romane.

Il nuovo Codice civile della Repubblica popolare cinese, promulgato lo scorso 28 maggio 2020 e che entrerà in vigore il 1 gennaio 2021 rappresenta proprio un chiaro esempio di questa fusione nell’ispirazione ai modelli sia socialisti che borghesi della tradizione romanistica con, ovviamente, la cultura, le tradizioni cinesi. Se i tentativi precedenti di codificazione non hanno avuto successo, in ogni caso, nel corso delle quattro decadi dell’era delle politiche di aperture e riforma si è comunque largamente attinto, seppur ovviamente declinandoli alla luce della cultura e delle tradizioni cinesi, ai modelli della tradizione romanistica, che con la loro scientificità hanno offerto alla Cina una griglia concettuale su cui poter lavorare aggiungendo, rimuovendo, modificando elementi in base alle necessità avvertite come tali nelle diverse fasi della transizione ed inserendo, appunto, degli elementi valoriali e connessi alle tradizioni cinesi.

Il frutto più recente di questo dialogo è appunto il nuovo Codice, in cui, accanto ad elementi più marcatamente collegati alla cultura ed alle tradizioni cinesi (che di solito si rinvengono più di frequente in materia di diritto di famiglia e delle successioni mortis causa) si trovano norme più vicine ai modelli socialisti di rilettura delle fonti romane come quelle in materia di concessione di fondi rurali e norme più vicine ai modelli borghesi come, ad esempio, quelle sul negozio giuridico oppure, sulla definizione di contratto etc. Sono, ancora, regolati istituti anche di ispirazione common law, come ad esempio il trust, ma questi vengono in ogni caso ad inserirsi in un network di principi, altri istituti e regole sistematico e razionale tipico della tradizione romanistica.

Come si è articolata, nella tradizione romanistica, la dialettica tra contratto come accordo e contratto come sinallagma?
L’esistenza di attività che potrebbero definirsi di natura contrattuale è antica quanto l’essere umano, il contributo fondamentale che è stato dato al riguardo nel diritto romano, grazie all’importantissimo lavoro svolto dai giuristi, è stato quello di arrivare a delle nozioni di contratto elaborate dogmaticamente, delle nozioni che potrebbero definirsi “scientifiche”. All’elaborazione di tali nozioni si è giunti attraverso un percorso, non lineare, caratterizzato da una forte incidenza della religione, dei valori, dei mores, ma anche dall’intenzione di far fronte a quelle che venivano nella società percepite come delle necessità da dover soddisfare (che si facevano sempre più complesse con l’aumentare della complessità della società romana legata alla continua espansione), dall’impiego di una metodologia scientifica, da una prospettiva tendenzialmente universalistica impiegata nel misurarsi con il diritto e da altri fattori.

In base alla ricostruzione che ho svolto, ci sono molteplici indizi che lasciano deporre per il ritenere che probabilmente la prima nozione generale di contratto sia stata elaborata nel periodo a cavaliere tra il finire dell’età repubblicana e l’inizio di quella del principato dal giurista Labeone. Il periodo coincide con quello da cui è poi andata ad infiammarsi per secoli la stagione dello ius controversum durante la quale vi è stato un acceso dibattito scientifico tra i giuristi che è stato il punto privilegiato a cui hanno poi guardato i giuristi della seconda Roma ‘immortalando’ diversi dei risultati e consegnandoli al futuro grazie alla Codificazione di Giustiniano I che li ha proiettati in omne aevum. Se Labeone aveva delineato una nozione di contratto, finita la discussione nel calderone dello ius controversum con le diverse opinioni tra le due sectae, ma anche tra le posizioni singolarmente prese sul punto da vari giuristi, il modello labeoniano sembra sia stato da alcuni giuristi sostenuto ed addirittura, come, pare, con Aristone, ‘messo a punto’, da altri provenendo da percorsi di ragionamento diversi, non accettato.

Il consenso sicuramente già a Roma svolgeva un ruolo importante, ma non sembra che a Roma il contratto sia mai stato identificato con il mero accordo: fondamentale, per ‘vestire’ l’accordo e poterlo considerare come in grado di produrre un’obbligazione, un impegno per il futuro il cui adempimento il diritto cerca di garantire in modo piuttosto vigoroso, era necessario seguire determinate formalità, o comunque poter far affidamento su elementi di esteriorizzazione e stabilizzazione della volontà come poteva essere una datio. In alternativa potevano essere posti in essere dei negozi che, sebbene non fondati su di un consenso ‘formalizzato’, avevano ad oggetto delle transazioni le cui funzioni oggettive (ad es. scambio di bene/i contro pagamento di un prezzo etc.) erano individuate e protette dal pretore. è chiaro che in tutti questi casi l’accordo vi sia stato, ma era celato dietro la tipicità, tuttavia contro le rigidità della tipicità stava probabilmente spingendo quanto accadeva nella società, con i commerci che riguardavano un numero sempre maggiore di persone, di etnia diversa e dunque di lingua e cultura diversa cosicché il modello labeoniano sembra sia stato in realtà volto al perseguimento di una maggiore elasticità senza tuttavia andare ad aprire al mero accordo quale elemento sufficiente alla produzione dell’obbligazione ed a tal fine il giurista ha individuato quindi un temperamento nel requisito della reciprocità. Il riferimento al greco synallagma, che comunque evoca l’idea dello scambio, potrebbe esser collegato al campo speculativo delle teorie aristoteliche sulla giustizia correttiva.

Entrati nella fase più accesa dello ius controversum, il modello di Labeone non pare abbia riscosso grosso successo nella secta sabiniana, d’altro canto egli si ritiene sia stato il capostipite dell’altra secta, quella proculiana e, sebbene molti studiosi del passato (probabilmente a causa della deformazione derivante dal fatto che immpiegavano l’occhiale del presente per rileggere il passato, condizionamento che la temperie metodologica delle ultime decadi cerca invece di tenere lontano) abbiano messo in discussione la fortuna del modello labeoniano, vale la pena osservare che questo a noi è giunto richiamato da Ulpiano, importantissimo giurista dell’età dei Severi a sua volta ripreso dai giustinianei ed inserito nella parte del Digesto sulle definizioni, detto in altri termini: è la definizione di contratto scelta dai giustinianei per il Digesto.

Inoltre, ancora sulla dialettica tra contratto ed accordo, è interessante vedere quanto emerge in un’altra sede importante del Digesto, cioè nel titolo de pactis del libro II ed informazioni importanti le ricaviamo sempre da Ulpiano, da una catena di passi che a lui sono attribuiti dai giustinianei. Se in quest’ultima sede può sembrare che con il dictum pediano si assista al trionfo del consensualismo (ut eleganter dicat Pedius nullum esse contractum, nullam obligationem, quae non habeat in se conventionem), in realtà, tenendo conto anche di quanto segue, può vedersi come se da un lato si può desumere che, in fondo, in ogni figura di natura contrattuale vi sia una conventio, un accordo, i giuristi romani non asseriscono anche il contrario, ossia che ogni conventio possa essere un contratto, anzi, si legge chiaramente che “nuda pactio obligationem non parit sed parit exceptionem”(e dunque una tutela decisamente meno ‘vigorosa’ da parte del diritto). Tra l’altro, poco prima di quest’ultima, lapidaria, chiusura ulpianea può vedersi come, in un passo sempre attribuito ad Ulpiano, si richiami nuovamente il termine synallagma trattando dell’area ‘contrattuale’ che esula dal campo della tipicità, questa volta viene richiamato sempre da Ulpiano, un altro giurista, Aristone, successivo a Labeone che però pare sia venuto ad elaborare nuovamente un meccanismo ispirato a parametri di giustizia correttiva in cui vi è sullo sfondo uno schema astratto in cui è presente una conventio, un accordo, collegato ad obbligazioni reciproche, e dunque uno schema per molti versi simile a quello delineato da Labeone, ma dove per far tuttavia scattare tutela ‘vigorosa’ da parte del diritto è necessario che una delle parti abbia eseguito la propria prestazione.

Questi modelli sono poi stati proiettati nelle epoche successive dall’opera di Giustiniano e dalla ‘riscoperta bolognese’ ed hanno influito su quello che è stato il diritto dei contratti dei secoli successivi, non soltanto nella tradizione romanistica, ma anche in ambito common law (il modello di contratto basato su accordo + consideration è in effetti molto simile al modello aristoniano, ricordo che la cosa era stata notata anche da una Professoressa cinese durante un seminario che anni addietro stavo tenendo presso l’Università del Popolo a Pechino, la quale non appena finii di esporre il meccanismo che pare riconducibile ad Aristone, mi interruppe dicendo che era uguale al contratto in common law – ed in realtà pare ci siano diverse ragioni che possano ritenere fondata l’influenza del modello aristoniano sul contratto di common law). La società rispetto a quella di Roma antica era tuttavia cambiata, ed un ruolo importante in materia sia stato svolto dalle prospettive religiose che spingevano in direzione del dar ampio rilievo al rispetto della parola data (e di conseguenza nel dare risalto all’elemento volontaristico, dunque al mantenere gli accordi presi), un puntualizzazione forte del ruolo invece della reciprocità viene ancora dagli umanisti, sottili esegeti delle fonti romane. La situazione tuttavia è destinata a mutare, alle spinte della religione si sommano quelle politiche tendenti ad affermare l’importanza della volontà (ovviamente non ultima quella di costituirsi in uno stato nazione) e con la nascita poi dello stato nazione si riesce ad intervenire con l’auxilium legis piegando (apparentemente) le ragioni della logica. Lo spostamento dell’asse sulla volontà andato ad essere sempre più pronunciato dal giusnaturalismo nord-europeo in poi, ed il (presunto) strapotere del legislatore hanno spinto sempre più nell’ombra l’importanza del synallagma, della reciprocità e sempre più peso è stato dato all’elemento volontaristico, all’accordo.

Tuttavia, come già notava anni addietro il Professor Filippo Gallo, non si riesce a piegare “la forza delle cose”. Per l’equità che già i romani avevano ben individuato essere supremo criterio con riferimento allo ius, situazioni simili vanno trattate in modo simile, situazioni diverse vanno trattate in modo diverso ed infatti, a dispetto delle denominazioni impiegate, delle acrobazie teoriche compiute, la protezione data ad un accordo produttivo di obbligazioni a carico di una sola parte, anche negli ordinamenti attuali, non è mai così “vigorosa” quanto lo è nel caso di accordo da cui discendono obbligazioni reciproche ed una delle parti abbia magari anche sofferto un ‘detrimento’ per l’esecuzione seppur parziale della propria prestazione o per l’inerzia contraria alla buona fede dell’altra parte. La solidità di questa intuizione dei giuristi romani viene non soltanto confermata, ma fatta limpidamente emergere proprio da norme dettate dal legislatore cinese ed ora riprese anche nel nuovo Codice. Alcune delle impostazioni sistematiche e delle formulazioni impiegate dal legislatore cinese permettono di vedere ciò in modo più chiaro rispetto a quanto non sia possibile vedere da altri codici; questo è un esempio della ricchezza che può offrire l’osservazione del dialogo tra Cina e tradizione romanistica.

Come si configura la categoria contrattuale nel recentissimo Codice civile della Repubblica popolare cinese?
Il nuovo Codice civile della Repubblica popolare cinese nella parte generale detta delle scarne norme sull’obbligazione in cui si compie altresì riferimento al contratto e poi altre norme rilevanti in materia di contratto possono rinvenirsi nel capitolo della stessa che, secondo il modello pandettistico, è dedicato al negozio giuridico. Il Codice prevede poi un libro sul contratto che riprende il larga parte quanto già previsto nella Legge sui contratti della Repubblica popolare cinese del 1999 apportando qualche aggiornamento e con l’aggiunta di norme sul contratto di garanzia (prese in larga parte dalla precedente Legge sulle garanzie). Singolare, è il fatto che nel libro sul contratto siano poi state inserite delle norme sull’obbligazione in generale e sulla disciplina di due tipi di quasi contratti (gestione di affari altrui ed arricchimento ingiustificato); questa scelta, che sembra sia stata legata più a ragioni di speditezza del processo di elaborazione ed alla volontà di non modificare troppo il quadro che si era delineato nelle scorse decadi a cui la società è andata ad abituarsi, certo solleva comunque diversi dubbi che tuttavia con l’aiuto della scienza giuridica dovrebbero sciogliersi senza grossi problemi. Come nella Legge del 1999, nel libro III del Codice che regola il contratto vi è una divisione tra una ‘parte generale’ sul contratto ed una ‘parte speciale’ in cui vi sono norme di dettaglio riguardanti diversi tipi di contratto; chiaramente, altri contratti tipici sono regolati anche fuori dal Codice: come codice del XXI secolo anche il nuovo Codice cinese è stato redatto per essere, riprendendo una metafora del codificatore argentino, come il sole che dal centro irraggia i pianeti, ossia le varie leggi speciali.

Se questo è il quadro generale, riallacciandoci a quanto stavo già dicendo nella risposta alla precedente domanda, nel nuovo Codice, come già nella Legge del 1999, il contratto è definito come accordo seguendo la tradizione inaugurata, raccogliendo i risultati relativi allo spostamento dell’asse verso il volontarismo venuto a manifestarsi sempre con più vigore a partire dal giusnaturalismo nord-europeo, con il Code Napoléon e che in realtà ritroviamo anche nel vigente Codice civile italiano. In modo sostanzialmente simile al Codice italiano (potrebbe esservi stata un’influenza diretta al tempo in cui veniva elaborato il progetto della Legge del 1999) è inoltre circoscritto il contratto agli accordi di natura patrimoniale, escludendosi dunque dal regime del contratto, ad esempio, matrimonio, accordi relativi alle adozioni etc. Tuttavia, per le riflessioni svolte nel libro, dei segnali interessanti emergono, in particolar modo, da alcune norme (riprese dalla Legge del 1999) che regolano quello definito come “contratto di donazione”. Ovviamente, secondo i modelli labeoniani ed aristoniani la donazione non potrebbe essere un contratto perché le obbligazioni sono soltanto in capo al donante, ed infatti a Roma la donazione non era un contratto bensì una causa di giustificazione di un’attribuzione patrimoniale, di uno spostamento di patrimonio ed è iniziata ad essere trascinata sul versante del contratto in particolare dai medioevali sotto l’influenza della richiamata visione che, risentendo dei dettami religiosi, spingeva verso il dar rilievo alla promessa e poi praticamente tradotta in norme grazie all’auxilium legis. Tuttavia, proprio dalle norme cinesi che sul punto pare abbiano preso ispirazione dal modello del BGB tedesco metabolizzato alla luce della cultura e del pragmatismo del popolo asiatico, può vedersi bene lo stacco tra la disciplina dettata per il ‘contratto’ di donazione e quella dettata per gli ‘altri’ contratti di cui il paradigma, come sostanzialmente già a Roma, il legislatore cinese espressamente stabilisce essere la compravendita. In realtà soluzioni simili si trovavano già nei primi progetti di codice del XX secolo e nel Codice del 1931 e ci mostrano come il modello della tradizione romanistica grazie alla sua scientificità riesce ad attecchire anche in un luogo così lontano sia geograficamente che culturalmente ed anzi, proprio da questo dialogo con la Cina possono non soltanto emergere degli elementi utili per la Cina, ma anche per noi, dato che appunto nella rilettura cinese emerge chiaramente questo ‘dettaglio’ che mostra come quella che pare essere stata l’intuizione di alcuni grandi giuristi romani sia stata corretta e che ci spinge, in ogni caso ad accrescere il livello di ‘pulizia concettuale’ che può essere utile sia dal punto di vista teorico che pratico. D’altro canto anche nell’antico diritto cinese, sebbene non sembra sia stata elaborata una nozione dogmatica di contratto, è possibile trovare nell’ambito del li, il rito (‘circuito’ in cui in prevalenza rientrava il diritto privato) degli elementi (come l’espressione per cui il rito deve andare e tornare – 礼尚往来 – ovvero quanto relativo allo shu – 恕 – con la nota massima confuciana del non fare ad altri quanto non si vorrebbe fosse fatto a sé stessi) che lasciano emergere un particolare rilievo dato alla reciprocità, allo scambio.

La ricerca che ha portato a Hetong e contractus è stata per me ricchissima di stimoli ed estremamente interessante. Sono fiducioso del fatto che dall’osservazione del dialogo tra diritto cinese e tradizione romanistica di cui è entrato a far parte possa emergere molto altro in grado di destare la nostra curiosità e di offrire delle chiavi di lettura che possono rivelarsi utili sia per la Cina che per una riflessione interna alla tradizione romanistica, riflessione che viene ad essere sempre più importante in un mondo globalizzato ove la dimensione transnazionale del diritto acquisisce sempre maggior peso.

Stefano Porcelli, RTD tipo B, è professore aggregato di Storia del diritto romano e Introduzione al diritto cinese presso l’Università degli studi di Brescia. Ha insegnato per diversi anni a Pechino presso la China University of Political Science and Law. Ha conseguito un dottorato di ricerca in diritto presso l’Università degli studi di Roma Tor Vergata ed un secondo presso la China University of Political Science and Law con tesi in materia giuridica elaborata e discussa in lingua cinese (primo italiano nel riuscire in una simile impresa). È membro di diversi centri di ricerca e autore di lavori pubblicati sia in Italia che in Cina ed altri Paesi.

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