Guerre ed eserciti nell'età moderna, Paola Bianchi, Piero Del NegroProf.ssa Paola Bianchi, Lei ha curato con Piero Del Negro il libro Guerre ed eserciti nell’età moderna, pubblicato dal Mulino. Come si combatteva nell’età moderna?
Innanzitutto credo che si debba spendere qualche parola sulla periodizzazione adottata nel volume, e cioè sui limiti cronologici entro cui abbiamo voluto comprendere la categoria tradizionale di “storia moderna”. Il discorso è riferito alle vicende militari negli antichi Stati italiani, lette e collocate entro un contesto più ampio, da cui lo storico oggi, lontano da superati schemi nazionalistici, non può prescindere. I saggi contenuti nel volume oscillano tra la fine del Quattrocento e la prima metà dell’Ottocento. Se volessimo essere più precisi, dal 1494 (data della calata degli eserciti del re di Francia Carlo VIII nella penisola italiana) al 1848 (una data legata a rivoluzioni estese all’intero continente cui parteciparono anche gli spazi italiani). Difficile sintetizzare i modi in cui si combatteva nell’arco di questo non breve periodo, che per alcuni aspetti era già stato preparato da fenomeni dei secoli precedenti, per altri fu attraversato da non poche trasformazioni. Passo ad alcuni esempi. Le armi da fuoco erano già conosciute prima della fine del Quattrocento e diverse fortificazioni “alla moderna”, negli spazi italiani, erano state già concepite e predisposte prima dello scoppio delle guerre d’Italia (1494-1559), ma fu allora che la fortificazione bastionata fece una sorta di prova generale, in cui gli assedi rappresentarono (e continuarono a rappresentare a lungo in territori urbanizzati come gli spazi italiani) i principali e più decisivi scenari degli scontri armati. La fanteria urbana aveva acquistato un’importanza crescente già in epoca medievale; in epoca moderna questo corpo diventò oggetto di nuove forme di addestramento tra le forze volontarie “d’ordinanza”, ma anche uno strumento politico per aggregare milizie reclutate periodicamente su base territoriale, come elemento di rinforzo delle truppe che oggi definiremmo di mestiere. Per comprendere la formazione degli eserciti di quei secoli bisogna immaginare che fossero formati da diversi livelli di abilità e di armamento: le forze di mestiere (volontari e mercenari) e quelle impiegate a tempo parziale. Le unità di fanteria svizzera e spagnola costituirono a lungo il nerbo degli eserciti. Dalle picche si passò agli addestramenti con le armi da fuoco. Il moschetto era diventato progressivamente un’arma più maneggevole (rispetto a quella originaria, di grandi dimensioni e addirittura posta su un cavalletto) e più utile rispetto all’archibugio (che poggiava sulla spalla grazie a un “calcio”, assente nell’archibugio). Si affermarono poi i fucili (dal nome della pietra focaia che innesca la carica) e le pistole. Tutte queste armi richiesero via via nuove capacità di coordinamento fra i soldati, quindi nuove pratiche di allenamento alla guerra. La cavalleria, per altro verso, anch’essa organizzata in forme a reclutamento territoriale e in corpi di mestiere, rimaneva l’arma legata a un rango sociale più alto rispetto alla fanteria: un’antica sopravvivenza che coesistette con le trasformazioni degli equipaggiamenti, sempre più leggeri e funzionali. Quanto all’artiglieria, solo nel Settecento gli artiglieri ottennero di essere considerati un corpo militare, che vestiva la divisa, riceveva la paga e si addestrava come facevano le altre unità. Sono diversi gli esempi che possono illustrare l’intrecciarsi di continuità e di mutamenti nel modo di combattere in età moderna, in eserciti che erano ancora ben lontani dal tipo di leva obbligatoria cui ci ha abituato la storia contemporanea, o almeno la storia recente. Se l’età moderna viene estesa fino alla prima metà dell’Ottocento, non si può trascurare la svolta decisiva impressa dall’età napoleonica, che estese il modello della levée en masse a intere classi di cittadini, anche a territori che non avevano mai conosciuto alcuna forma di reclutamento territoriale, ma che erano stati via via annessi alla Francia. Con Napoleone Bonaparte le battaglie si legarono ad alcune grandi operazioni lampo, ma non mancarono anche allora diversi impegnativi assedi. Se la guerra di manovra fu, alla prova dei fatti, meno originale di quanto sia stato descritto da una certa letteratura, è pur vero che, nello studio del terreno di guerra, nell’impiego delle artiglierie mobili da campo e in una logistica semplificata dall’obiettivo di approvvigionare l’esercito a spese del paese conquistato, si fosse aperta una fase nuova. La Restaurazione non poté evitare di far tesoro di molte lezioni offerte dal generale corso.

Quali importanti innovazioni vengono introdotte in ambito militare nell’età moderna?
Ad alcune di queste innovazioni ho fatto già cenno. Non bisogna, tuttavia, immaginare che l’età moderna abbia compiuto improvvisamente salti di qualità nel modo di fare la guerra. Alcuni processi, in fase aurorale e con una diffusione non uniforme, erano già maturati nel tardo Medioevo. Sintetizzerei dicendo che, dal Quattrocento al primo Ottocento- i principali fenomeni di svolta furono: l’affermarsi di eserciti permanenti, la crescita vistosa delle dimensioni delle forze armate, le innovazioni tecnologiche innescate dall’impiego crescente delle armi da fuoco e, sul fronte della marina, l’uso di imbarcazioni via via più adatte a solcare le acque oceaniche in traversate o in battaglie a mare aperto più rischiose che non nelle acque di un mare “interno” come il Mediterraneo, e, ancora, la progressiva professionalizzazione dei corpi militari. Dal mestiere si passò, col volgere dei secoli, alla professione delle armi quando le carriere, le paghe, la formazione diventarono più regolari. Non tutti i corpi armati seguirono le stesse tappe di trasformazione. Fanti e cavalieri continuavano a formarsi sui campi di battaglia, quindi con un addestramento pratico, quando già le “armi dotte” (artiglieria e genio), nel Settecento, avevano imparato a frequentare scuole di formazione di tipo selettivo e meritocratico.

In che senso è possibile parlare di “rivoluzione militare europea”?
Declinando questa definizione, entrata nel lessico storiografico da una sessantina d’anni a opera di due storici anglosassoni (Roberts e Parker). Inizialmente era stata concepita per descrivere le soluzioni tattiche adottate fra metà Cinquecento e metà Seicento, dopo le riforme dell’esercito olandese promosse da Maurizio d’Orange e nell’esercito svedese di Gustavo Adolfo: la sostituzione delle massicce formazioni dei quadrati svizzeri o dei tercios spagnoli con schieramenti basati su unità più piccole schierate per file su due o tre linee in grado di far fuoco in successione. L’arco cronologico è stato poi ampliato, dal 1500 al 1800, analizzando innovazioni già anticipate negli eserciti dei maggiori Stati italiani del Rinascimento. La “rivoluzione militare” sarebbe consistita nelle innovazioni tecnologiche e organizzative che permisero un’espansione globale dell’Occidente. I tre fattori decisivi sarebbero stati: l’impiego delle armi da fuoco sui campi di battaglia e dell’artiglieria sui vascelli, l’adozione delle fortificazioni bastionate e l’aumento degli effettivi nei vari eserciti. Nel libro che ho curato con Piero Del Negro, Luciano Pezzolo dilata ulteriormente l’analisi in senso euro-asiatico, confrontando le organizzazioni militari di grandi entità politiche quali il Giappone, la Cina e l’Impero ottomano e accennando alle Americhe e all’Africa, per evitare alcune generalizzazioni che erano state indotte dalla rappresentazione ottocentesca dell’espansione coloniale europea.

Qual era il quadro strategico italiano ed europeo nell’età moderna?
Le dinamiche relative alla formazione di eserciti di mestiere e permanenti erano state innescate, tra Quattro e Cinquecento, in gran parte nella penisola italiana e nell’area che potremmo definire padano-renana. Tra le Fiandre e il Milanese si aprì una via da cui transitarono i grandi contingenti armati dalla Spagna per controllare, dopo la conclusione delle guerre d’Italia (1494-1559), i territori di quella monarchia composita, che riuscì anche a dominare la prima ondata di conquista europea degli oceani e del nuovo mondo. Fu dalle coste iberiche dell’Atlantico, prima che le flotte inglesi primeggiassero nelle rotte oceaniche sugli olandesi, che partì l’occupazione di basi strategiche africane e asiatiche. Ma il Mediterraneo rimase a lungo, ben oltre la battaglia di Lepanto (1571), uno spazio dinamico e conteso, attraversato da incursioni di pirati e predoni. Mentre, fra Sei e Settecento, si accendevano nuovi fronti ai danni dell’Impero asburgico nell’Europa centro settentrionale e nei Balcani, i domini sabaudi da un lato, Venezia dall’altro (tanto in Terraferma quanto nello “Stato da Mar”) partecipavano a numerose campagne militari, rompendo o riaggregando alleanze internazionali. L’epica lotta tra Venezia e la Sublime Porta insanguinò le acque adriatiche e il mare greco, mentre le Alpi e la Pianura padana furono alcuni dei teatri delle guerre di successione e poi delle devastanti campagne napoleoniche.

Che relazione esisteva tra guerra, economia e società?
Un rapporto, com’è facile capire, molto stretto, più complesso di quello che si è soliti pensare. Gli eserciti e le marine, oltre che in guerra, operano per finalità interne di coercizione: per riscuotere imposte, prelevare forzosamente uomini, prodotti e materie prime, eseguire provvedimenti giudiziario-amministrativi, scongiurare o circoscrivere epidemie, imporre politiche religiose, contrastare la criminalità, il banditismo e il contrabbando, mantenere l’ordine pubblico. Il rapporto fra funzione militare e sfera socio-economica era spesso ambivalente. La guerra e la difesa del territorio alimentavano circuiti finanziari in cui operavano uomini d’affari di vario livello, capaci di fornire grandi somme di denaro nei tempi, luoghi e modi richiesti, in cambio di guadagni; l’intreccio fra pubblico e privato poteva essere così stretto che alcuni creditori finivano per diventare funzionari o riuscivano a ottenere incarichi e prebende per i loro familiari e clienti. Secondo un’opinione diffusa la necessità di alimentare macchine strategiche sempre più complesse e costose spinse gli Stati a fare un uso crescente dell’imposizione fiscale, ad alienare entrate e beni e a indebitarsi. Legati alla politica fiscale, l’alloggiamento e l’approvvigionamento delle truppe influivano profondamente sull’efficienza dello strumento militare e sul rapporto fra potere e sudditi. Ma non è sempre facile discernere fra positivo e negativo. La guerra poteva anche stimolare l’economia, rinnovare le conoscenze scientifico-tecnologiche, modificare l’assetto amministrativo, in una continua osmosi fra militare e civile. Retribuendo le truppe, riconoscendo un più o meno esplicito diritto di preda, consentendo ai militari di abusare dell’alloggiamento (o non potendo impedire che ciò avvenisse), pagando fornitori e appaltatori, le autorità sottraevano risorse a determinati attori trasferendole ad altri, i quali a loro volta ne spendevano almeno una parte, sostenendo taluni settori produttivi.

Quale dibattito esisteva intorno al problema della guerra giusta? 
In antico regime prevalse a lungo una concezione del giusto ispirata a valori pre-giuridici, se non morali. Il mondo medievale aveva, infatti, consegnato a quello moderno l’idea che la guerra giusta si confondesse con quella legittima, spiegata, alla luce della dottrina cristiana, soprattutto nei termini della sua moralità: una guerra è giusta, e quindi legittima, quando obbedisce a determinati dettami etici. Il passaggio verso la modernità, nella crisi dell’Antico Regime, sarebbe poi stato segnato non tanto dal dibattito sulla natura della guerra o sulla sua conformità a presunti valori morali, quanto dallo sforzo sempre più intenso di ricondurre la guerra, e quindi l’uso della forza, all’interno dell’alveo del diritto. Dal Settecento, il tema della guerra e della guerra giusta, benché ancora assai presente sullo scenario europeo, fu sempre meno discusso nelle opere dei philosophes, che ingaggiarono, piuttosto, contro di essa una vera e propria battaglia in nome della pace.

Quale rilevanza avevano le architetture militari?
In un tipo di guerra condotta per lunghi secoli più in assedi che in battaglie campali, le architetture militari rivestivano non solo un’importanza strategica, ma anche il simbolo del potere esercitato su un territorio. Non era raro, infatti, che molte fortezze nascessero con fronti bastionati rivolti tanto verso l’esterno quanto verso l’interno dei centri urbani, a dimostrare la volontà di un sovrano di difendersi da nemici dentro e fuori dal proprio Stato. Le fortificazioni servivano, poi, come carceri, alternando funzioni di rappresentanza a funzioni repressive.