Gli ebrei nell'Italia medievale, Giacomo TodeschiniProf. Giacomo Todeschini, Lei è autore del libro Gli ebrei nell’Italia medievale edito da Carocci: a quando risale la presenza degli ebrei sui territori italiani?
La presenza degli ebrei sui territori italiani ha una cronologia variabile; a Roma e nel Sud sono certamente presenti fin dall’epoca romana; nel centro nord italiano la loro presenza è più sporadica fino al XII secolo; poi diventa sistematica anche in questi territori, sia in conseguenza di spostamenti di popolazione ebraica da Roma verso il nord e dalla Germania o dalla Francia verso l’Italia padana. Non è tuttavia facile stimare la consistenza di questa presenza in Italia nei primi cinque/sei secoli del medioevo.

Qual era la condizione degli ebrei in Italia nell’alto medioevo?
Nell’alto medioevo ossia fra quinto e undicesimo secolo, gli ebrei italiani, definiti dal Diritto imperiale bizantino come cittadini dell’impero romano, erano considerati una minoranza ammessa sui territori in fase di cristianizzazione. La loro specificità religiosa era garantita, e i poteri cristiani stabilivano una differenza fra il dovere degli ebrei di vivere in pubblico secondo il Diritto romano (o romano-barbarico) e il diritto degli ebrei di praticare il proprio Diritto per ciò che riguardava la vita interna delle comunità ebraiche (vita familiare, matrimonio, usi cultuali, regole alimentari). Bisogna ricordare che la loro condizione minoritaria non spiccava particolarmente in un’Italia molto frammentata dal punto di vista territoriale e politico, ma anche religioso. Infatti sia la presenza fino al secolo undicesimo in Italia di differenti versioni del Cristianesimo, sia la sopravvivenza di religioni e culti precristiani in gran parte dei territori italiani e soprattutto nelle campagne, rese in questo lungo periodo la presenza ebraica una delle molte presenze di gruppo attive in Italia. Questo spiega anche il perché della relativa visibilità documentaria degli ebrei in questa fase, salvo nei casi in cui localmente essi non fossero al centro di un conflitto.

Qual era la la visibilità degli ebrei fra XII e XIII secolo?
Nella fase (XII-XIII secolo) immediatamente successiva alla Riforma della Chiesa e alla definizione della centralità della figura del Pontefice romano, fase cronologicamente identica a quella della “rivoluzione economica” medievale ossia alla accelerazione della vita economica soprattutto se commerciale e finanziaria, gli ebrei acquistarono una nuova visibilità dal punto di vista dei poteri cristiani. Questo avvenne in conseguenza sia della maggior omogeneità religiosa e politica del mondo cristiano, una omogeneità dipendente dal procedere della cristianizzazione italiana che faceva risaltare la minoranza ebraica sia dal punto di vista religioso che da quello politico e giuridico, sia dell’accelerazione della vita economica dal punto di vista monetario e creditizio oltre che commerciale. In un mondo che stava scoprendo l’economia dei mercati (al centro della quale stavano i rapporti creditizi) come chiave di volta del funzionamento politico e sociale al cui centro stavano gli Enti religiosi cristiani e le città cristiane, la presenza ebraica cominciò ad apparire come un elemento discordante. Un esempio abbastanza chiaro di questo fenomeno è offerto dalla polemica crescente della Chiesa nei confronti degli ebrei che, in seguito alla loro partecipazione alla vita economica dei mercati locali entravano in possesso di beni immobiliari ecclesiastici e che , però, in quanto non cristiani non si ritenevano in dovere di pagare agli Enti ecclesiastici le “decime” ossia le imposte che questi Enti precedentemente percepivano sia in quanto proprietari di questi beni sia in quanto autorità politico-religiose.

Qual era il ruolo degli ebrei nell’economia italiana?
Il ruolo degli ebrei nel mondo economico italiano fra medioevo ed età moderna è stato abbondantemente frainteso dalla storiografia che ha, tutto sommato, accettato come reale lo stereotipo polemico che imputava agli ebrei la gestione esclusiva del prestito a interesse (usura) presentando questa attività di piccolo credito al consumo come attività economica ebraica prevalente se non esclusiva. In realtà un’abbondante documentazione mostra che le attività economiche degli ebrei in tutta Italia furono estremamente diversificate, andando dalla agricoltura, all’artigianato al commercio e che furono in sostanza indistinguibili da quelle cristiane almeno fino alla fondazione dei ghetti nel XVI secolo. Il prestito a interesse esercitato da “banchieri” ebrei in molte città italiane fu affiancato da un prestito a interesse esercitato da “banchieri” cristiani (come i rinomati “Lombardi”, o “Toscani”: i prestatori a usura cristiani provenienti dall’area lombardo-piemontese oppure dall’Italia centrale) e fu in ogni caso assolutamente secondario, dal punto di vista di una storia economica d’Italia, rispetto allo sviluppo della Banca pubblica cristiana originatasi in Italia fra XV e XVI secolo a partire dai Monti di Pietà (ho scritto su questo argomento un libro, “La Banca e il ghetto. Una storia italiana” pubblicato a Roma dalla Casa editrice Laterza nel 2016). Si può dunque affermare che il ruolo degli ebrei nella storia economica italiana fu molto simile a quello dei cristiani appartenenti ai ceti medio-bassi, fu cioè un ruolo, dal punto di vista della storia dello sviluppo economico italiano, fondamentalmente modesto, ossia di gran lunga meno importante di quello egemone giocato dalle élites politiche cristiane (dai banchieri cristiani fiorentini o milanesi, fra cui spiccano i Medici, ai banchieri dei papi). Occorre insomma distinguere gli stereotipi dalla realtà.

Quali erano ruoli sociali, presenza civica e diritti politici degli ebrei?
Fino al XV secolo le comunità ebraiche italiane si autogovernarono in un clima di sostanziale indifferenza da parte dei poteri politici cristiani. Il ruolo politico degli ebrei era quello di appartenenti a una minoranza religiosa (e in un certo senso anche politica) ammessa per motivi religiosi e consuetudinari. La loro condizione civica è stata correttamente definita di semi-cittadinanza ovverossia di cittadinanza a tempo determinato rinnovabile in molte città del centro nord, di cittadinanza piena in altre città (e a Roma), e, al Sud, di sudditanza non discriminata rispetto ai sovrani di Napoli e di Sicilia. Nel XV secolo questa situazione mutò rapidamente in conseguenza del mutare degli equilibri politici ed economici, determinato dalla statalizzazione oligarchica e centralistica della maggior parte degli Stati italiani, dalla crisi europea creatasi in conseguenza del Grande Scisma, e dell’internazionalizzazione dei commerci e del credito che vide l’affermarsi internazionale di alcune grandi case bancarie italiane (cristiane).

In che modo si giunse alle politiche di tolleranza verso gli ebrei?
Nel XVI secolo (fra 1516 e 1555) la fondazione dei ghetti inaugurò una politica di “tolleranza” degli ebrei da parte cristiana, che trasformò profondamente la situazione precedente che era piuttosto una situazione di convivenza seppur non sempre facile. Come è noto, in questa fase alla ghettizzazione centro settentrionale italiana ossia di tolleranza condizionata, si contrappose la netta intolleranza dei regi meridionali che espulsero gli ebrei (su modello spagnolo) fra 1492 e 1510.
La “tolleranza” dei ghetti fu il risultato del mutamento politico-economico di cui si è detto sopra, ma anche dell’avversione per la convivenza ebraico-cristiana sviluppatosi in ambiente ecclesiastico durante il Quattrocento, oltre che del clima politico-religioso determinatosi in seguito alla Riforma protestante nella prima metà del Cinquecento. A partire dalla fase dei ghetti, la condizione ebraica italiana divenne appunto una condizione “tollerata”, ammessa dunque nonostante la sua eccezionalità o l’aberrazione (la non normalità) che essa configurava dal punto di vista cristiano. È in effetti a partire dalla fine del Quattrocento che i giuristi cristiani cominciano a definire l’essere ebrei come un delictum ossia un crimine in se stesso, non punibile (come l’eresia) ma da isolare, circoscrivere e tenere sotto controllo come fosse un morbo di cui si doveva evitare la diffusione.