“«Heimat di tutti i giuristi». Il contributo di Philipp Lotmar al diritto romano” a cura di Iole Fargnoli

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Prof.ssa Iole Fargnoli, Lei ha curato l’edizione del libro «Heimat di tutti i giuristi». Il contributo di Philipp Lotmar al diritto romano, pubblicato da Inschibboleth: quale concezione aveva il giurista tedesco circa il ruolo dell’esperienza giuridica romana per il diritto?
«Heimat di tutti i giuristi». Il contributo di Philipp Lotmar al diritto romano, Iole FargnoliPhilipp Lotmar (1850-1922) definiva il diritto romano «gemeinsame geistige Heimat aller Rechstgelehrte» per evidenziare come l’esperienza giuridica romana rappresenti il fondamento imprescindibile di ogni branca del diritto. Tale definizione fu da lui data nel 1896 in avvio della sua monografia ‘Il contratto contrario alla morale’. Secondo Lotmar il diritto romano costituisce, in rapporto a un istituto giuridico difficilmente inquadrabile per la sua posizione in bilico tra diritto e una diversa dimensione sociale, la chiave di lettura e di comprensione dei problemi giuridici («juristische Anschauungs- und Verständigungsmittel»).

La densa pagina scritta dall’autore consente di cogliere la convinzione maturata da Lotmar quarantaseienne, più o meno in concomitanza con un suo iniziale interesse dimostrato per il contratto di lavoro nel primo sforzo di codificazione civile in Germania, che lo avrebbe portato nel 1902, partendo dalla locatio conductio, a pubblicare il primo poderoso volume sull’‘Arbeitsvertrag’, diventando uno dei padri fondatori della disciplina giuslaboristica. Lo studioso, dopo avere definito in teoria il diritto romano ‘Heimat di tutti i giuristi’, di lì a poco avrebbe dimostrato nei fatti la vitalità di tale definizione, mettendo le sue competenze romanistiche a pietra d’angolo di una nuova disciplina giuridica che sarebbe poi cresciuta esponenzialmente con la dimensione e l’importanza della materia oggi a tutti nota. Grazie al suo impegno ricostruttivo che era partito dal Corpus iuris civilis per andare poi in un’altra direzione, Lotmar è oggi conosciuto come uno dei padri fondatori del diritto del lavoro in Europa.

Come si articolò il suo percorso accademico e scientifico?
Il suo percorso accademico fu accidentato. Nato l’8 settembre del 1850 a Francoforte sul Meno, Lotmar era allievo del grande pandettista Alois von Brinz (1820-1887). Conseguì nel 1875 il titolo di dottore di ricerca e nell’anno 1876 si abilitò all’università di Monaco di Baviera. Dopo la sua abilitazione a ‘Privatdozent’ dovette attendere peraltro quasi dieci anni prima di conseguire nel 1888 una cattedra presso l’università di Berna. Partecipò invero a diverse procedure concorsuali, alle università di Friburgo, Kiel, Erlangen e Zurigo, ma, nonostante la sua solida formazione e il pregio delle sue pubblicazioni, non ottenne successo. Sebbene manchino prove concrete, alla luce dell’orientamento generale che dominava all’epoca in ambito scientifico e universitario, si può ritenere che le cause della lunga attesa, che lo portarono alla fine a non conseguire mai una posizione in Germania, ma solo in Svizzera, furono in parte la sua origine ebrea, in parte – forse in modo ancora più incisivo – la sua fede politica. Già nel 1878 infatti Lotmar si era iscritto al partito socialdemocratico in un’epoca in cui i socialdemocratici erano ritenuti in Germania un grande pericolo per l’ordine sociale borghese del Reich. La sua origine e la sua fede politica lo rendevano, in sostanza, una figura fuori dagli schemi nell’ambito dell’ambiente accademico tedesco.

Già nel 1885 Lotmar fece domanda per una cattedra all’università di Berna, ma gli fu preferito il più anziano e già affermato Julius Baron. Baron però lasciò ben presto l’università svizzera per tornare in Germania, lasciando la cattedra vacante, che, dopo l’espletamento di una nuova procedura concorsuale, Lotmar finalmente ottenne. Non avrebbe mai più lasciato Berna e vi avrebbe insegnato ancora a 72 anni, quindi fino a poche settimane prima della sua morte.

Nella giovane università, fondata nel 1834 in una città da poco scelta come sede del Consiglio Federale e del Parlamento svizzero, rivestì per quattro volte il ruolo di Preside e una volta quella di Rettore. Già in questo ruolo Lotmar dimostrò di essere un passo più avanti del suo tempo. Faceva parte di un’epoca in cui era difficilissimo per una donna percorrere la carriera accademica, tanto che nel 1900 Mileva Marić, poi moglie di Albert Einstein, non riuscì, in quanto donna, a laurearsi in fisica al Politecnico di Zurigo. Ora, all’Università di Berna nel 1898, durante il Rettorato di Lotmar, Anna Tumarkin divenne docente di germanistica, storia e filosofia. Era la prima donna in Europa ad abilitarsi con un percorso accademico tradizionale, che fino a quel momento era stato riservato esclusivamente agli uomini.

Nonostante il suo spessore e le sue capacità, Lotmar, tornato ad essere un semplice docente, non ebbe vita facile. Anzi la sua ricerca di giustizia e di uguaglianza sociale che non scendeva a compromessi con le convinzioni dell’epoca in cui viveva, gli nocque. In particolare la sua convivenza in Facoltà con il collega Eugen Huber, come è descritto nel volume dal saggio di Urs Fasel, gli provocò insoddisfazioni cocenti. A Huber, storico del diritto di ispirazione liberale, fu affidato dal Parlamento il prestigioso e autorevole compito di redigere da solo il codice civile per le parti diverse dal diritto delle obbligazioni (il Codice delle obbligazioni era stato già promulgato nel 1883). Huber, rivelatosi all’altezza delle aspettative (nel 1912 fu promulgato il Codice Civile unitario, oggi ancora vigente), godette sempre di una considerazione fuori misura da parte sia delle autorità elvetiche sia dei colleghi sia dell’amministrazione universitaria. La sua dimensione era incomparabile alla stima di cui in Svizzera poteva godere un tedesco, come Lotmar, perdipiù di origine ebrea e di fede socialdemocratica.

Per quanto riguarda il suo percorso scientifico, la produzione di Lotmar prese le mosse con la sua tesi di dottorato sulla causa, uno dei temi più dogmatici della scienza storico-giuridica, per poi affrontare un tema più storico, relativo alla prima forma di processo civile conosciuto dai Romani e cioè la legis actio sacramento in rem. Il lavoro subì tuttavia la sferzante critica del suo maestro Brinz, cui Lotmar replicò, ma di cui sembrò risentire sul piano personale.

A questo punto infatti la sua produzione scientifica sembra subire un freno e lo studioso pubblicò, per più di tre lustri, quasi solo recensioni a lavori di altri. Nell’arco dei diciassette anni che vanno dal 1874 al 1891 redigette infatti ben trentadue recensioni su argomenti molto diversi, assumendosi l’onere di leggere e discutere lavori altrui, ma cogliendo una preziosa occasione per formarsi su temi che spaziavano nei diversi settori del diritto. Per il resto Lotmar si limitò altrimenti a pubblicare, oltre a due lavori romanistici, le conferenze da lui tenute che cominciavano a toccare temi di teoria del diritto, come quella su ‘La giustizia’. In questi anni Lotmar era anche assorbito dall’aggiornamento e dalla continuazione del manuale di Pandette del suo maestro von Brinz, di cui pubblicò nel 1888, dopo la morte dello stesso von Brinz, il terzo volume della seconda edizione, e nel 1892 il quarto e ultimo volume.

Del 1896 è poi la menzionata monografia sul contratto contrario alla morale, che affrontava un tema sì romanistico, ma proiettato sul diritto vigente. Nel 1897 Lotmar tenne la prolusione rettorale, che affronta per la prima volta un tema relativo alla posizione lavorativa nell’ambito di un’ampia riflessione che arrivò ad auspicare – in modo estremamente innovativo e coraggioso per l’epoca – la libera scelta della professione anche per la donna.

Questi scavi di teoria e filosofia del diritto lo portarono, insieme alla sua attività pratica di estensore di pareri, al diritto del lavoro. Nel 1895 andò alle stampe un suo saggio sul contratto di servizi (Dienstvertrag) nel secondo protoprogetto del BGB. In esso Lotmar esordiva con la locatio conductio operarum dei Romani e riconosceva di essersi allontanato per qualche tempo dal Corpus Iuris Civilis, per redigere un articolo in qualità di dilettante. È su questa via che Lotmar giunse alla monumentale monografia in due volumi ‘Il contratto di lavoro in diritto tedesco’, di cui pubblicò nel 1902 il primo volume con grande successo di critica, come attesta persino la penna di Max Weber, e nel 1908 il secondo. Prima dei legislatori nazionali in materia, gli studi pionieristici sul lavoro non conoscevano i confini statuali. Lodovico Barassi aveva pubblicato il suo volume sul contratto di lavoro nel diritto positivo nel 1901, ma – quanto più rileva – nella seconda edizione (1915-1917) citò Lotmar centinaia di volte e non trattò alcun tema che non delineasse un confronto con lo studioso tedesco. Lotmar, aprendo il diritto privato alla salvaguardia del lavoratore, che sino a quel punto era tutelato fondamentalmente solo dal diritto pubblico, rivoluzionava la posizione di tale figura: il lavoratore diventava, da oggetto, soggetto di un’obbligazione giuridica che nasceva in un rapporto di equilibrio e piena reciprocità tra le due parti del rapporto giuridico.

Non solo. Con la sua opera Lotmar fondava il ‘Tarifvertrag’: le regole del contratto individuale risultano irrinunciabili anche per organizzare il lavoro industriale. Il ‘Tarifvertrag’ lotmariano diventò presto una forma universalmente necessaria e venne recepita in Germania, Svizzera e in Italia. Fondamentali contributi sono stati dati in materia anche da Giuseppe Messina che, partendo da Lotmar, fondò il contratto collettivo italiano, pur prevedendone la non inderogabilità, e da Hugo Sinzheimer che, partendo da ciò, arrivò a fondare il ‘korporativer Arbeitsnormenvertrag’.

Finalmente il suo Paese natale, la Germania, riconobbe formalmente i meriti di Lotmar, cui, il 21 marzo 1921, fu attribuita, per la sua opera pionieristica in diritto del lavoro, la laurea honoris causa dalla Facoltà di Giurisprudenza dell’università di Colonia.

Dopo l’uscita del secondo volume della sua monumentale opera giuslavoristica, Lotmar continuò in un primo momento a dare alle stampe una serie di saggi su varie tematiche del lavoro, ma si decise successivamente di tornare alla disciplina in cui si era formato, al diritto romano. Pubblicò all’inizio saggi su vari temi, per poi farsi attrarre prima gradualmente e poi in via esclusiva dalla sua passione per l’errore. Della materia aveva già cominciato a occuparsi nel 1883, appena trentatreenne, progettando un lavoro monografico che non riuscì mai a completare, nonostante il suo impegno degli ultimi anni. Il suo manoscritto sull’errore, composto da trentacinque fascicoli contenenti circa duemila pagine, scritte a mano in gotico corsivo, è stato pubblicato postumo a mia cura nel 2019. L’opera costituisce un punto di riferimento ancora attuale per ordinare e capire la complessa materia dell’errore nelle fonti romane, come emerge, nel volume qui discusso, dall’approfondimento di Sabrina Lo Iacono sull’errore in materia testamentaria.

In che modo Lotmar mise le proprie competenze romanistiche a fondamento dell’architettura del nascente diritto del lavoro?
Sul finire del XIX secolo Lotmar si mise in gioco per gettare le basi dogmatiche della regolamentazione dei contratti aventi ad oggetto un fare personale. Innalzò i pilastri della nuova disciplina, impegnando in questa sfida le sue forze formatesi con il diritto romano. Da un lato, fece uso della sua capacità di comprensione dei problemi giuridici e della loro soluzione, acquisita grazie allo studio dalle fonti romane e alla padronanza di quella che è – fuori dal tempo – la grammatica del fenomeno giuridico. Ciò è provato dalla ricca articolazione della sua opera monumentale sull’‘Arbeitsvertrag’, resa possibile proprio grazie al dominio dei principi, degli istituti e dei concetti del fenomeno giuridico, da lui rappresentato in categorie dogmatiche con precisione chirurgica. Dall’altro lato, dell’esperienza giuridica romana Lotmar apprezzava soprattutto l’equanimità con cui giuristi e pretori individuavano sempre una composizione dei conflitti tra opposti interessi. Assorbì lo stile etico delle testimonianze delle fonti. Da ciò lo studioso derivò la forte tensione emotiva verso la giustizia, cui è innegabilmente ispirato il suo sforzo di cimentarsi in prima persona per trovare una via che possa condurre ad appianare le disuguaglianze sociali e a tutelare dunque il più possibile la condizione del lavoratore.

La sua competenza romanistica alla base dell’architettura del diritto del lavoro traspare non solo in generale, ma anche in particolare dalla base di partenza da lui scelta. Lotmar concepì il contratto di lavoro, derivandolo dal contratto consensuale di età romana, la locatio conductio, caratterizzato da piena sinallagmaticità tra le prestazioni dei contraenti. Inoltre, sulla base delle diverse forme applicative del contratto romano Lotmar costruisce la bipartizione tra lavoro e retribuzione: rispettivamente dalla locatio conductio operis il lavoro a cottimo e dalla locatio conductio operarum il lavoro retribuito.

Conferma del fatto che per Lotmar la locatio conductio fosse il punto di partenza del diritto del lavoro è una sua lettera datata il 24 dicembre 1921 indirizzata all’amico Karl von Amira. Nella lettera Lotmar descrive all’amico e collega, storico del diritto a Monaco, il suo sdegno di fronte ad un’affermazione di Hugo Sinzheimer, per cui nutriva grande stima. Sinzheimer aveva sostenuto la derivazione del diritto del lavoro, non dalla locatio conductio, ma dalla commendatio e quindi dall’assoggettamento personale di epoca feudale. Per Lotmar era inconcepibile che il rapporto di lavoro, che nel suo pensiero era un rapporto tra pari, derivasse dall’atto di sottomissione del vassallo al signore che corrisponde all’assoggettamento di un soggetto debole a uno forte. Fortemente indignato dall’opinione dell’autorevole studioso tedesco, Lotmar chiedeva all’esperto medievista Amira dove si potesse approfondire tale istituto giuridico. Questo passaggio dell’epistolario documenta dunque, da un diverso punto di vista, che la matrice romanistica è, nella concezione lotmariana, la pietra d’angolo della regolamentazione del lavoro.

Iole Fargnoli è professore ordinario di Diritto romano all’Università degli Studi di Milano

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