Gramsci. Una nuova biografia, Angelo d'OrsiProf. Angelo d’Orsi, Lei è autore del libro Gramsci. Una nuova biografia edito da Feltrinelli: come si può descrivere la personalità di Antonio Gramsci?
Preciso che il volume, apparso nell’aprile 2017, dopo 4 edizioni, via via emendate e corrette, nella collana “Storie” è stato ripubblicato, in una versione notevolmente accresciuta e rivista, sempre da Feltrinelli, nell’Universale Economica a fine settembre 2018.

Per descrivere la personalità di Antonio Gramsci non posso che rinviare al mio libro: sono troppi gli aspetti per poterli concentrare in una risposta stringata. In estrema sintesi quelli che più mi hanno colpito sono: il rigore intellettuale, che implica fastidio per ogni forma di superficialità, e di pressapochismo; la ricerca (e la testimonianza) della verità, in ogni ambito, familiare, affettivo, politico, che sarà all’origine anche di notevoli problemi personali, nelle relazioni umane, intellettuali, politiche; un’assoluta coerenza tra pensiero e azione; la ferma convinzione che politica e cultura non possano stare separate; la passione educativa, che, come la ricerca della verità, egli esplica in ogni genere di rapporto; la volontà di sapere, che egli cerca anche di comunicare agli altri; un pensiero sempre dialogico.

Quali eventi segnarono maggiormente la vita di Antonio Gramsci?
Nell’ordine: a) la malattia che lo colpì intorno ai due anni di età, e che non fu curata, facendo di lui un invalido, e condizionando pesantemente la sua vita, accorciandola e appesantendola con sofferenze continue; b) l’arresto di suo padre, quando lui è ancora bambino, per distrazione di fondi pubblici; c) le problematiche psicologiche e poi psichiatriche di sua moglie Giulia; d) il dissidio con Palmiro Togliatti e con la maggioranza al potere nel Partito comunista russo nel 1926; e) l’arresto, pochi giorni dopo l’emergere di quei contrasti.

Nel Suo libro, Lei si sforza di superare le barriere del “recinto del marxismo-leninismo” per restituire l’aspetto critico e antidogmatico del pensiero gramsciano: qual è la genealogia e l’originalità del suo pensiero?
Gramsci fa un percorso che è prima di acquisizione del pensiero di Marx, in una dialettica feconda con tutto il marxismo della sua epoca, compreso quello eterodosso (vedi Georges Sorel) e di parallelo allontanamento da Benedetto Croce e dal neoidealismo in generale. Successivamente egli, sulla base di un elemento che è precisamente la critica – che da un canto lo avvicina all’idealismo classico e a Croce e Gentile, dall’altro allo stesso Marx (non dimentichiamo che il sottotitolo del Capitale è Critica dell’economia politica) – arriva a Lenin e imbocca una strada di bolscevizzazione del proprio pensiero politico, anche per le suggestioni che gli giungono dalla Russia dove per la prima volta il comunismo ha trionfato. Successivamente, gradatamente dal 1924-26, e più decisamente dopo l’arresto, e soprattutto a partire dal 1929/30 il suo percorso va quasi in senso opposto, e Marx gli serve per “tamponare” Lenin, mentre ha già lasciato cadere il “marxismo-leninismo”, e la dogmatica chiesastica imposta da Stalin e dal Comintern russificato e stalinizzato. Successivamente, e quasi in contemporanea, egli porta avanti un tentativo di allargare lo spazio del marxismo, non fuoruscendone, ma andando anche oltre Marx: si potrebbe parlare per l’ultimo Gramsci di “oltre-marxismo”. Al bagaglio teorico di Marx, che peraltro egli conosce solo parzialmente, Gramsci aggiunge altri elementi, dal pragmatismo americano a correnti del pensiero europeo contemporaneo, creando una mistura originale e attenta a cogliere i fenomeni della modernità novecentesca. Si pensi soltanto a un testo – uno dei cosiddetti “Quaderni speciali” – su Americanismo e fordismo: un’analisi geniale dell’economia, della società e della cultura, anche antropologicamente intesa, degli Stati Uniti, e quindi del capitalismo che la crisi di Wall Street, contrariamente alle semplicistiche posizioni del Comintern, non solo non aveva piegato ma aveva finito per rafforzare. Per uno che non vi aveva messo piede e che si fondava su una letteratura ridottissima, e spesso di terza mano (per esempio, recensioni a libri che egli non aveva potuto leggere), si tratta di un fatto straordinario.

Come ha segnato la vita di Antonio Gramsci la vicenda amorosa con Giulia?
Ho già fatto cenno al problema. Va ricordato la complessità di una situazione in cui sono coinvolte altri membri della famiglia Schucht, a cominciare dalla sorella Eugenia, che maturerà un odio profondo per Antonio dopo che egli le preferisce Giulia, e anche dal padre Apollon, che sarà aizzato contro il genero da una sorta di campagna diffamatoria di Eugenia. Giulia è l’anello debole della catena, in cui si inserisce, in uno sforzo costante di mediazione, l’altra sorella Tatiana, che nel mio libro presento come uno dei due “angeli custodi” di Gramsci recluso (l’altro è l’amico Piero Sraffa, il grande economista che insegna a Cambridge, ed è molto vicino al Partito comunista col quale farà da collegamento con il prigioniero, verso il quale nutre stima e affetto profondo). La malattia di Giulia, la subordinazione psicologica a Eugenia, il condizionamento della situazione politica e familiare, allontaneranno la donna dal suo uomo, il quale a un certo punto pensa di proporle il divorzio: saranno solo i buoni uffici di Tatiana e Piero a scongiurare quel gesto. Ma indubbiamente il rapporto difficile e spezzato dopo solo quattro anni (si erano conosciuti nel 1922) con Giulia, dando ad Antonio il senso di un abbandono, costituirà uno dei suoi crucci più forti, in cui è rilevante la pena che egli prova a non poter contribuire all’educazione dei loro due figli, Delio e Giuliano.

Qual è l’attualità nella nostra società contemporanea del pensiero gramsciano?
Ho scritto e detto ripetutamente, in varia sede, che Gramsci è inattuale, ma necessario: un’apparente contraddizione, o meglio una condizione di aporia, che spiego sottolineando la distanza tra i modi di essere e di comportarsi, sul piano personale, su quello intellettuale e infine su quello politico, di Gramsci e il nostro tempo. Si pensi soltanto alla sua ossessione per la verità: potrebbe oggi un politico rispettare questa norma che secondo Gramsci è fondamentale e deve essere rispettata da ciascuno?  Oppure, si rifletta a quell’insegnamento del Gramsci giornalista: educare il pubblico, non seguirne gli istinti più bassi. Educarlo a “salire”, fornendo gli strumenti culturali necessari. E, contemporaneamente, l’invito incessante ai suoi colleghi/compagni giornalisti (nelle diverse testate da lui dirette o redatte) a documentarsi bene sulle questioni affrontate, prima di scrivere. Un insegnamento che oggi tutti disattendono con grande tranquillità. O ancora il nesso tra politica e cultura, da non sottovalutare, ma da perseguire con spirito critico. E così via. Tutto ci parla di un Gramsci estraneo al nostro tempo, eppure se riteniamo che i valori suddetti, e molti altri di cui egli è testimone e portatore, siano utili e possano aiutarci a comprendere il nostro mondo e ad agire conseguentemente, allora dobbiamo dire che il suo pensiero, con le categorie che egli ci affida (egemonia, blocco storico, rivoluzione passiva, intellettuali, guerra di movimento e di posizione…), e che sono strumenti di basilare importanza, ma anche la sua stessa testimonianza di vita, sono drammaticamente necessari.