Professor Landoni, Lei è autore del libro Gli atleti del Duce. La politica sportiva del fascismo 1919-1939 pubblicato per i tipi di Mimesis: quali furono i tratti distintivi della politica sportiva del fascismo?
Gli atleti del Duce. La politica sportiva del fascismo 1919-1939 Enrico LandoniInnovazione, organizzazione, irreggimentazione e ritualizzazione. Sono questi, in estrema sintesi, i fondamentali tratti distintivi della politica sportiva del fascismo, cui in realtà il regime mussoliniano giunse non senza difficoltà, per gradi e dopo almeno un triennio di osservazione. Certo, vi fu già a cavallo tra il 1922 ed il 1923 la conquista del Coni, di cui lo squadrista Aldo Finzi divenne presidente; si assistette poi al fenomeno Bottecchia che, con i suoi exploit alle edizioni 1923 e 1924 del Tour de France, contribuì all’infatuazione sportiva del Paese e all’esplosione del tifo, con tanto di coinvolgimento diretto del duce, primo firmatario di una sottoscrizione promossa dalla Gazzetta dello Sport a favore del ciclista; e ancora, il grande successo dei Giochi Olimpici del 1924, che proprio in quell’occasione divennero autentico fenomeno mondiale, contribuirono ad attirare l’attenzione di Mussolini sul fronte sportivo, convincendolo della necessità di una svolta a riguardo. Ma l’elaborazione di una specifica, complessa, articolata ed organica politica sportiva del fascismo maturò soltanto tra il 1926 ed il 1927, sulla scorta dell’importante lavoro di analisi svolto dalla “Commissione Reale per lo Studio di un Progetto Relativo all’ordinamento dell’Educazione Fisica e della preparazione militare del Paese”, presieduta dal Generale Francesco Saverio Grazioli che, durante la guerra, era stato il responsabile della formazione psico-fisica dei battaglioni d’assalto (arditi).
Conclusi i lavori in poco tempo, durante il 1925, la Commissione Grazioli mise allora il governo Mussolini nella condizione di procedere alla definizione di un disegno organico e di ampio respiro inerente allo sport, orientato in particolare al perseguimento dei seguenti obiettivi:

  1. Mantenimento e valorizzazione della rete storica di club e società sportive, sorte durante l’età liberale;
  2. Sviluppo e perfezionamento del sistema organizzativo basato appunto sulle società affiliate alle diverse federazioni sportive di riferimento;
  3. Creazione di un efficiente centro unico di coordinamento politico-organizzativo dell’attività tecnica svolta dalle Federazioni, individuato dal nascente regime nel Coni, che assunse così il ruolo e la funzione di Federazione delle Federazioni, in stretto raccordo peraltro con il potere politico;
  4. Istituzione di un centro unico di promozione dello sport, con finalità educative, propagandistiche e di irreggimentazione, presso i giovani.

Maturarono così, su queste basi, la decisione di procedere alla liquidazione dell’Ente Nazionale per l’Educazione Fisica (ENEF), rivelatosi inefficace e costoso, e l’atto istitutivo dell’Opera Nazionale Balilla, destinata a diventare un modello di riferimento imitato in tutto il mondo, per quanto attiene alla formazione ginnico-sportiva di nuovi quadri tecnici e all’organizzazione del tempo libero della gioventù. Ma ancora più importante, se possibile, furono la successiva riforma dello Statuto del Coni, che dal 1927 passò alle dipendenze del PNF, nella prospettiva di una sempre più stretta e feconda relazione appunto tra sport e politica, e il varo, sempre ad opera del segretario del Pnf, Augusto Turati, della Carta dello Sport, che agevolava, a prezzi convenienti e calmierati, la pratica e la promozione dello sport presso le masse, enfatizzando la centralità tecnica, organizzativa e di coordinamento del Coni e delle strutture federali da esso dipendenti.
Emerge così in tutta chiarezza il contributo garantito sul fronte dell’organizzazione, che andò di pari passo, in realtà, con l’innovazione, incarnata soprattutto dalle importanti iniziative assunte a Bologna da Leandro Arpinati, cui si devono la costruzione, presso lo stadio del Littoriale, delle prime strutture moderne e all’avanguardia per la pratica dello sport, la nascita della medicina sportiva e la sperimentazione di nuove teorie e tecniche di allenamento, funzionali al miglioramento della performance sportiva.
Quanto poi al tema dell’irreggimentazione, interessanti sono i risultati conseguiti da organizzazioni quali l’ONB e l’Opera Nazionale Dopolavoro, attraverso le quali il regime riuscì ad esercitare un diretto controllo sia sull’educazione delle giovani generazioni sia sul tempo libero dei lavoratori, in qualche modo attirati nell’orbita stessa del regime, per via del grande impegno profuso dai due enti in questione proprio sul fronte dello sport.
Da ultimo, ampie tracce di ritualizzazione dello sport sono individuabili anzitutto nell’interessante processo di genesi e sviluppo del tifo, che proprio durante gli anni del regime giunse alla sua fase più avanzata, sulla scorta di quella mitizzazione dei grandi campioni promossa con grande convinzione dal fascismo; ma anche in quell’aura di sacralità, costruita attorno ai grandi appuntamenti sportivi di rilievo nazionale e internazionale, peraltro seguiti in forma collettiva soprattutto a partire dagli anni Trenta e sotto la guida di Starace, grazie al lancio della radio e al grande sviluppo della stampa sportiva, che conobbe un vero e proprio boom, proprio in questo torno di tempo. Di qui dunque la trasformazione del grande evento sportivo, tra cui anche i Littoriali, riservati all’élite universitaria, o l’inaugurazione stessa, nel 1934, di Via del Circo Massimo, a Roma, con un corteo guidato dai migliori sportivi d’Italia, in un grande rituale collettivo, fortemente condizionato dalla presenza delle grandi folle.

Sotto il regime vi furono le vittorie ai campionati mondiali di calcio del 1934 e del 1938, destinate a rimanere le uniche fino all’Italia di Bearzot: è un segno che il modello funzionava?
La risposta a questa domanda è molto semplice: assolutamente sì. Più complesse e tutte da spiegare restano invece le ragioni del successo, individuabili anzitutto nella qualità del personale selezionato dai vertici del regime e designato alle massime cariche sportive. Basti pensare, con riferimento solo al calcio, al valore di uomini come Vittorio Pozzo, Ottorino Barassi, Francesco Mauro e Giorgio Vaccaro, segretario generale del Coni sotto Starace, suo autentico braccio destro e soprattutto efficientissimo “uomo-macchina” dei Mondiali italiani del 1934. Per la verità sarebbe poi sbagliato dimenticare gli importanti risultati conseguiti dagli atleti azzurri d’Italia anche in altre discipline e in altre occasioni. Penso anzitutto al secondo posto assoluto nel medagliere ottenuto ai Giochi di Los Angeles del 1932, risultato di un perfetto lavoro di preparazione e coordinamento metodologico e organizzativo svolto da Leandro Arpinati, come presidente del Coni, ma anche allo straordinario sviluppo conosciuto dal movimento femminile, a partire dal 1934, allorché Starace decise di rettificare profondamente quell’indirizzo misogino assunto sul fronte dello sport femminile dal Gran Consiglio del Fascismo, a partire dall’ottobre del 1930. In questo quadro meritano allora una particolare citazione  l’oro alle Olimpiadi di Berlino del 1936 vinto da Ondina Valla e agli exploit di Claudia Testoni, relativi in particolare al biennio 1937-38.
Da ultimo, ancora, vanno registrati, gli ottimi risultati ottenuti sul fronte degli sport motoristici, aeronautica compresa, con gli indimenticabili duelli Varzi-Nuvolari, a livello di pugilato, con l’esplosione del fenomeno Carnera, e in ambito ciclistico, grazie all’emergere di una nuova generazione di corridori, guidata dal grandissimo Gino Bartali.

Tra gli atleti, le adesioni all’ideologia fascista erano molto diffuse?
Formalmente tutti i grandi campioni rappresentavano gli ambasciatori del fascismo, in Italia e nel mondo e, proprio in forza di questo ruolo, non potevano che essere ferventi fascisti. In realtà, l’immagine di atleta fascistissimo, perfetto esemplare di quell’uomo nuovo voluto dal fascismo, si attaglia maggiormente ad alcuni atleti, piuttosto che ad altri. Ecco quindi emergere l’immagine dell’irreprensibile campione fascista rappresentata, ad esempio, dal balilla Peppino Meazza e dal pugile Primo Carnera, contrapposta in qualche modo a quella dello sportivo tiepido, scettico, per non dire proprio “afascista”, incarnata invece emblematicamente da Gino Bartali.
L’indimenticato ciclista toscano, con grande coraggio e straordinaria dignità, non volle mai piegarsi infatti alle squallide liturgie autocelebrative del regime,  assumendo in ogni circostanza un contegno sobrio, equilibrato e scevro di retorica, e contribuì inoltre in modo diretto al salvataggio di molti oppositori e di diversi ebrei. Per tutte queste ragioni, nel 1938 il regime rifiutò di concedergli i massimi onori, ovvero la Medaglia d’Oro al Valore Atletico, in occasione della sua vittoria al Tour de France, la corsa ciclistica più difficile e importante al mondo. Poiché egli non incarnava appieno valori, simbologia, retorica e contegno del fascista provetto, il Coni staraciano scelse infatti di concedergli solo la Medaglia d’Argento.

Il modello italiano suscitò l’interesse e l’ammirazione di gran parte dei Paesi europei e degli Stati Uniti
Assolutamente sì, specie Oltreoceano. In occasione delle Olimpiadi del 1932, la delegazione azzurra non solo fu accolta con entusiasmo dai milioni di connazionali emigrati in America anni prima, ma venne ufficialmente ricevuta dal Sindaco di New York e addirittura dal presidente, alla Casa Bianca. Questo la dice lunga sull’ammirazione nutrita nei confronti del regime e dell’Onb in particolare da numerosi componenti dell’establishment statunitense. A riguardo, va ricordato che nel 1931 Bernarr MacFadden, fondatore dell’importante rivista “Physical Culture”, invitò ed ospitò presso il Mac Fadden’s Physical Culture di New York una delegazione di accademisti dell’Onb, peraltro ricevuti alla Casa Bianca dal presidente Hoover, nell’ambito di uno scambio culturale, iniziato l’anno prima con l’entusiastica missione a Roma di una delegazione americana, rimasta estasiata dalle innovative tecniche di allenamento e formazione sperimentate dall’Onb.

In che modo la politica sportiva del regime condizionò il successivo sviluppo dello sport italiano?
Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, i partiti antifascisti si trovarono a guardare con grande preoccupazione e profondo scetticismo alle sorti dello sport italiano. D’altra parte lo sport era stato a tutto gli effetti un instrumentum regni per il regime, aveva cioè rappresentato quel formidabile terminale di propaganda e retorica, funzionale al consolidamento stesso del suo consenso e del suo potere. Nella prospettiva quindi di spezzare questo connubio oggettivamente fruttuoso tra sport e politica, di cui il Coni aveva rappresentato in qualche modo il frutto più interessante, i socialisti in particolare chiesero a Giulio Onesti la liquidazione di questo ente. L’allora commissario liquidatore del Coni si oppose però a questo disegno, giudicandolo devastante e mortale per le sorti dello sport italiano, i cui successi avrebbero potuto concorrere al consolidamento del nuovo ordine democratico del Paese. Di qui la scelta della continuità rispetto agli uomini, ai quadri dirigenti e al modello Coni-Federazioni di impronta fascista, assunta in perfetto accordo soprattutto con Giulio Andreotti e la Dc.
Numerosi dirigenti, responsabili dello straordinario sviluppo dello sport fascista, furono quindi mantenuti ai vertici del movimento sportivo italiano, nel secondo dopoguerra, sulla base di una mera valutazione delle loro competenze tecnico-organizzative. Basti pensare agli emblematici casi di Ottorino Barassi e Bruno Zauli.
La continuità con il passato fascista non riguarda però solo la sopravvivenza, per così dire, di una classe dirigente, ma la stessa impronta con la quale fu plasmato il nostro movimento sportivo. Penso, a questo riguardo, all’assetto organizzativo del Coni e delle Federazioni, ma anche in qualche modo alla tradizione medico-sportiva e metodologica, portata ai fasti dal regime mussoliniano e destinata a fare dell’Italia un Paese sportivamente moderno e all’avanguardia.
Peraltro, questo legame con il passato fascista ha condizionato anche in negativo l’evoluzione complessiva della nostra cultura sportiva, incentrata ad esempio su alcune dinamiche deteriori legate al tifo, sulla sopravvivenza di forti retaggi di passività e violenza nell’approccio allo sport e sull’attribuzione quindi del titolo di sportivi a chi si limita a guardare in televisione o ad ascoltare alla radio, nel quadro di un rituale collettivo, le grandi manifestazioni sportive.
Lo sport sarebbe ed è molto altro: anzitutto è pratica, consapevolezza di sé, immagine di un giusto equilibrio tra corpo e mente. E soprattutto ha regole proprie ed autonome, irriducibili ad altri interessi.

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