Gli eroi bevono vino. Il mondo antico in un bicchiere, Laura PepeProf.ssa Laura Pepe, Lei è autrice del libro Gli eroi bevono vino. Il mondo antico in un bicchiere edito da Laterza: quale importanza rivestiva il vino per l’identità di Greci e Romani?
Un’importanza notevole, se solo pensiamo al fatto che tanto il greco pinein quanto il latino bibere non significano semplicemente “bere”, ma nello specifico indicano il “bere vino”. Il simposio greco è una bevuta collettiva (syn-pinein) in cui il vino era protagonista; e quando Orazio, dopo la morte dell’odiata Cleopatra, esortava i suoi concittadini a bere (nunc est bibendum), era naturalmente al vino che alludeva. Tanto per i Greci quanto per i Romani il vino era l’alcolico nazionale, che non di rado essi contrapponevano alla rozza, barbara, nauseabonda birra, bevanda tipica degli “altri” (ossia di quelli che proprio per via della loro diversità erano chiamati “barbari”). Bere vino, per i nostri antenati, è un atto sociale che produce armonia, unione, accoglienza – sin dai tempi di Omero l’ospite viene regolarmente salutato con una coppa di vino –; chi non conosce il vino è automaticamente escluso dal mondo civile: lo dimostra bene l’esempio del Ciclope Polifemo, il mostro abituato a bere soltanto il latte fresco munto dalle capre che vivono con lui in una spelonca; o ancora quello degli astemi Centauri, creature dalla natura duplice (di uomo e di cavallo), che proprio come il Ciclope vivono in luoghi marginali e selvaggi.
Ancora, è significativo il fatto che, in Grecia, l’accesso dei bambini a una fase più matura e “sociale” della loro esistenza fosse segnato proprio dal permesso loro accordato di bere il primo sorso di vino: questo accadeva in occasione di una festa complessa dedicata a Dioniso, le Antesterie, nel corso della quale i ragazzini che avevano compiuto i tre anni ricevevano la loro prima brocca contenente vino (ed è forse ancora più significativa la consuetudine di seppellire insieme a una piccola brocca i bambini morti prima di questa età, a indicare che essi avrebbero raggiunto nell’aldilà il traguardo che non avevano raggiunto in vita).

Quali funzioni aveva il vino nella Grecia classica?
Ne aveva moltissime. Omero – che il poeta latino Orazio non esita a definire vinosus, “ubriacone”, per via dei continui riferimenti al vino nei suoi poemi – mostra molto chiaramente che il vino era l’ingrediente indispensabile dei principali eventi pubblici e privati: con il vino si pregava, si prendevano decisioni, si siglavano accordi, si festeggiava un evento importante, si accoglievano gli ospiti. In età successiva, quando nascono le città-stato, il vino diviene protagonista dei simposi, quelle tipiche “bevute collettive” a cui i Greci – soprattutto gli aristocratici – amano dedicarsi, e che sono ben più di semplici occasioni per bere insieme. Il simposio – evento ben distinto dalla cena, che lo precede – è innanzitutto un rito, di natura insieme religiosa e sociale, che come ogni rito che si rispetti è provvisto di un preciso codice di comportamento. Ancora, è un momento di incontro per persone che appartengono alla stessa cerchia, che condividono gli stessi interessi e non di rado anche gli stessi ideali politici. Ed è anche un’occasione in cui il vino si intreccia a un dialogo a cui tutti i simposiasti devono partecipare: nessuno può astenersi dal vino e dalla conversazione, che formano l’uno con l’altra un binomio indissolubile. Come ricorda il greco Plutarco, la principale finalità del simposio è il rafforzamento del vincolo di philía, “amicizia”, tra i partecipanti; e, proprio come i lottatori usano la sabbia per avere migliore presa sul loro avversario, così i simposiasti devono affidarsi al vino mescolato alle parole per “rafforzare la presa” sugli amici.

Come muta la funzione sociale del vino nella convivialità romana?
A Roma l’occasione tipica per bere vino è il convivium; a detta di Cicerone, nell’ispirarsi al simposio per il loro convivium i Romani si sono mostrati più saggi dei Greci: infatti hanno saputo trasformare una semplice occasione di bevuta collettiva (sym-posion) in un momento felice di vita comune (convivium da cum-vivere, “vivere insieme”). Orgoglio nazionalistico a parte, l’affermazione di Cicerone basta a far comprendere che il simposio greco e il convivio romano sono due istituzioni molto distanti tra loro, e per molti versi incomparabili: nel convivium viene meno quella cesura tra il momento del cibo e quello del vino che è fondamentale nel simposio; e questo cambiamento non è solo un fatto esteriore, ma implica il venir meno dell’intero apparato di norme rituali che governano l’evento greco. Non solo: il simposio, evento rigorosamente maschile (le sole donne ammesse sono le cortigiane, che tuttavia non sono partecipanti ma meri oggetti di intrattenimento e di piacere), ospita persone tra loro uguali, appartenenti a una stessa cerchia sociale, che condividono lo stesso vino, le stesse idee, la stessa conversazione. Il convivio, al contrario, non aderisce all’idea dell’uguaglianza (anche perché la società romana non è imperniata sull’uguaglianza, come quella greca, ma semmai sull’esaltazione della diversità tra le classi): con la conseguenza che a esso possono partecipare non solo le donne – mogli, concubine o amanti che siano – ma anche le umbrae, “ombre”, individui di bassa condizione sociale a cui vengono serviti il vino e il cibo più scadenti, e la cui presenza serve solo a dimostrare il prestigio di chi li porta con sé.

Che rapporto esisteva tra vino e divino?
In Grecia il vino è posto sotto l’egida di Dioniso, e a Roma prevalentemente sotto quella di Libero (una divinità autoctona che venne a un certo punto identificata con il greco Dioniso). La relazione tra il vino e il divino in Grecia è per molti versi abbastanza complessa, se non altro perché Dioniso stesso è divinità multiforme, che racchiude in sé svariate attribuzioni: egli non è solo il dio del vino, ma anche il dio della follia e dell’euforia, della vegetazione e della natura prorompente; ed è inoltre un dio che viaggia, che ha contatti con l’aldilà, che si nasconde e che ritorna. Insomma, un dio molto diverso rispetto a quel Bacco pacifico e sornione a cui ci hanno abituato le più familiari testimonianze letterarie e artistiche, e che ha le sue radici proprio nella tradizione latina: a Roma, infatti, Dioniso venne assimilato a Libero solo dopo essere stato depurato del suo lato più tenebroso e preoccupante. Non solo: a Roma, prima che da Libero, il vino era governato da altre divinità: da Giove, per esempio, che in quanto dio dei fulmini e delle intemperie gestiva i raccolti; e da Venere, la dea a cui erano cari i venena, “filtri, pozioni”, tra cui naturalmente non poteva non essere annoverato il vino.
Il vino, comunque sia, era ritenuto un dono degli dei: un dono tanto più importante perché (proprio come il grano e il pane di Demetra e della sua corrispettiva latina Cerere) aveva favorito il progresso di civilizzazione dell’umanità. E per questo i mortali celebravano e ringraziavano in numerose occasioni di festa il dio che aveva fatto loro questo dono.

Come lo si beveva nell’antichità?
Il vino doveva essere rigorosamente mescolato con acqua, all’interno di un contenitore che i Greci chiamavano cratere (dal verbo keránnumi, che significa proprio “miscelare”); accadeva talvolta che, per nascondere il sapore troppo forte o troppo acido di alcuni vini, si aggiungessero alla miscela miele e spezie. Solo di rado, e in occasioni definite, era consentito assumere un sorso di vino puro: a tracannare regolarmente vino non mescolato, infatti, erano solo i barbari.
La quantità di acqua da unire al vino variava sulla base della qualità del vino stesso e sull’effetto più o meno inebriante che si intendeva conferire alla miscela: secondo quanto afferma il greco Plutarco, la proporzione di tre parti di acqua con una di vino è troppo debole, mentre il rapporto di due parti di acqua a una di vino non consente né di essere completamente sobri, né di perdere completamente i sensi. La più equilibrata tra le miscele – a suo dire – è quella di due a tre, perché permette di dimenticare le preoccupazioni e di cedere poi a un sonno tranquillo.

Qual era la percezione dell’ebbrezza nel mondo classico?
Non era sicuramente una percezione univoca. Nelle fonti antiche, tanto greche quanto romane, si trovano ripetuti inviti a non eccedere, a non perdere mai il controllo, a non fare come i barbari che, ignorando come e quanto bere, finiscono sempre con l’ubriacarsi. Qualche esempio: Socrate – lo racconta il suo discepolo Senofonte, nel Simposio – afferma che il vino è per gli uomini quello che la pioggia è per le piante: gli alberi vivono bene se ricevono acqua in giusta misura, mentre iniziano ad avere radici poco stabili se la pioggia è eccessiva; allo stesso modo, a chi beve troppo vino manca la forza di stare in piedi e la capacità di ragionare, che invece non vengono meno a chi sorseggia con moderazione. E un altro discepolo di Socrate, Platone, ricorda che bere è un esercizio di temperanza, che non deve comportare la rinuncia al piacere, ma l’acquisto di strumenti utili a controllare il piacere. A Roma, gli intellettuali la pensavano allo stesso modo: Seneca, il filosofo che fu precettore di Nerone, in una delle sue Lettere a Lucilio scriveva che il saggio deve limitarsi a bere quel tanto che basta a placare la sete, senza mai giungere a ubriacarsi: ingerire quantità di vino superiori alla capienza del proprio stomaco, infatti, è cosa vergognosa, e l’ebbrezza porta alla luce quelle pulsioni e quei vizi, nascosti in ogni individuo, che la sobrietà tiene opportunamente a freno.
Tra la teoria e la prassi, tuttavia, la distanza era incolmabile: alla fine di un simposio o di un convivio tutti i partecipanti – chi più chi meno – erano alticci. Un’insanabile contraddizione? Non esattamente. Nel simposio l’ebbrezza era una sorta di rito collettivo, che proprio in quanto tale diventava espressione di cultura almeno al pari del suo opposto, la sobrietà: non era una volgare sbronza, come quella dei barbari, ma un’ebbrezza civile, raggiunta con persone simili, procurato da una condotta regolamentata. Quanto ai Romani, l’ubriachezza era tollerata a patto che essa non uscisse dai limiti di tempo e di spazio del convivium, e a patto dunque che si rispettasse la netta linea di confine posta tra l’otium, il tempo libero da dedicare agli svaghi preferiti, e il negotium, il tempo votato alla serietà del lavoro e delle occupazioni quotidiane.