Hanno visto tutti! Nella mente del tifoso, Romolo Giovanni CapuanoDott. Romolo Giovanni Capuano, Lei è autore del libro Hanno visto tutti! Nella mente del tifoso edito da Meltemi: il calcio è solo un gioco?
“Il calcio è solo un gioco” è un potente luogo comune. Nei discorsi di senso diffuso, il calcio sembra essere un mondo arcadico e idealizzato, un’isola felice estranea a tutto ciò che la circonda. Così, quando il calcio incrocia l’economia, la violenza, la politica, il razzismo, si dice che “è malato”, come se solo rimanendo gioco potesse essere e rimanere sano. Ad esempio, perché la violenza nel calcio viene percepita come particolarmente aberrante? Perché questa percezione deriva da quella che, in psicologia, viene definita “legge del contrasto” in base alla quale il fenomeno della violenza nel calcio appare più inquietante proprio perché percepito sullo sfondo di un contesto che si regge su aspettative positive e su una realtà considerata da tutti pacifica, allegra e divertente. Vi è, in altre parole un “eccesso di apologia pedagogica”, che genera un’immagine esasperatamente idilliaca dello sport, la quale impedisce di intendere il fenomeno in maniera realistica.

In realtà, la storia e la sociologia ci insegnano che il gioco è da sempre connesso al sacro, al culto, al rito, al rapporto con i morti, alla magia, al mistero, al sapere, alla filosofia, alla guerra, al conflitto, alla festa. Ossia a faccende serie. Per un filosofo come Ortega Y Gasset, ad esempio, la politica trae origine dallo sport.

C’è di più. Se mettiamo insieme le definizioni più importanti sul gioco, ci rendiamo conto che questo, per essere tale, deve essere un’attività: 1) a cui nessuno può essere obbligato (libera); 2) limitata a precisi limiti di tempo e di spazio (separata); 3) che non genera beni né ricchezze (improduttiva); 4) sottoposta a regole costitutive proprie (regolata); 5) accompagnata dalla consapevolezza di una realtà altra rispetto alla realtà ordinaria (fittizia); 6) che comporta un elemento di tensione che si impossessa totalmente del giocatore (emotiva). Ebbene, il calcio non è un’attività libera poiché i calciatori professionisti sono tenuti per contratto a concedere le proprie prestazioni ai club di appartenenza e a rispettare un calendario fitto di attività che impone loro di giocare in determinati giorni a determinati orari senza che possano rifiutarsi. Il calcio non è un’attività separata perché per i calciatori professionisti l’attività di gioco corrisponde a una attività di lavoro e coincide con la vita ordinaria. Il calcio produce ricchezze, stipendi, indotti, fatturati, merchandising, club quotati in borsa. Il calcio è un fatto economico a tutti gli effetti. Il calcio è sottoposto a numerose norme, decisioni e direttive. Il calcio non è un’attività fittizia perché per i calciatori professionisti il calcio coincide in tutto e per tutto con la realtà ordinaria di lavoro. Insomma, il calcio contemporaneo non è un gioco, ma un fatto in cui convergono lavoro, economia, spettacolo, burocrazia, politica, criminalità e tanto altro, compreso il gioco.

Per quali ragioni si può considerare il calcio un fatto sociale totale?
Con il termine “fatto sociale totale”, inventato dall’antropologo francese Marcel Mauss, si fa riferimento al fatto che alcuni fenomeni sociali appaiono strettamente connessi a tutti gli altri aspetti della vita sociale, e assolvono una serie di funzioni insospettabili che coinvolgono tutti i livelli della società. Il calcio può essere definito un “fatto sociale totale” perché non è un semplice svago. In esso, infatti, convergono un insieme di elementi della società, del tutto ineludibili, che non possono essere accantonati a favore di un’unica “vera” dimensione – quella ludica – ma che ne sono parte integrante in maniera costitutiva. Il calcio, dunque, è un gioco, ma anche uno sport organizzato e altamente burocratizzato, uno spettacolo mediatico di massa interpretato da professionisti e incentrato sul divismo, un’attività economica che promuove sponsorizzazioni e investimenti finanziari, uno dei principali generi del giornalismo, un sistema che permette allo Stato di incamerare introiti fiscali, una modalità di esercizio della pubblicità, un fatto politico, un rituale collettivo, una “religione” con propri officianti e devoti, un terreno di battaglia, un complesso di attività legali e illegali, un oggetto di investimenti emotivi e simbolici che conferisce prestigio, potere e responsabilità e un oggetto di desiderio su cui un numero enorme di attori sociali investe passioni ed emozioni, proietta più o meno consapevolmente immagini del mondo, in base al quale, insomma, riorganizza stabilmente e periodicamente il significato di una parte non trascurabile della propria esistenza. Eppure, il senso comune continua saldamente a ridurre il calcio a semplice gioco e a esprimere i propri giudizi su di esso sulla base delle deviazioni che avverte rispetto a questa riduzione assunta a norma. In questo modo, l’evento calcistico è considerato non per quello che è, ma per quello che dovrebbe essere, con la conseguenza che, essendo il calcio molto più che un gioco, esso attira su di sé facili giudizi di riprovazione e abbondanti nostalgie di maniera, miranti a ripristinare l’antica “autenticità” dello stesso.

Cosa afferma la teoria della catarsi e che applicazione trova nel calcio?
L’idea della catarsi risale almeno ad Aristotele il quale sosteneva che assistere alla rappresentazione di spettacoli tragici permette allo spettatore di sollevare e purificare il proprio animo dalle passioni. Detto in termini approssimativi è la teoria, ripresa poi da Freud, Lorenz e altri, secondo cui le tensioni vanno “sfogate”. Questo assunto, presente nel senso comune di tutti, non ha però fondamento nella realtà. Vari esperimenti, ad esempio, hanno dimostrato che, contrariamente a quanto sostiene l’ipotesi introdotta da Aristotele, la continua esposizione a comportamenti aggressivi può incentivare l’acquisizione di modelli di condotta basati sull’aggressività con effetti radicalmente diversi rispetto a quelli auspicati inizialmente. Istigare a essere aggressivi conduce a una maggiore aggressività e all’apprendimento di comportamenti antisociali che non fanno defluire la rabbia, ma la stimolano. Applicata al calcio, questa teoria sostiene che quando uno spettatore o un tifoso inveiscono contro i tifosi avversari o l’arbitro, essi sfogano la propria aggressività. In realtà, così facendo, il rischio è quello di interiorizzare atteggiamenti favorevoli alla ripetizione del comportamento aggressivo e all’acquisizione di risposte aggressive. In altre parole, più si esprime rabbia e aggressività, più si diventa arrabbiati e aggressivi, con buona pace di Aristotele, Freud e Lorenz.

In che modo nel tifo calcistico si manifesta la propria identità sociale?
La nostra identità sociale – la consapevolezza di chi siamo – è direttamente connessa alla nostra appartenenza a gruppi. Quando ci chiedono chi siamo, tendiamo spesso a rispondere in termini di gruppo: «Sono cattolico»; «Sono un impiegato statale»; «Sono un collezionista di francobolli»; «Sono milanista». Queste appartenenze identitarie hanno come conseguenza che tendiamo a trasferire su noi stessi i valori, le virtù, il prestigio associati al gruppo di cui facciamo parte. La positività del concetto che abbiamo di noi è influenzata dalla valutazione sociale del gruppo a cui apparteniamo. Anche la squadra di calcio è parte di questo meccanismo. Essa è espressione e espansione del sé del tifoso. Tutto ciò che accade alla sua squadra accade anche a lui. Se la squadra vince, è lui che vince. Se la squadra perde, il tifoso prova sensazioni prossime al dolore che si sperimenta nel lutto. Se la squadra è oggetto di accuse o ingiurie, il tifoso prova a spiegare, come se quelle accuse e quelle ingiurie fossero rivolte a lui. Il tifoso si infuria se un forte calciatore della propria squadra non è convocato in Nazionale o se passa a una formazione rivale. In questo caso, parla di tradimento e avverte lo sgarbo come se fosse stato fatto a lui. Il tifoso vive in una sorta di relazione simbiotica con la propria squadra in cui il “noi” domina sull’“io” a tal punto che il fan più appassionato non è quasi in grado di distinguere tra “io” e “noi” e l’immagine che ha di sé riflette l’immagine della squadra.

Quali dinamiche psicologiche intervengono nel tifo?
Molti meccanismi psicologici sono presenti nel tifoso di calcio. Due esempi, Il primo è costituito dal cosiddetto “errore fondamentale di attribuzione”, la tendenza, cioè, quando spieghiamo il comportamento altrui, a sottostimare l’influenza della situazione e a sovrastimare le disposizioni interne di personalità dell’altra persona e ad agire in maniera opposta quando spieghiamo il nostro comportamento. Un esempio: capita a tutti di osservare che, se non riusciamo a superare un esame universitario, chiamiamo di solito in causa fattori situazionali (l’emozione del momento, una improvvisa défaillance della memoria, un professore troppo severo) per spiegare il nostro insuccesso, mentre adoperiamo spiegazioni disposizionali per spiegare i fallimenti altrui (“Non è un bravo studente”; “Non ha studiato”). Se ci capita di sentire uno straniero alzare la voce, abbiamo la tentazione di attribuire il fatto a caratteristiche stabili della sua personalità («Sono fatti così»); se, invece, ad alzare la voce è un familiare, un amico, qualcuno del nostro gruppo di appartenenza abbiamo la tendenza a chiamare in causa fattori contingenti (“È arrabbiato”; “Gli è successo qualcosa”). Ugualmente nel calcio, la vittoria della squadra rivale, tranne che non sia schiacciante, sarà attribuita a fortuna o disonestà; quella della propria squadra a merito e superiorità, anche quando è risicata. Se la propria squadra perde, la colpa sarà dell’arbitraggio parziale, delle condizioni del campo, del fatto di giocare fuori casa, della cattiva vena di alcuni giocatori. Se a perdere è l’altra squadra, la sconfitta sarà sempre meritata e assoluta, anche in presenza di potenziali attenuanti.

Un altro importante meccanismo è il BIRG (acronimo di “Basking in reflected glory” “Gongolare di gloria riflessa”), il fenomeno, cioè, in base al quale il tifoso della squadra di calcio gioisce per la vittoria della propria squadra “come se” avesse contribuito con un suo goal al successo della stessa. Perché ciò avviene? Perché in questo modo il tifoso si procura stima e ammirazione, seppure riflesse, e fortifica la propria identità sociale.

Quali bias cognitivi segnano la percezione del tifoso?
I bias sono scorciatoie mentali attraverso cui interpretiamo la realtà e che possono condurci all’errore. Ne esistono tanti e alcuni di questi affliggono anche la mente del tifoso. Un esempio è costituito dal cosiddetto “pregiudizio di conferma”, ossia la tendenza degli esseri umani ad accettare solo le informazioni che sono coerenti rispetto al proprio sistema di credenze, che confermano cioè le proprie idee e posizioni e, al contrario, a ignorare, minimizzare o ritenere meno credibili quelle che sono dissonanti rispetto alle proprie credenze. Il tifoso si dimostra particolarmente incline a questo tipo di bias e, infatti, si dedica ad accumulare in maniera certosina ogni fatto a conferma delle proprie “teorie calcistiche”, ignorando, minimizzando o sminuendo ogni informazione contraria. Così, chi è convinto che la propria squadra, nonostante la sconfitta, abbia giocato meglio degli avversari, metterà in rilievo il maggiore possesso palla dei propri beniamini, la grande occasione avuta dal proprio attaccante, il “colossale” rigore non fischiato dall’arbitro. Di contro, gli avversari osserveranno la “sterilità” del possesso palla, le numerose occasioni avute dai propri calciatori contro l’unica avuta dagli “altri”, il rigore, altrettanto “colossale” non fischiato a favore della squadra vincitrice.

Un altro bias è rappresentato dalla euristica della disponibilità, dalla tendenza, cioè, a giudicare la frequenza di un evento in base alla facilità con cui gli esempi di quell’evento ci vengono in mente. Nel calcio, il tifoso convinto che la propria squadra sia vittima di “complotti arbitrali” tenderà a valutare più alta la probabilità che, nella prossima partita, si verifichi una situazione del genere sulla base dei ricordi “vittimistici” a lui più disponibili. In genere, gli “errori arbitrali” ai danni della propria squadra sono disponibili alla memoria più facilmente di quelli commessi ai danni di altre squadre, favorendo una interpretazione parziale delle vicende calcistiche.

Infine, segnalo almeno il cosiddetto “pregiudizio di intenzionalità”, un bias della mente per cui tendiamo a pensare che ciò che accade nel mondo accade perché qualcuno ha voluto farlo accadere. Ebbene, il tifoso tende a pensare che, se un arbitro sbaglia a favore di una squadra, è perché, agli occhi dei tifosi della squadra “danneggiata”, ha “voluto” sbagliare. Ugualmente, se ammonisce un calciatore di una squadra che risulterà squalificato nella gara successiva, è perché “ha voluto” avvantaggiare l’altra squadra. Insomma, niente accade per caso nel calcio agli occhi del tifoso.

Anche arbitri e calciatori hanno bias?
Certamente. Ad esempio, le decisioni degli arbitri sono condizionate da distorsioni percettive, e da varie forme di pressione sociale che agiscono nel senso di indurre l’arbitro a favorire inconsapevolmente questa o quella squadra. Questo fenomeno è noto con il nome di referee bias ed è stato indagato dalle scienze umane soprattutto in riferimento al cosiddetto home advantage bias, cioè la tendenza a privilegiare la squadra di casa. È stato rilevato, ad esempio, che i giudizi dell’arbitro, tendono a essere condizionati dalle urla della folla e inclinano ad adeguarsi a criteri di desiderabilità sociale. L’influenza della folla può farsi sentire anche in un modo più sottile. Poiché l’arbitro deve prendere le proprie decisioni in maniera istantanea, queste sembrano influenzate dai segnali più salienti, come ad esempio le reazioni del pubblico, che tendono a essere nulle quando chi commette il fallo è un giocatore della squadra di casa e veementi quando il fallo è compiuto da un giocatore della squadra in trasferta. L’arbitro, infine, ricorre a euristiche di giudizio, cioè a scorciatoie del pensiero, che lo portano a dare importanza agli stimoli uditivi provenienti dalla folla nell’assunto che più forte è la reazione del pubblico più è probabile che una entrata sia da sanzionare.

Anche la mente dei calciatori è condizionata da vari bias. Ad esempio, quando tirano un calcio di rigore, i calciatori più ansiosi tendono a concentrare maggiormente lo sguardo sul portiere con la conseguenza di una riduzione significativa della precisione del calcio di rigore, una maggiore tendenza a calciare vero il centro della porta e nei pressi del portiere. In altre parole, in situazioni di ansia, i calciatori tendono a spostare l’attenzione sulla fonte della “minaccia”. Una forte distorsione cognitiva si verifica anche quando il portiere agita le mani su e giù. Questo semplice movimento sembra attrarre prepotentemente lo sguardo del rigorista sulla presenza del portiere, favorendo errori di esecuzione.

Quali credenze erronee sono comuni a tifosi e scommettitori?
Alcune credenze del giocatore d’azzardo sono identiche a quelle del tifoso. I giocatori d’azzardo cedono spesso, ad esempio, all’euristica della disponibilità, la trappola mentale in base a cui – come detto – chi sta per prendere una decisione valuta la probabilità di un evento in base alla facilità con cui quell’evento viene in mente. Nel caso della lotteria, può accadere che chi gioca abbia in mente i (pochi) casi di vincite straordinarie e non i (moltissimi) casi di perdite. Questo errore cognitivo è ampiamente sfruttato dai “fornitori di azzardo”, che danno sistematicamente risalto alle grandi vincite, tacendo le migliaia di giocate perse che avvengono ogni giorno. Lo stesso principio è rinvenibile nella distribuzione spaziale delle slot-machine nelle sale dedicate: quando si sentono i suoni delle vincite realizzate dalle macchine vicine, l’attenzione e la memoria vanno automaticamente a queste con la conseguenza che l’individuo sovrastima le probabilità di vittoria. Anche l’euristica della rappresentatività – la tendenza a giudicare la probabilità di un evento in base al modo in cui ce lo rappresentiamo – è sovente “frequentata” dagli amanti delle scommesse. Un esempio tipico è la credenza che i numeri vincenti di una lotteria debbano avere la parvenza di essere estratti casualmente (ad esempio “7, 20, 37, 56, 81” e non “11, 22, 33, 44”) come se determinate sequenze avessero maggiori probabilità di essere estratte di altre, pur essendo ogni estrazione indipendente dalla precedente e dalla seguente. In questo caso, è la rappresentazione del concetto di casualità a distorcere il giudizio degli scommettitori.

La fallacia del senno di poi consiste nella tendenza a giudicare positivamente o negativamente determinate scelte di gioco sulla base delle vittorie o delle perdite che ne conseguono. Ad esempio, un giocatore può decidere retrospettivamente che una scelta è corretta perché ha portato a una vincita e considerare tale scelta come una prova delle sue abilità di gioco, quando essa è dovuta interamente al caso. Una forma in cui si manifesta tale fallacia in caso di perdita è nel classico: “Lo sapevo che avrei dovuto puntare sul tre!”.

Infine, ricordiamo il ruolo della memoria selettiva. Il giocatore tende a ricordare le occasioni in cui ha vinto e a dimenticare quelle in cui ha perso. Ciò, a sua volta, favorisce la motivazione a continuare a giocare. Tale selettività della mente del gambler incoraggia quella che gli inglesi chiamano overconfidence, vale a dire una eccessiva fiducia nelle proprie capacità, che è del tutto ingiustificata rispetto alla realtà e che può condurre talvolta a conseguenze disastrose. A sua volta, l’overconfidence è espressione del meccanismo del wishful thinking, ossia della “trappola” mentale per cui il nostro pensiero è condizionato, talvolta subdolamente, dai nostri desideri. Come è evidente, il desiderio di vittoria, associato a condizioni emotive singolari, condiziona tanto la mente del tifoso quanto quella dello scommettitore.

Romolo Giovanni Capuano, sociologo, criminologo e traduttore, si occupa di sociologia della devianza. È autore di Verso una criminologia enantiodromica (2015), 101 falsi miti sulla criminalità (2016) e La costruzione sociale della tossicomania (2017).

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