Gli Etruschi. La scrittura, la lingua, la società, Enrico Benelli, Vincenzo BellelliProff. Enrico Benelli e Vincenzo Bellelli, Voi siete autori del libro Gli Etruschi. La scrittura, la lingua, la società edito da Carocci: la lingua etrusca rappresenta ancora un mistero?
L’idea che la lingua etrusca rappresenti un mistero scientifico è tanto infondata quanto pervicace e il nostro libro prova proprio a demolire questo luogo comune che deriva, in ultima analisi, dal corto circuito interpretativo che hanno provocato le opinioni di alcuni autori antichi, che descrivevano l’etrusco come una lingua isolata parlata però da un popolo indigeno (Dionigi di Alicarnasso) oppure, al contrario, consideravano questo popolo originario della lontana Lidia (Erodoto).

La situazione è molto più semplice, anche se ci sono ancora zone d’ombra. Tutte le discipline storiche che ricadono sotto l’etichetta di “Scienze dell’Antichità” approdano a conquiste più o meno importanti che consentono il progresso delle conoscenze, ma devono anche scontrarsi con qualche insuccesso, soprattutto per mancanza di documentazione. La lingua etrusca non fa eccezione: ci sono cose che sappiamo e cose che non sappiamo. Come in tutti i settori disciplinari, ci sono stati periodi eccezionalmente produttivi che hanno rappresentato un momento di svolta; nel caso dell’etrusco, questo è arrivato a metà degli anni ’80, con la scoperta che la lingua aveva struttura agglutinante, e che molti di quelli che apparivano come suffissi erano in realtà pronomi enclitici. Questo ha cambiato radicalmente le nostre conoscenze, e ha permesso di ampliare in modo considerevole il campo del noto, riducendo di parecchio l’ignoto.

Quali sono le origini della lingua etrusca?
Per parlare di origini bisognerebbe conoscere gli antecedenti dell’etrusco, che nel nostro caso non ci sono, perché in Italia non esistono iscrizioni anteriori all’VIII secolo a.C. Tutte le ricostruzioni che possono farsi della preistoria dell’etrusco e dunque anche dei rapporti genetici con le altre lingue di frammentaria attestazione sono pertanto affidate a sofisticati metodi di analisi linguistica, che però – al momento di produrre concrete ipotesi di ricerca – propongono scenari del tutto congetturali, senza possibilità di verifica puntuale. Noi abbiamo seguito una strada più concreta: far parlare le testimonianze dirette, ovvero le iscrizioni, e basare su di esse ipotesi e scenari ricostruttivi.

A questo va aggiunto, tanto per essere chiari, che le uniche lingue che hanno relazioni con l’etrusco documentabili a livello epigrafico-linguistico sono il retico (documentato nella valle dell’Adige, e tanto vicino all’etrusco che la tradizione storiografica romana riteneva i Reti dei veri e propri Etruschi rimasti separati dalla madrepatria a causa delle invasioni galliche) e, forse, il lemnio, idioma parlato in una remota isola dell’Egeo settentrionale: forse, perché le iscrizioni epicorie dell’isola di Lemno sono pochissime, e impediscono una vera caratterizzazione di questa lingua. Il lemnio costituisce un reale problema interpretativo, perché, comunque sia, si tratta di una lingua che non ha alcun rapporto con quelle delle regioni circostanti (Grecia, Anatolia, Tracia). D’altra parte, non bisogna mai dimenticare che, fra le lingue parlate nel mondo antico, solo poche hanno avuto una documentazione epigrafica, e ci sono enormi aree geografiche, soprattutto in Europa, che restano sconosciute sotto questo aspetto. Questo impedisce di capire con precisione la distribuzione delle varie famiglie linguistiche, e anche la loro reale consistenza.

Quali fasi di sviluppo hanno attraversato le scritture etrusche?
L’etrusco fu scritto fin dall’inizio con un alfabeto di derivazione greca, che attinge prevalentemente a prototipi euboici (fatto poco sorprendente, dato che proprio dall’Eubea proveniva buona parte dei Greci presenti in Italia fin dai primordi della colonizzazione). Questo alfabeto subì alcuni adattamenti minori, dovuti al fatto che, ovviamente, la lingua etrusca era ben diversa da quella greca per la quale l’alfabeto era nato. Attraverso il tempo, le forme scrittorie cambiano nel loro aspetto designativo, senza che però cambi in modo sostanziale il modello alfabetico, che resta lo stesso fino alla fine.
Alcuni adattamenti particolari si registrano inoltre nelle aree di frontiera, come la pianura padana e la Campania, in cui le comunità etrusche erano stanziate da lungo tempo prima che si cominciasse a usare la scrittura.

Quali metodi si utilizzano nell’interpretazione dell’etrusco?
Tutti i metodi che hanno avuto successo sono derivazioni del metodo “combinatorio” codificato da Wilhelm Deecke alla fine del XIX secolo; l’incremento delle conoscenze ha imposto continue revisioni di questo metodo, che prese il nome di “bilinguistico” con Karl Olzscha (operante a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, e fino agli anni ’70), poi di “grammaticale” con Helmut Rix, affiancato dalla variante proposta da Luciano Agostiniani con il nome di “metodo tipologico”. Tutti questi nomi, però, identificano sempre ulteriori raffinazioni di un metodo che, nella sua base, resta sempre quello combinatorio di Deecke: cercare i significati attraverso l’analisi interna dei testi.

Si tratta quindi di un procedimento ben diverso da quello visibile nella sterminata produzione dilettantistica che, purtroppo, continua a frequentare questo campo di indagine, molto più di altri; oltre ai dilettanti esistono anche studiosi apparentemente competenti che, esattamente come fanno i primi, nelle proprie ricostruzioni si basano esclusivamente sulle somiglianze lessicali e su quelle fonetiche fra l’etrusco e le lingue più disparate, cadendo nella trappola delle omofonie: si tratta del cosiddetto “metodo etimologico”, la cui inefficacia è stata tanto largamente provata da non richiedere ulteriori parole.

Cosa ci rivelano sulla società etrusca le iscrizioni?
Moltissimo, e di questo se ne accorse addirittura Luigi Lanzi, il decifratore dell’alfabeto etrusco, nel lontano 1789. Potendo finalmente leggere le iscrizioni, Lanzi, che di fatto riuscì a capire solo i nomi di persona e poche parole, si accorse che la struttura familiare etrusca era completamente diversa da quello che raccontavano gli storici antichi, e in ultima analisi era analoga a quella romana (e di tutto il resto d’Italia). Da allora sono passati più di due secoli e, naturalmente, si sono fatti molti progressi; già negli anni ’30 ci si rese conto, per esempio, che le forme di governo delle città etrusche, sulle quali gli storici antichi erano abbastanza vaghi, potevano essere capite proprio attraverso le iscrizioni. L’incremento delle conoscenze ha portato sempre più elementi: oggi possiamo dire che aspetti della vita sociale etrusca quali le dinamiche familiari, la struttura politica delle città, la religione, e altri ancora, sono illuminati in modo quasi esclusivo (se non esclusivo) proprio dalla documentazione epigrafica. Questo è il campo di studi più importante che si offre a sviluppi futuri perché la ricerca passata, concentrata in modo ossessivo sugli aspetti linguistici, ha spesso trascurato il valore storico-sociale del patrimonio epigrafico, accumulando un ritardo metodologico spaventoso rispetto alle discipline epigrafiche delle culture contermini. Se si pensa che le iscrizioni etrusche costituiscono circa i tre quarti del patrimonio epigrafico dell’Italia del I millennio a.C., si può capire facilmente quale messe di informazioni aspetta ancora di essere analizzata. Il nostro lavoro vorrebbe cominciare a colmare proprio questa lacuna, che ha potenzialità di sviluppo enormi.