Guerre ed eserciti nel Medioevo, Paolo Grillo, Aldo A. SettiaProf. Paolo Grillo, Lei ha curato con Aldo A. Settia l’edizione del libro Guerre ed eserciti nel Medioevo pubblicato dal Mulino: quali erano l’importanza e il valore della guerra nel Medioevo?
La guerra nel Medioevo aveva molteplici significati. In termini puramente politici era, come in ogni altra epoca, uno strumento di affermazione per le singole potenze che la utilizzavano per ottenere la supremazia sui vicini, per creare proprie aree di influenza, per impadronirsi di regioni ricche di risorse o per conquistare nuovi territori. In termini sociali e culturali, la guerra era l’attività che caratterizzava le élites: i nobili utilizzavano il combattere a cavallo come tratto distintivo e caratterizzante e accrescevano il loro prestigio mostrando valore in battaglia; inoltre essi traevano dall’attività bellica consistenti guadagni tramite i saccheggi o i riscatti dei prigionieri. Caratteristiche dell’età medievale dopo l’XI secolo furono infine le Crociate, qualificate di volta in volta come “guerre sante” o come “pellegrinaggi armati”, il cui fine era la liberazione della Terrasanta dalle mani dei mussulmani.

Qual è il quadro strategico globale del Medioevo?
Nel corso del millennio medievale il quadro globale cambiò più volte. Fino al X secolo, si può parlare di un Occidente latino impegnato a contrastare le ripetute minacce portate dai popoli nomadi: i longobardi prima, slavi, ungari e normanni poi. Fra X e XI secolo, la Chiesa e l’Impero dimostrarono però una grande capacità di convertire e assimilare nella civiltà cristiana e latina questi popoli. Dall’XI al XIII secolo, fu la Cristianità a conoscere una vivacissima fase di espansione ai danni del mondo islamico e di quello greco, con grandi ampliamenti territoriali in Italia meridionale, in Spagna e in Medio Oriente. Fra XIV e XV secolo questa fase si arrestò e l’Occidente dovette affrontare una nuova minaccia militare da parte dei turchi ottomani.

Come si combatteva nell’Italia medievale?
Nell’Italia medievale la guerra mirava prevalentemente a colpire le risorse economiche del nemico e ad abbatterne il morale tramite incursioni e saccheggi che seminavano distruzione e insicurezza. I difensori cercavano a loro volta di salvaguardare le proprie ricchezze, ponendole al riparo entro strutture fortificate o cercando di intercettare e distruggere gli incursori avversari. Non esisteva l’idea della “battaglia strategica”, volta a distruggere le truppe del nemico per indurlo alla resa, ma gli scontri campali non erano rari e potevano coinvolgere anche decine di migliaia di uomini. La cavalleria pesante rappresentava la risorsa principale, grazie alla capacità di movimento, alla forza d’urto e all’addestramento dei suoi componenti. A partire dal XII secolo, però, ebbero un ruolo sempre maggiore le fanterie urbane, a loro volta ben addestrate e motivate e in grado di tenere con efficacia il campo. In questo periodo, si affinarono la tattica e la capacità dei diversi reparti (cavalieri, fanti, tiratori e genieri-guastatori) di agire in modo coordinato, sicché la vittoria spettava spesso a chi sapeva utilizzare al meglio tutta la gamma delle truppe a disposizione.

Quali erano le armi, gli equipaggiamenti e le tecnologie medievali?
Nel corso del millennio medievale gli equipaggiamenti in dotazione ai combattenti cambiarono molto, con una vera corsa tecnologica nel coso dei secoli XIII-XV. La dotazione standard del cavaliere si definì nell’XI secolo: corazza di cotta di maglia, leggera ma efficace, scudo, elmo, spada e lancia. Quest’ultima era utilizzata per la carica “lancia in resta”, resa possibile dalla realizzazione di particolari tipi di sella, che consentivano al combattente di colpire a piena forza e restare lo stesso a cavallo. Nel corso del Duecento, i fanti accrebbero le loro capacità di resistere ai cavalieri grazie all’adozione delle lance lunghe, delle mannaie e, soprattutto, delle balestre. I combattenti a cavallo replicarono rinforzando le protezioni, prima con l’adozione dell’elmo chiuso, “a secchio”, poi sostituendo la cotta di maglia con piastre d’acciaio, processo reso più necessario e urgente dalla prima diffusione, nel XV secolo, delle armi da fuoco portatili.

Quanto era diffusa la guerra d’assedio?
Gli assedi erano un’attività fondamentale nella guerra medievale: tutte le città e i principali insediamenti rurali disponevano di fortificazioni e castelli e torri isolate erano diffusissime nelle campagne. Ciò rendeva necessario espugnare questi punti forti per poter acquisire il controllo di un territorio. Anche in questo campo la tecnologia conobbe una rapida evoluzione a partire dall’XI secolo, con la diffusione delle artiglierie a contrappeso – prima il mangano e poi il trabucco – e poi, dal Trecento, dei cannoni e delle bombarde a polvere. Nessuna di queste armi, però, fu davvero decisiva contro le strutture meglio fortificate, le quali a loro volta mutarono per meglio affrontare le minacce, passando dalle fortificazioni in terra battuta e legno altomedievali a quelle in pietra e mattoni del XII-XIV secolo, alle rocche, basse, tozze e dotate di piazzole per l’artiglieria del XV. Di conseguenza, molto spesso per decidere le sorti di un assedio erano decisivi non gli assalti o i bombardamenti, ma il tempo e il blocco dei rifornimenti, nel tentativo di prendere per fame i difensori.

Quali teorie esistevano riguardo la guerra?
In Occidente, la condotta della guerra era una questione eminentemente pratica: al contrario di quanto avvenne nell’Impero Bizantino, non vi furono né una riflessione teorica, né una produzione trattatistica in merito. Per gran parte del Medioevo, il testo di riferimento sulla condotta della guerra rimase il De re militari di Vegezio, un’opera tardoantica, copiata e tradotta in tutta Europa. L’unica eccezione fu un’intensa produzione di opere teoriche su come condurre una crociata vittoriosa e riconquistare la Terrasanta, fiorita tra la fine del Duecento e quella del Trecento.

Quanto era diffuso il mercenariato?
L’uso dei mercenari fu frequente per tutto il Medioevo. Le potenze vi ricorrevano per integrare le proprie forze o dotarsi di armi di cui non disponevano, come la cavalleria leggera ungara, le fanterie del Brabante o i balestrieri della riviera ligure. A partire dal XIV secolo, in Italia, le forze mercenarie divennero la parte preponderante degli eserciti che operavano nella penisola, organizzate sotto forma di “compagnie di ventura”, per lo più straniere, nel Trecento e di “condotte”, per lo più italiane, nel Quattrocento. Le più grandi fra queste unità potevano contare diverse migliaia di uomini, suddivisi in varie specialità: la cavalleria pesante era l’arma preponderante, ma vi erano anche reparti di fanti, tiratori e saccheggiatori, nonché, a partire dal XV secolo, qualche pezzo di artiglieria leggera.