Hannah Arendt. Un umanesimo difficile, Laura BoellaProf.ssa Laura Boella, Lei è autrice del libro Hannah Arendt. Un umanesimo difficile edito da Feltrinelli: di quale attualità è il pensiero della filosofa tedesca?
Il mio libro affronta la questione dell’eredità del pensiero di Hannah Arendt oggi, in un tempo che non è più il suo, ma che ha visto crescere la sua fama, facendo di lei un’autrice popolare e accademica ad un tempo, un’icona cinematografica e una testimone delle catastrofi del Novecento. La sterminata bibliografia accumulatasi nel corso di almeno tre generazioni di studi ha prodotto “mille e una Arendt”, se si vuole usare l’espressione coniata per un’icona del bel canto, Maria Callas. La questione della sua attualità deve quindi fare i conti con la fortuna di libri come Le Origini del totalitarismo, balzato in cima alla lista dei best seller negli Stati Uniti dopo l’elezione di Trump, e La banalità del male, e con la potenza del suo mito simboleggiata dall’apertura presso il Deutsches Historisches Museum a Berlino, l’11 maggio, in era COVID, di una mostra dedicata a Hannah Arendt e il XX secolo. Al tempo stesso, l’indipendenza di pensiero, i giudizi taglienti, gli amori e le amicizie hanno fatto della filosofa un esempio di donna coraggiosa e affascinante.

Appartengo alla generazione che ha scoperto Arendt negli anni Novanta sulla scia del crescente interesse per le pensatrici del Novecento (Simone Weil, Maria Zambrano, Edith Stein, Jeanne Hersch) e grazie alle edizioni o riedizioni delle sue opere principali e alla progressiva pubblicazione di epistolari, diari e parti del lascito inedito. La prospettiva in cui ho affrontato la questione dell’eredità non è stata tuttavia quella di un bilancio (“che cosa è vivo e che cosa è morto”), bensì di un nuovo inizio. La galassia delle opere arendtiane (che attraversano vari generi, dalla storiografia alla biografia, al saggio filosofico al saggio letterario) sta finalmente trovando un nuovo ordine grazie all’edizione critica bilingue che presenta un’opera strutturata secondo linee sperimentali, per alcuni aspetti incompiuta, un vero e proprio laboratorio di pensiero. Si tratta ovviamente dell’apertura di un nuovo terreno di lavoro, ma anche di un’occasione per rileggere gli scritti arendtiani nell’ottica di un’eredità che si sottrae a ogni volontà di appropriazione e soprattutto intende allargare lo sguardo oltre il canone dominante, quello della pensatrice del momento sorgivo della politica, della pluralità e dell’essere insieme. Come indico nel primo capitolo, in Arendt è decisiva la consapevolezza della crisi della tradizione e i suoi scritti sono costellati di riferimenti a un’”eredità senza testamento”, a una “tradizione nascosta”, non riconosciuta, che non sta appesa al filo del passato, ma viene creata a partire dal presente e dalle sue domande. Il totalitarismo e la Shoah furono per Arendt laceranti cesure rispetto alla civiltà e alla cultura europea moderna. In fondo, la distanza che intercorre tra i “tempi bui” arendtiani e il nuovo millennio implica anch’essa una rottura (basta pensare al ruolo della scienza, alla globalizzazione economica e finanziaria, alla fragilità della democrazia), difficile dire se essa sia meno traumatica. L’attualità di Arendt non può quindi giocarsi sull’uso disinvolto di un canone ormai acquisito, bensì su quella che Ingeborg Bachmann considerava la vera “attualità, quella cioè che racchiude in sé tutte le attualità” (I. Bachmann, “La sventura e l’amore di Dio. Il cammino di Simone Weil”, in Il dicibile e l’indicibile. Saggi radiofonici, tr. i. di B. Agnese, Adelphi, Milano 1998, p. 116). Si tratta, in definitiva, della capacità di riconoscere questioni, impegni, occasioni di risposta e iniziativa, non in riferimento a una specifica attualità politica, sociale o filosofica, ma cogliendo le diverse forme in cui essi si presentano e ispirano azioni e passioni.

Ho scelto quindi di non ricapitolare i temi principali dell’opera arendtiana, bensì di concentrare l’attenzione su tre momenti di cui è innegabile l’importanza oggi – Realtà, Verità, Umanità – che incrociano il pensiero di Arendt e che richiedono il coraggio di pensare che lei ci ha insegnato.

Quali vicende hanno segnato la vita di Hannah Arendt?
Le vicende della vita di Hannah Arendt sono note: la nascita in una famiglia ebraica assimilata, l’incontro con Heidegger e con Jaspers negli anni dell’università che segnò la sua vocazione filosofica, infine l’esilio (1941) negli Stati Uniti, dove Arendt ebbe la cittadinanza e partecipò intensamente ai dibattiti intellettuali e filosofici. Nel dopoguerra l’episodio più “chiacchierato” della sua esistenza fu la partecipazione come inviata del New Yorker al processo Eichmann a Gerusalemme (1961-1962) e lo scandalo che ne seguì a causa delle reazioni del mondo ebraico alla tesi della banalità del male. È annunciata una nuova biografia intellettuale di Thomas Meyer, che arricchirà di nuovi documenti e correggerà alcuni dei dati che hanno alimentato la “leggenda” arendtiana. Credo in ogni caso che uno dei tanti stimoli derivanti dalla figura di Arendt consista nel provarsi a ripensare la distinzione convenzionale di vita e opera (abusata soprattutto quando si tratta di filosofe). Arendt è stata una donna molto riservata e ostile ad ogni interpretazione psicologica. I suoi scritti nascono da esperienze vissute in prima persona, ma rappresentano uno sforzo interessante per dare all’esperienza un significato non meramente personale, ma in tensione con i problemi del proprio tempo.

Quali sono i capisaldi del suo pensiero?
L’immagine del pensiero arendtiano, confermata dall’edizione critica di cui ho parlato sopra, è quella di un organismo in progress, che si sviluppa per linee parallele, riprese, approfondimenti, nuove angolature in una rete di rimandi tra i diversi scritti. Impossibile separare opere, sia pure di taglio diverso, come Le origini del totalitarismo (1951, 1956) e Vita activa (1958), alla luce del carattere tragico della prima, su cui grava l’ombra dei “vuoti di oblio” dei lager, e del bisogno di conciliazione dell’inno alla vita pubblica della seconda. Altrettanto difficile comprendere lo sconcerto provocato dalla pubblicazione postuma di La vita della mente (1976), considerata da molti come una sorta di ritorno della pensatrice politica agli antichi amori (la filosofia e Heidegger). Arendt non ha mai esplicitato il suo programma, peraltro rimasto incompiuto, ma da una lettura attenta delle sue opere, in particolare di Vita activa, il libro più complesso e purtroppo abbandonato a una ricezione canonica, emerge il progetto di una ricomposizione dell’esperienza umana nelle sue dimensioni fondamentali: agire e pensare. “Che cosa facciamo quando agiamo?”, “che cosa facciamo quando pensiamo?” sono le domande formulate nel prologo di Vita activa che anticipano La vita della mente. Questo orizzonte ha un’impronta fondamentalmente fenomenologica e esistenziale, ossia sulla linea di Husserl, Heidegger e Jaspers, considera la condizione umana di pluralità (“non l’uomo, ma gli uomini abitano la terra”) come articolata in modalità fondamentali (attive e passive, cognitive e emotive) di relazione dell’individuo con il mondo reale. L’idea arendtiana di etica e di politica, dal totalitarismo all’incapacità di pensare di Eichmann, diventa comprensibile solo alla luce delle molteplici forme di esperienza di un mondo plurale, o, se si vuole, dell’originaria relazionalità umana. Un progetto grandioso rimasto incompiuto. Mi riferisco in particolare al tema della vita biologica, dell’inconscio e delle emozioni, che ho letto in controluce, sfidando il pathos delle distinzioni, uno degli aspetti metodologici prediletti da Arendt, per vedere fino a che punto più che “estranei” fossero per lei dimensioni irrinunciabili della realtà.

Quale ruolo svolse l’identità ebraica della Arendt nello sviluppo della sua riflessione storica e filosofica?
Il rapporto di Arendt con l’ebraismo è uno dei temi tuttora controversi, a partire dagli sprezzanti giudizi sul sionismo, sullo Stato d’Israele e in generale dal rifiuto di aderire a una concezione dell’identità ebraica come appartenenza e legame. Resta il fatto che la riflessione arendtiana nasce dall’urto con gli eventi che portarono alla distruzione dell’ebraismo europeo. Nell’immediato dopoguerra, Arendt tornò in Germania con l’incarico di recuperare le opere d’arte, i testi sacri, gli oggetti di culto confiscati dai nazisti agli ebrei. La sua idea era che questo patrimonio non venisse restituito alle comunità ebraiche insediate nelle varie nazioni, ma diventasse un’eredità culturale e spirituale europea. Il discusso atteggiamento tenuto in occasione del processo Eichmann si spiega appunto con lo sforzo di preservare il significato transnazionale dell’ebraismo. I saggi e articoli dedicati all’ebraismo, oggi disponibili anche in italiano, sono in ogni caso tra i testi in cui la passionalità di Arendt viene allo scoperto.

Qual è l’eredità di Hannah Arendt?
Quella di Arendt deve continuare a essere una scuola di libertà anche in un tempo che non è più il suo. L’umanesimo difficile del sottotitolo del mio libro allude alla sfida che fu di Arendt in tempi di trionfo dell’inumanità, ma che resta su di scena mutata interamente nostra.

Laura Boella è professore ordinario di Filosofia morale e di Etica dell’ambiente presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università Statale di Milano. Ha dedicato numerosi studi al pensiero femminile del ‘900, in particolare a Hannah Arendt, Simone Weil, Maria Zambrano e Edith Stein. Il coraggio dell’etica. Per una nuova immaginazione morale (Cortina, 2012) e Le imperdonabili. Milena Jesenská, Etty Hillesum, Marina Cvetaeva, Ingeborg Bachmann, Cristina Campo (Mimesis, 2013) elaborano il contributo delle pensatrici e di alcune scrittrici all’etica contemporanea. Ha quindi sviluppato il tema delle relazioni intersoggettive, dell’empatia e della simpatia proponendo un confronto critico tra l’attuale ricerca scientifica e la prospettiva fenomenologica. Ha curato la nuova edizione italiana di M. Scheler, Essenza e forme della simpatia (Franco Angeli, 2010) e pubblicato Sentire l’altro. Conoscere e praticare l’empatia (Cortina, 2006), Neuroetica. La morale prima della morale (Cortina, 2008) e Empatie. L’esperienza empatica nella società del conflitto (Cortina, 2018).

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