Guida alle reliquie miracolose d'Italia, Mauro OrlettiDott. Mauro Orletti, Lei è autore del libro Guida alle reliquie miracolose d’Italia edito da Quodlibet. Nel Suo libro enumera oltre quaranta reliquie ritenute miracolose: in base a quale criterio le ha selezionate?
Anzitutto volevo che la guida contenesse almeno una reliquia per ogni regione italiana. Mi sembrava un elemento importante, irrinunciabile direi, per guidare il lettore in un viaggio non solo nel tempo, ma anche nello spazio. Nel documentarmi sui diversi casi di rinvenimento, traslazione, furto o smembramento, ho provato in prima persona l’emozione di mettere piede per la prima volta in luoghi a me del tutto sconosciuti (anche se geograficamente prossimi) e il piacere di riportare alla luce episodi persi nelle pieghe della storia. L’ambizione, a essere sinceri, era quella di scrivere un libro che suscitasse nel lettore lo stesso piacere e le stesse emozioni e addirittura lo spingesse a recarsi di persona fino in Trentino (ad esempio presso il santuario di San Romedio) o in Sicilia (a visitare il monastero di Palma di Montechiaro).
E comunque in ogni regione d’Italia, e così in ogni città, e così in ogni chiesa, sono conservate moltissime reliquie. Bisognava perciò scegliere di quale raccontare la storia. Ho deciso di concentrarmi su quelle le cui vicende fossero meglio documentate e, al tempo stesso, più rivelatrici del loro incredibile ruolo. Un dito, un piede, un dente o un cuore, infatti, potevano decidere della fortuna di una città. Attorno ai sacri resti di un martire poteva fiorire una vera impresa economica. Dalle spoglie di un santo poteva dipendere il destino politico di un intero stato.

Il culto delle reliquie sembrerebbe d’altri tempi, un residuo di superstizione e credenze popolari, eppure, leggendo il Suo libro, si comprende come esso sia più vivo che mai: come si spiega, a Suo avviso, questo fenomeno?
Qui il terreno si fa accidentato, nel senso che non vorrei mancare di rispetto a tanti che, in buona fede, sono convinti di adorare non un pezzo di carne, o un osso, o un dente, ma il santo cui appartenevano e, per il suo tramite, l’Onnipotente. Ciò detto, credo dipenda da un generale senso di insofferenza nei confronti della realtà materiale. Cioè per alcune persone il nostro mondo – così studiato, analizzato, sezionato e spiegato in ogni minima parte – perde di interesse e risulta addirittura banale. La speranza che esista qualcosa che – seppur relegato nella sfera del magico – sfugga al controllo dell’uomo, al dominio della ragione, è un sentimento straordinariamente diffuso e incredibilmente attuale. Nell’antichità il prodigioso era parte integrante della quotidianità. Ad esso si è poi sostituita la religione che, se così posso dire, ha tentato di ricondurre il metafisico all’interno di un sistema (di pensiero) meglio governabile. Ma il progredire delle scienze ha sottratto spazio anche a questo sistema, riducendo ai minimi termini le possibilità di evadere dalla gabbia dei fenomeni materiali e di sperare in un aldilà immateriale che ci liberi della nostra limitatezza e, in definitiva, della paura della morte.

Qual è la posizione della Chiesa in merito?
Su questo posso solo dire che, per quanto mi è noto, il Concilio Ecumenico Vaticano II, nella Costituzione sulla Sacra Liturgia “Sacrosantum Concilium”, si è così espresso sulle feste dei Santi: «La Chiesa, secondo la sua tradizione, venera i santi e tiene in onore le loro reliquie autentiche e le loro immagini. Le feste dei santi infatti proclamano le meraviglie di Cristo nei suoi servi e propongono ai fedeli opportuni esempi da imitare».
Dunque si parla di reliquie autentiche. Dopodiché molte chiese ospitano reliquie palesemente false. È un’evidente contraddizione. Mi permetto però di aggiungere una considerazione ma, per farlo, ricorro a un’altra citazione. Il Nuovo Catechismo della Chiesa cattolica afferma: «Il culto cristiano delle immagini non è contrario al primo comandamento che proscrive gli idoli. In effetti, “l’onore reso ad un’immagine appartiene a chi vi è rappresentato” (S. Basilio), e “chi venera l’immagine, venera la realtà di chi in essa è riprodotto” (Concilio di Nicea II). L’onore tributato alle sacre immagini è una “venerazione rispettosa”, non un’adorazione che, conviene solo a Dio».
Qui si parla di immagini ma, per estensione, possiamo considerare il brano valido anche per le reliquie. Che, perciò, non dovrebbero essere il fine, l’oggetto della venerazione, ma lo strumento, diciamo il mezzo attraverso cui si venera il santo.

Ecco però, stando così le cose, mi viene da pensare che l’autenticità della reliquia, in effetti, potrebbe essere una questione di secondo piano. Nel suo trattato sulle reliquie Giovanni Calvino fa notare che esisteva una località in cui si conservava il cervello di San Pietro. Solo che poi il cervello venne estratto dalla teca in cui era conservato e si scoprì che si trattava di una pietra pomice. Ora, mi domando, se quella pietra pomice veniva utilizzata come mezzo per la venerazione del santo, allora perché curarsi della sua autenticità?
Lascerei fugare questo dubbio a chi è più titolato del sottoscritto a discettare di questioni di fede.

Alcune delle reliquie da Lei descritte hanno del grottesco, come il Santo Prepuzio o l’autentica lettera del diavolo: quando, secondo Lei, la religiosità rischia di scadere nel ridicolo?
Tutte le volte in cui si cerca di nobilitare quel che è palesemente privo di sostanza con argomentazioni di tipo teologico. E più sono sofisticate le argomentazioni, più la realtà delle cose si fa grottesca. Quello del Santo Prepuzio è un esempio calzante. Non tanto (e non solo) per la singolarità della porzione anatomica, quanto per la discussione dotta che ha innescato riguardo la forma con cui Gesù sarebbe asceso in cielo. A quanti sostenevano che, per sedere alla destra del Padre, il figlio doveva aver preservato la sua perfezione e completezza, si contrapponevano quelli che teorizzavano la superfluità del prepuzio ai fini della ricostituzione dell’integrità del corpo. Non solo il prepuzio, anche i denti da latte, le unghie, i capelli… tutte potenziali reliquie.
Voglio dire che non trovo ridicolo chi decide di “tenere in onore” il prepuzio di Gesù o il seno di Sant’Agata o il piede di Santa Teresa d’Avila. Potrà essere ingenuo ma non ridicolo. Ridicolo è chi si sforza di sottrarre la reliquia a una semplice devozione popolare per collocarla in un contesto “alto”, di credibilità storica e plausibilità teologica.

Quali, tra quelle da Lei descritte, sono le più celebri e curiose?
La più celebre fra tutte è senz’altro la Sindone. Ma, proprio perché così celebre, avevo deciso di non occuparmene. Poi però mi sono imbattuto nel Volto Santo di Manoppello e nella teoria per cui l’immagine che appare sul velo si sarebbe prodotta assieme a quella della Sindone. Allora mi è venuta la curiosità di vedere se in effetti erano somiglianti. Ho scoperto che non solo non lo erano, ma una (la sindone) mostrava un volto con occhi e bocca chiusi, l’altra (il Volto Santo) con occhi e bocca aperti. A quel punto mi è venuta voglia di raccontare la loro storia in parallelo… e sono saltati fuori altri e, mi permetto di dire, più interessanti punti di contatto. Come la possibilità che siano state entrambe dipinte, una da Leonardo da Vinci, l’altra da Albrecht Dürer.

Una reliquia sicuramente bizzarra è il Sacro Latte. Il re di Francia Luigi IX l’avrebbe acquistata da Baldovino II e poi donata a Guido Guerra di Montevarchi. Non risultano analisi scientifiche in grado di stabilire cosa si conservi in effetti a Montevarchi, ma l’idea che qualcuno possa aver raccolto qualche goccia del latte della Vergine mentre allattava Gesù è a dir poco stravagante.
Una simile reliquia in passato avrebbe suscitato assai meno scalpore. Si trattava di uno dei tipici prodotti offerti da ciarlatani e truffatori ai fedeli più creduloni. Questo commercio sacrilego mandava su tutte le furie San Bernardino da Siena: «Forse che ella fu una vacca la Vergine Maria, che ella avesse lassato il latte suo, come si lassa delle bestie, che si lassano mugnare?».

Quello delle reliquie miracolose è un fenomeno solo italiano?
Assolutamente no. Gerusalemme prima, Bisanzio dopo, hanno conosciuto un vero turismo delle reliquie. La Sainte-Chapelle a Parigi venne concepita come un enorme reliquiario destinato ad ospitare la Corona di spine, un frammento della Vera Croce e diverse altre reliquie della Passione, tutte miracolose, è ovvio. La cattedrale di San Vito a Praga deve la sua intitolazione a un braccio del santo, giunto in città attraverso un itinerario costellato di guarigioni prodigiose. Il fenomeno è diffuso ancor oggi, basti pensare al cammino di Santiago di Compostela, itinerario di pellegrinaggio che si conclude presso il santuario in cui si conserva la tomba dell’apostolo Giacomo il Maggiore. Possiamo spingerci anche più lontano. In India, a Goa, ogni dieci anni si può assistere all’ostensione delle spoglie di San Francesco Saverio, una cerimonia che attira milioni di fedeli (fatto, di per sé, abbastanza stupefacente). Per la verità il fenomeno delle reliquie miracolose non è neppure esclusivamente cristiano. A Srinagar, sempre in India, i credenti musulmani si prosternano davanti a un pelo della barba di Maometto nel giorno del Mouloud (commemorazione della nascita del profeta). E nello Sri Lanka si venera un dente di Buddha.