Grammatiche dell'amore. Studi sociologici sulle relazioni intime, Chiara PiazzesiProf.ssa Chiara Piazzesi, Lei è autrice del libro Grammatiche dell’amore. Studi sociologici sulle relazioni intime edito da FrancoAngeli: come viene inteso l’amore nelle società occidentali contemporanee?
È un’ottima domanda! Si tratta della stessa domanda da cui sono partita, insieme ai colleghi e alle colleghe del mio gruppo di ricerca: che cosa intendiamo quando diciamo “amore”, oggi? Intendiamo tutti e tutte la stessa cosa? E che cosa significa tradurre le nostre idee di amore in delle pratiche, dei discorsi e delle relazioni concrete?

Spesso, però, facciamo l’errore di ritenere che rispondere alla domanda “che cos’è l’amore oggi?” debba condurci a una definizione – univoca, certa, universale – dell’amore stesso. Per qualche ragione (che si potrebbe analizzare, naturalmente) crediamo che arrivare a una definizione chiara risolverà tutte le nostre confusioni, la complessità, i problemi che fanno parte della realtà non solo dell’amore, ma della vita sociale in generale. Invece, la sociologia procede in genere diversamente, e si aspetta tutto fuorché una risposta relativamente semplice alle domande che pone. L’idea per la conclusione del mio libro – che era rimasto fino a quel punto senza conclusione – mi è venuta appunto da una bella conversazione avuta una sera a cena con un gruppo di studentesse e studenti, che conoscono i miei interessi di ricerca. La prima domanda che mi hanno fatto è stata: qual è la tua definizione dell’amore? Ne avevano già discusso tra di loro, e non riuscivano a mettersi d’accordo: ognuna e ognuno aveva la sua definizione (che conteneva una serie di criteri, valori, priorità). Allora ho detto loro: la cosa affascinante non è appunto che tutti abbiamo una definizione diversa, eppure arriviamo a capirci, innamorarci, stare insieme, dichiararci il nostro amore reciproco?

È così che procede la sociologia, almeno quella che cerco di praticare: non dare per scontata l’organizzazione delle relazioni sociali, ma chiedersi come essa sia possibile. Rispetto all’amore, allora, si tratta di domandarsi quali siano le caratteristiche dell’amore su cui ci troviamo praticamente d’accordo con altri attori sociali nelle nostre interazioni quotidiane, o che riconosciamo nei discorsi, nelle narrazioni, nelle storie che gli altri o i media ci propongono. Per esempio: siamo ancora dell’idea che l’amore comporti l’esclusività sessuale e affettiva? E che debba durare in eterno? Che sia la più grande fonte di felicità in questo mondo? E così via.

Quali sono le radici socio-culturali dell’amore come lo conosciamo e lo pratichiamo?
Le radici socio-culturali dell’amore in Occidente sono molteplici, e questo spiega in parte la complessità delle pratiche e degli immaginari amorosi, che sono disponibili nelle società occidentali. Siamo debitrici e debitori di una lunga tradizione, che comincia con la filosofia e la letteratura greca antica, passa dalla teologia e dalla dottrina cristiana dei primi secoli, attraversa la letteratura medievale e rinascimentale, la nascita del romanzo, per poi proseguire con la ricca produzione romantica e ottocentesca, lo sviluppo delle produzioni culturali del Ventesimo secolo e i mondi digitali del Ventunesimo. Tale tradizione è stata influenzata dalle trasformazioni sociali e politiche (per esempio rispetto al ruolo delle donne nella società), dalle definizioni giuridiche e istituzionali della famiglia, dai valori culturali e morali che hanno inquadrato la sessualità, dalle tappe dello sviluppo tecnologico (dall’invenzione della stampa a quella di Internet), dall’evoluzione delle narrazioni e dei media che le hanno fatte circolare nella società, ma anche dalle condizioni di accesso alla cultura, al sapere e ai media stessi. Mi potreste chiedere ora: ma il sentimento amoroso non è sempre lo stesso attraverso tutti questi cambiamenti? Non è forse un sentimento “naturale”? La mia risposta di sociologa sarebbe: come possiamo sapere se il sentimento amoroso è lo stesso oggi di quello che era all’epoca di Platone, se il linguaggio e le idee che abbiamo per pensarlo, riconoscerlo ed esprimerlo sono diversi? Se eliminassimo tutte le variazioni storiche e culturali dall’analisi dell’amore – quelle che formano la nostra esperienza quotidiana dell’amore – e cercassimo di ridurlo a un’essenza che sarebbe sempre identica dietro di esse (al riparo da esse), ci troveremmo davanti a qualcosa che non assomiglia affatto a quello che viviamo e “facciamo” nella vita di tutti i giorni, con i nostri partner per esempio. Il primo capitolo del mio libro discute proprio di questa postura epistemologica, e dei suoi limiti nel contesto di una ricerca o di un’interrogazione sull’amore.

Quali diverse grammatiche dell’amore esistono nella nostra società?
Le “grammatiche” dell’amore che sono disponibili nelle nostre società sono molte, e non sarebbe probabilmente possibile farne una cartografia completa. Esse si riconducono però a tre paradigmi fondamentali: il paradigma romantico, quello della partnership, e quello che ho definito, insieme al mio gruppo di ricerca, “semantica integrata”. Il paradigma dell’amore romantico si sviluppa a partire dalla fine del XVIII secolo e affonda le radici nel modello dell’amor cortese (di cui discuto nel terzo capitolo del libro): l’amore è un destino, è la più grande fonte di felicità per gli esseri umani, la relazione amorosa è la priorità più grande nella vita individuale, l’amore appiana tutti i conflitti, il vero amore confluisce necessariamente in un’unione monogama e duratura, amore e sessualità sono tutt’uno.

Il paradigma della partnership comincia a svilupparsi nei primi decenni XX secolo nelle élites intellettuali, per poi diffondersi a partire degli anni Settanta come risposta al fallimento dell’ideale dell’amore romantico. In esso, l’amore è piuttosto scelta, è un progetto tra gli altri nella vita di una persona, è una priorità con cui altre priorità (realizzazione professionale, amicizie, interessi individuali) possono entrare in conflitto, l’amore genera conflitti che devono essere elaborati con un approccio terapeutico, l’amore non è necessariamente monogamo, esclusivo e duraturo, e la sessualità è una sfera indipendente da quella dell’amore, orientata al piacere e non al coronamento del sentimento amoroso. Infine, disponiamo attualmente di un terzo paradigma, di un immaginario ibrido in cui questi due immaginari principali sono integrati e combinati per compensare l’uno i limiti dell’altro (ne discute l’ultimo capitolo del libro).

Di quali diseguaglianze di genere sono responsabili le grammatiche amorose della nostra società?
Gli immaginari amorosi che abbiamo ereditato dalla tradizione sono tutti organizzati intorno alla differenza di genere come differenza costitutiva nella relazione amorosa. Il paradigma dell’amor cortese afferma un’asimmetria fondamentale tra uomo e donna: la donna è un essere puro e spirituale, che può elevare l’uomo verso la trascendenza e la perfezione, distogliendolo dalla materialità e dalla carnalità delle passioni. Questa concezione della complementarietà tra i generi si basa su una visione essenzialista della differenza di genere, secondo cui a certi organi sessuali (a un certo corpo) corrisponde necessariamente a una certa psicologia. Dal punto di vista dell’amore, allora, vediamo già profilarsi una “divisione del lavoro” in cui le donne devono manifestare una certa personalità e svolgere una certa funzione (pseudo-terapeutica, in questo caso). Il paradigma dell’amore romantico, malgrado il fatto che esso affermi l’eguaglianza tra gli amanti, continua a promuovere una divisione di genere delle funzioni e delle sfere di influenza rispetto alla vita intima: la donna rimane il porto sicuro dell’uomo, la moglie è la fonte di armonia e serenità per il marito (preso dalle occupazioni del mondo “pubblico”), armonia che si realizza nel privato della casa e della famiglia. Le voci del femminismo hanno criticato profondamente questa visione dell’amore, e la responsabilità che una concezione romantica dell’intimità ha nella riproduzione degli stereotipi e delle disuguaglianze di genere. Il terzo capitolo del mio libro discute del modo in cui, nonostante queste critiche, una concezione essenzialista del genere sia ancora molto diffusa nel discorso e nelle pratiche amorose contemporanee in occidente.

In che modo è possibile costruire una semantica integrata dell’amore?
Quello che è affascinante, è che una semantica “integrata” è già in costruzione nelle produzioni culturali occidentali. “Semantica” è un termine utilizzato da Niklas Luhmann per indicare il repertorio di immagini, massime, idee, storie, proverbi ecc. che sono socialmente tramandati nell’ambito di una certa pratica. Un po’ come dire “immaginario”. Insieme a Martin Blais, Julie Lavigne e Catherine Lavoie Mongrain, con cui lavoro all’Université du Québec à Montréal, ho coniato la definizione “semantica integrata” per indicare un “cocktail” molto speciale tra l’immaginario amoroso romantico e quello della partnership. La letteratura sociologica disponibile sull’intimità tende a considerare l’immaginario amoroso occidentale come dominato dai due paradigmi dell’amore romantico e della partnership. Le nostre ricerche sulle produzioni culturali contemporanee – e in particolare sulle serie televisive nordamericane – ci hanno condotto invece alla conclusione che l’immaginario amoroso dominante integra questi due paradigmi in una maniera molto interessante. Integrazione vuol dire che idee e immagini apparentemente contraddittorie si trovano non solo a convivere, ma sono utilizzate in maniera concomitante per pensare e “fare” l’amore oggi. Secondo la nostra teoria, questi elementi eterogenei sono usati dagli attori sociali in maniera integrata perché possono così rispondere a problemi specifici che essi non sono in condizione di trattare, se presi in maniera indipendente e separata. Per fare un esempio, la semantica integrata caratterizza i sentimenti amorosi e lo statuto dell’amore nella vita individuale, mescolando temi antichi a una presa di distanza netta rispetto a questi temi. L’amore è considerato come una passione incontrollabile, che giustifica follie e irrazionalità individuali. Allo stesso tempo, però, la semantica integrata anticipa il fatto che, invece di essere coronata dal matrimonio o dalla relazione a lungo termine (come la tradizione romantica sosteneva), la fiamma della passione è rapidamente estinta dalla routine e dalla familiarità tra gli amanti, e richiede un “lavoro” quotidiano per essere mantenuta. Questo elemento semantico proviene dall’orientamento “terapeutico” del paradigma della partnership, che afferma che l’amore da solo non basta più per fare la felicità. Ecco quindi che la semantica integrata è il frutto del superamento parziale dei due paradigmi concorrenti dell’amore romantico e della partnership: essi si trovano in un rapporto sinergico, evocati in maniera combinata nelle azioni, le cognizioni, i discorsi e le interpretazioni degli attori sociali che producono l’intimità come sfera sociale di attività e di esperienza.

Chiara Piazzesi è professoressa associata di sociologia all’Université du Québec à Montréal, in Canada. I suoi progetti di ricerca attuali riguardano la sociologia delle relazioni intime, le rappresentazioni dell’intimità nei prodotti culturali, le pratiche legate alle tecnologie digitali e le questioni di genere. Tra le sue pubblicazioni: Vers une sociologie de l’intime. Éros et socialisation (Parigi, Hermann 2017); Nietzsche (Roma, Carocci 2015); La verità come trasformazione di sé. Terapie filosofiche in Pascal, Kierkegaard e Wittgenstein (Pisa, ETS 2009). Per ETS ha curato, con Antonella Balestra, il volume collettaneo Eros e discorso amoroso – Eros and love discourse (2015).

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