Gli anni della pazienza. Bea, l’ecumenismo e il Sant’Uffizio di Pio XII, Saretta MarottaDott.ssa Saretta Marotta, Lei è autrice del libro Gli anni della pazienza. Bea, l’ecumenismo e il Sant’Uffizio di Pio XII edito dal Mulino: a cosa fa riferimento la storiografia con l’espressione «enigma Bea»?
Già per il percorso biografico di Roncalli si applicò a suo tempo la categoria di “enigma”,[1] quasi che si fosse trattato di un inconsapevole parroco di campagna portato improvvisamente al soglio pontificio da un caso della storia e che semplicemente aveva avuto l’umiltà e la santità di considerarsi “un sacco vuoto che si lascia riempire dallo Spirito”, come lui stesso soleva definirsi.[2] In realtà la storiografia ha ben dimostrato la profondità intellettuale e teologica di quel “papa di transizione” che aveva avuto una lunga esperienza come segretario del vescovo riformatore Radini Tedeschi a Bergamo, come delegato apostolico in Bulgaria e poi in Turchia e Grecia, ancora come nunzio apostolico in Francia e infine come patriarca a Venezia.[3]

Anche per Bea si è parlato di “enigma”, mettendo a confronto la potente immagine conciliare di questo cardinale portavoce dello spirito roncalliano e pieno erede delle sue aperture profetiche più profonde («senza Bea il concilio si sarebbe svolto in maniera diversa, e cioè peggiore, come senza papa Giovanni non sarebbe mai iniziato», ebbe a dire uno degli osservatori non cattolici presenti al Vaticano II)[4] con la sua precedente granitica carriera di esegeta “conservatore” negli anni dei papi pii e stretto collaboratore specialmente di papa Pio XII, di cui era stato tra i più ascoltati consiglieri e persino confessore. Come poteva lo stesso uomo essere stato così devoto a Pacelli e alla chiesa preconciliare e poi trasformarsi nell“amico dell’anima”[5] di Giovanni XXIII? In molti sono quindi arrivati a chiedersi se la capacità di adattamento di Bea alle linee dei diversi pontificati non fosse in realtà opportunismo e cioè, come si chiedeva lo storico gesuita Giacomo Martina, «se Bea si sia semplicemente adattato al nuovo corso, passando da una posizione sostanzialmente conservatrice a un’altra diversa, o se il cardinale abbia rivelato idee, tendenze, propositi, presenti in lui da molti anni, ma volutamente messi a tacere».[6] In realtà già a suo tempo qualcuno ha ricondotto la cautela mostrata da Bea nel campo degli studi esegetici – spesso dai contemporanei tacciata di conservatorismo, specie negli anni in cui l’esegeta ricopriva la delicata responsabilità di rettore del Pontificio Istituto Biblico – alle difficoltà di un’epoca di forte censura ecclesiale durante la quale a nessuno era perdonato l’entusiasmo della ricerca.[7] Oggi le interpretazioni permesse dalle nuove acquisizioni documentarie svelano un Bea presumibilmente costretto per lunghi anni a sottomettersi a una prudenza sofferta, che non gli ha impedito tuttavia di esercitare nella discrezione e nel silenzio una cauta influenza nell’ambiente romano (si pensi, oltre al clima interno di cui godevano allievi e docenti del Biblico, tra i maggiori protagonisti del rinnovamento esegetico già durante i pontificati piani, al suo innegabile intervento nella redazione dell’enciclica Divino afflante Spiritu e su molti pronunciamenti della Pontificia commissione biblica nel trentennio precedente al concilio). Quello che emerge dalla ricostruzione offerta nel mio volume è dunque uno spaccato di questi anni “oscuri” e nascosti della biografia di Bea, illuminandoli attraverso una prospettiva nuova che contribuisce a sciogliere quell’enigma storiografico e che alla fine conferma l’intuizione che a suo tempo aveva avuto il benedettino Dom Olivier Rousseau all’indomani della morte del cardinale, quando ne aveva definito l’atteggiamento durante gli anni bui della lotta antimodernista come una «lunga pazienza» che avrebbe dovuto «riservare a più tardi i propri colpi di audacia».[8]

Quali perplessità suscitò, nel giugno del 1960, la nomina da parte di papa Giovanni XXIII del cardinale Augustin Bea a capo del Segretariato per l’unità dei cristiani?
Quando il 5 giugno 1960, col motu proprio Superno dei nutu, Roncalli pose Bea alla guida di quel Segretariato per l’unità dei cristiani su cui si concentravano, tra tutti gli organismi preparatori del Vaticano II, le maggiori attese e speranze di rinnovamento conciliare, tale scelta agli occhi di gran parte dell’opinione pubblica cattolica e non cattolica risultò a tratti deludente: Bea, che come esegeta ed ex rettore del Pontificio Istituto Biblico aveva una solida e riconosciuta fama internazionale affermatasi, più che per guizzi di innovatività, soprattutto per la cauta prudenza, era stato per anni confessore del defunto Pio XII e suo stretto collaboratore, nel gruppo di quel braintrust di gesuiti tedeschi che costituivano il braccio operativo di Pacelli e che spesso sopraffaceva i normali meccanismi di governo della Chiesa attraverso le Congregazioni romane.[9] Per di più, non era noto un interesse ecumenico da parte dell’anziano esegeta, che nelle previsioni di molti era dunque destinato a presiedere il nuovo organismo con passività e scarsa convinzione. Quasi nessuno, eccetto i direttamente coinvolti, era infatti a conoscenza del fatto che fosse stato lo stesso Bea a suggerire al papa l’idea di istituire un organo della curia romana deputato al dialogo con le altre comunità cristiane e alla preparazione conciliare su questi temi. Erano state infatti l’intuizione e la determinazione di Bea a sollecitare l’arcivescovo di Paderborn Lorenz Jaeger – referente della Conferenza episcopale tedesca per l’ecumenismo e a cui per lungo tempo la storiografia ha attribuito la paternità dell’iniziativa, relegando Bea piuttosto al ruolo di partner aggregato alla proposta più per ragioni tattiche che sostanziali[10] – perché presentasse al papa la supplica per l’istituzione di una commissione pontificia “a promozione dell’unità dei cristiani”. Gli sforzi di Bea furono determinanti nell’accompagnare il progetto dalla sua ideazione fino alla concretizzazione finale, intervenendo in prima persona nella stesura dello statuto del nuovo organismo parecchi mesi prima della nomina a suo presidente, nomina che a quel punto divenne una mera formalità.[11] Non è dunque un caso che durante il concistoro pubblico del 30 maggio che aveva esposto ai cardinali il contenuto di Superno dei nutu, quello di Bea fosse stato l’unico nome anticipato da papa Giovanni riguardo alla presidenza delle commissioni che stava per istituire. Ma dell’attività in campo ecumenico del cardinale negli anni precedenti al concilio erano ben pochi ad esserne a conoscenza e in particolare pressoché esclusivamente in ambito germanofono. È quindi comprensibile che ecumenisti come Yves Congar, all’indomani della nomina del giugno 1960, avessero reagito con invincibile scetticismo, non potendo fare a meno di chiedersi quando e «come si fosse avvicinato all’ecumenismo».[12]

Come si articolò l’attività del gesuita nel decennio precedente al concilio, quando era consultore del Sant’Uffizio?
Entrato nel marzo 1949 nella congregazione che tra tutte le altre romane per la sua importanza era detta “Suprema”, Bea ne fu consultore per un decennio, cioè fino alla nomina a cardinale nel 1959, ovvero durante tutto l’ultimo periodo di pontificato di papa Pacelli, del quale Bea stesso era confessore personale dal 1945. I consultori erano padri esperti in varie materie (Bea per l’esegesi, ma c’erano soprattutto canonisti, moralisti e teologi sistematici) che si occupavano di studiare le varie materie sottoposte all’esame della congregazione in modo da aiutare i cardinali che ne erano membri a prendere le proprie decisioni durante la riunione settimanale del mercoledì, che era detta “Feria IV”, ovvero del quarto giorno della settimana partendo dalla domenica. Il papa poi approvava le decisioni dei cardinali nella Feria V, ovvero il giovedì, incontrando in udienza privata l’assessore della congregazione, che allora era Alfredo Ottaviani.[13] I consultori, invece, si riunivano ogni lunedì mattina (Feria II) esaminando le questioni all’ordine del giorno della Feria IV con più di una settimana di anticipo, in modo che uno di loro avesse tempo di preparare una relazione (detto “votum”) che offrisse ai cardinali una panoramica dettagliata dei vari aspetti della questione riassumendo il parere su cui si era espressa la maggioranza dei consultori. A volte i vota presentati alla Feria IV potevano essere più di uno, e questo accadeva quando i consultori non erano riusciti a convergere su una decisione condivisa. Le questioni all’esame del Sant’Uffizio riguardavano perlopiù censure di libri di teologia o esegesi (segnalati alla congregazione romana da variegati delatori, spesso condiocesani dell’accusato), questioni etiche e morali su cui dei vescovi o anche semplici sacerdoti richiamavano l’attenzione di Roma (ad esempio, la contraccezione e i progressi della scienza ginecologica e genetica furono un tema molto studiato durante i pontificati piani)[14] e persino questioni liturgiche (la liceità dell’uso della lingua volgare nella liturgia, istanza che un timido movimento liturgico ai primi passi perorava a gran voce, oppure la liceità dell’utilizzo di un certo tipo di vino e di ostie per la consacrazione data la scarsità di derrate in tempo di guerra). Più spesso, le discussioni interne al Sant’Uffizio erano alla base dello sviluppo di successive encicliche, come l’Humani generis, ad esempio, che nacque dall’esame dello stato della teologia in terra francofona. Durante gli anni della guerra, tuttavia, questioni inedite si erano affacciate all’esame dei cardinali e dei consultori della congregazione, come ad esempio l’uso promiscuo di luoghi di culto da parte di cristiani di confessione diversa, a causa dei bombardamenti che avevano distrutto gran parte delle chiese e dei templi soprattutto in terra tedesca, oppure le prime esperienze di adunanze teologiche o di preghiera interconfessionali. In una parola: l’ecumenismo. Specialmente in Germania il fenomeno ecumenico stava diventando agli occhi di Roma preoccupante, estendendosi a tutti i livelli, da quello pastorale a quello sociale e politico (si pensi al grande esperimento partitico della CDU) e, cosa ancora più allarmante, coinvolgendo ampi strati della popolazione, specialmente semplici fedeli. È naturale dunque che il primo consultore incaricato di analizzare la questione e inviato persino in missione in Germania per riferire sulla situazione fosse uno dei pochi consultori tedeschi della congregazione, il verbita Joseph Grendel. Grendel però riuscì a guadagnarsi la fiducia dei cattolici che in Germania operavano in campo ecumenico, specialmente dei vescovi Lorenz Jaeger e Albert Stohr, e viceversa questi riuscirono a convincerlo della bontà dei propri sforzi e delle proprie iniziative, trasformandolo in un alleato importante nel chiedere a Roma alcune concessioni che permettessero all’ecumenismo cattolico di operare. L’istruzione del Sant’Uffizio Ecclesia Catholica del dicembre 1949, di cui beneficiò a lungo tutto l’ecumenismo cattolico europeo, costituendo la “magna charta” di norme e metodo che ne avrebbe regolato le attività fino al Concilio, è il maggiore risultato di quest’opera di mediazione a firma tutta tedesca.[15] Quando Grendel morì, nel marzo 1951, Jaeger, che era il referente presso la Conferenza episcopale di Fulda per il lavoro in campo ecumenico (detto “Una-Sancta-Arbeit”), dovette trovare in fretta un nuovo interlocutore che potesse raccoglierne l’eredità continuando a fungere per l’ecumenismo cattolico tedesco come un potente avvocato e intercessore presso la congregazione romana. Tra i non molti consultori germanofoni del Sant’Uffizio, forse anche dietro una precedente indicazione di Grendel, la scelta cadde su Augustin Bea, che fino a quel momento, come forse già Grendel prima di lui, non aveva alcuna competenza in campo ecumenico. Fu l’inizio, inconsapevole e con radici lontane, della “preparazione” del futuro cardinale ai compiti del concilio.

In che modo in quegli “anni di pazienza” Augustin Bea maturò le proprie competenze e i contatti in ambito ecumenico?
A partire dall’aprile 1951, periodo in cui entrò in contatto epistolare con Jaeger, Bea cominciò così ad occuparsi sempre più approfonditamente di ecumenismo. All’inizio si trattava di sollecitare una decisione della congregazione in merito a casi di conversione di ex pastori luterani, che chiedevano di essere ammessi al sacerdozio cattolico. Si trattava spesso di pastori sposati, con consorti ancora in vita e a volte con numerosi figli. Il primo episodio, quello relativo al settantacinquenne Rudolf Goethe, ordinato nel dicembre 1951, aveva ricevuto grazie a Grendel la piena approvazione del Sant’Uffizio e lo speciale interessamento del papa. Ma in seguito, per via dello scalpore suscitato nell’opinione pubblica mondiale da questa ordinazione sacerdotale che derogava alla regola del celibato (Goethe fu il primo prete latino della modernità con la moglie ancora in vita, benché fosse stato chiesto ai coniugi di attenersi ad una stretta castità nella condivisa vita matrimoniale), i cardinali del Sant’Uffizio tentarono di bloccare richieste successive riguardanti altri candidati al sacerdozio nella stessa condizione e perorati da diversi vescovi della Germania ma anche dell’Olanda e della Danimarca. Fu Bea, sensibilizzato da Jaeger sulla questione, a rivelarsi determinante per lo “sblocco” di queste istanze, riuscendo a scavalcare i meccanismi decisionali della congregazione del Sant’Uffizio e interessando direttamente Pio XII, che si dimostrò molto comprensivo nei confronti di questi casi personali. Si ebbero così altre sei ordinazioni di questo genere nel decennio precedente al concilio, a partire da quella del quarantenne (e padre di quattro figli) Otto Melchers a Paderborn, la diocesi di Jaeger, nell’agosto 1953.[16]

Successivamente Bea fu sollecitato sempre da Jaeger a sorvegliare l’evoluzione del movimento Una Sancta sviluppatosi in terra tedesca già durante gli anni del Terzo Reich ad opera del sacerdote cattolico Josef Metzger:[17] si trattava di un movimento di “ecumenismo pratico”, che si articolava in gruppi e circoli locali interconfessionali che praticavano la preghiera comune e spesso azioni sociali e caritatevoli condivise. Quando il movimento cominciò a pubblicare anche un proprio periodico che sollecitava il confronto teologico in campo ecumenico tra le diverse confessioni, offrendo i primi risultati di questi scambi ad un largo pubblico (la rivista, chiamata Una-Sancta-Rundbriefe, era stampata in decine di migliaia di copie e circolava in oltre duecento città tedesche), il rischio che il Sant’Uffizio ponesse fine impietosamente all’esperienza spinse Jaeger, che i vescovi tedeschi avevano incaricato di seguire la questione, a chiedere l’aiuto di Bea, perché l’entusiasmo di questo nascente ecumenismo cattolico “di massa” potesse essere arginato e indirizzato su sentieri più monitorati: nel 1954 fu così scelto un monaco benedettino, Thomas Sartory, per porlo alla guida sia del periodico che del movimento, nella speranza che l’autorità ecclesiastica potesse in questo modo avere un tramite più efficace per imporre le proprie direttive al fenomeno.[18]

Tuttavia, al di là delle attività del movimento Una Sancta e dei risultati dei colloqui specialistici condotti dal celebre Jaeger-Stählin-Kreis, il circolo interconfessionale di teologi che si riunivano periodicamente a Paderborn sotto la comune guida del vescovo luterano Stählin e dello stesso Jaeger,[19] Bea cominciò nel corso del decennio ad allargare le proprie competenze in campo ecumenico anche ad iniziative che non riguardavano soltanto il contesto tedesco. Già nel 1952 si rivelò infatti decisivo nell’accompagnare presso le autorità romane il progetto e poi varare la nascita della Conferenza cattolica per le questioni ecumeniche (CCQE), un organismo internazionale guidato dall’olandese Johannes Willebrands – futuro collaboratore di Bea al Segretariato per l’unità dei cristiani e suo successore alla guida dell’organismo dopo la morte del cardinale – che si riprometteva di coordinare gli sforzi dell’ecumenismo cattolico nei diversi paesi europei, mettendo insieme in un fecondo scambio di esperienze le realtà francesi, belghe, svizzere, tedesche, olandesi e svedesi. Di fatto la CCQE costituì un laboratorio di importanza cruciale per le elaborazioni teologiche poi confluite nel lavoro del Segretariato per l’unità dei cristiani durante il concilio: la maggioranza dei membri del Segretariato, tra l’altro, proveniva dalle fila della stessa Conferenza cattolica.[20]

Anche in ragione della sua collaborazione con l’organismo di Willebrands, a partire dal 1957 Bea entrò in contatto diretto persino con alcuni dirigenti del Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC) di Ginevra, tra cui il direttore dell’ufficio studi Hans Heinrich Harms. Va detto che fino al 1960, ovvero fino al momento dell’istituzione del Segretariato per l’unità dei cristiani, non esisteva alcun canale di contatto ufficiale tra Roma e l’organismo ginevrino, ma solo l’intermediazione ufficiosa di alcuni ecumenisti cattolici come appunto Johannes Willebrands e il domenicano Christoph-Jean Dumont. Il fatto che un gesuita romano, esponente della curia vaticana e per giunta membro della congregazione del Sant’Uffizio, intrattenesse regolari rapporti epistolari con alcuni dirigenti di quello stesso movimento ginevrino che Roma si ostinava a non voler riconoscere, costituiva dunque già allora un’anomalia di importanza cruciale per gli sviluppi futuri. Sarà in forza di queste basi che Bea, una volta creato cardinale e posto a capo del Segretariato per l’unità dei cristiani, poté riuscire nell’impresa di mettere in piedi in breve tempo (già nel settembre 1960 il suo primo incontro – segreto – con Wilhelm Adolf Visser’ t Hooft, segretario generale del CEC) quella rete di contatti e relazioni che permise il proficuo lavoro del Segretariato durante la preparazione conciliare, in particolare in vista dell’invito rivolto agli osservatori non cattolici a partecipare al concilio.

A quali fonti ha attinto per il Suo lavoro?
Si è trattato di un’indagine durata molti “anni di pazienza” e condotta soprattutto negli archivi privati dei protagonisti, dato che la documentazione ufficiale relativa al pontificato di Pio XII è stata resa accessibile agli studiosi solo a marzo di quest’anno (e di fatto è ancora tuttora di difficile consultazione, a causa delle misure dovute all’emergenza COVID, come la chiusura forzata degli archivi e la loro riapertura a luglio con ingressi contingentati e a orario ridotto, condizioni fortemente limitanti per la ricerca che purtroppo ci accompagneranno per tutto il 2020 e forse anche oltre). La documentazione principale è stata quindi reperita nell’archivio privato del cardinale, un lascito che Bea stesso nel suo testamento aveva disposto che fosse conservato nella sede della provincia tedesca dei gesuiti a Monaco di Baviera, provincia di cui a suo tempo era stato superiore e dove a suo parere quel materiale sarebbe stato «meglio collocato, conservato e di più utile uso».[21] Si deve dunque alla lungimiranza del cardinale se dal 2008, anno di apertura del fondo alla consultazione degli studiosi, ben 177 scatole del suo archivio, per quasi 30 metri lineari, permettono di ricostruirne l’attività a partire dai primi quaderni di scuola e dalle lettere alla famiglia del giovane novizio, passando per gli appunti di lavoro dell’esegeta, fino alla documentazione e alla corrispondenza negli anni di servizio presso le congregazioni romane.[22] Ed è proprio la corrispondenza epistolare con i suoi numerosi interlocutori (tra i 300 e i 400 scambi ogni anno), corrispondenza che l’archivio di Monaco conserva integralmente per il periodo che va dalla fine del rettorato al Biblico (1949) all’inizio della preparazione conciliare (1960), che si è rivelata una risorsa di importanza straordinaria per la ricostruzione storica dell’operato del futuro cardinale nel decennio precedente al Vaticano II. Pur non trattandosi infatti di materiale proveniente dagli uffici vaticani, lo studio sistematico di tali scambi epistolari ha comunque permesso di ricostruire indirettamente l’attività di Bea in quel periodo, attraverso l’analisi del progressivo consolidamento nel gesuita di una comprovata esperienza e diffusa rete di relazioni nel campo dell’ecumenismo cattolico mitteleuropeo degli anni Cinquanta. Questa documentazione è stata naturalmente confrontata e integrata dal materiale proveniente da altri archivi privati in tutta Europa, appartenente agli altri protagonisti di questi sforzi. Il risultato di questo paziente lavoro di collazione ha permesso una ricostruzione poderosa che le ricerche recenti che ho potuto condurre negli archivi da poco aperti di Pio XII, specialmente quello del Sant’Uffizio, finora non hanno fatto che confermare fin nel dettaglio. In appendice al libro parte di questa documentazione, anche relativa ad anni precedenti rispetto al decennio preso direttamente in esame dall’opera, è riportata in lingua originale: si tratta di una scelta che ha inteso mettere a disposizione degli studiosi materiale d’archivio finora inedito d’importanza notevole per le ricerche attualmente in corso sul pontificato di Pio XII. Tra questi documenti, uno dei materiali più importanti è la corrispondenza tra Augustin Bea e il vescovo di Paderborn Lorenz Jaeger, pubblicata in lingua originale e integralmente per gli anni 1951-1960 mettendo insieme i ritrovamenti provenienti da vari archivi: si tratta di materiale prezioso per gli storici, alla luce tra l’altro dei diversi cantieri attivi in Germania e in Belgio che hanno da poco avviato lo studio delle attività dell’ecumenismo cattolico europeo in quel decennio. Il mio auspicio nel pubblicarlo è dunque quello che attraverso il mio volume nuove ricerche in questo campo possano essere incoraggiate e che la ricostruzione che ho offerto possa costituire un riferimento per gli studi per molti anni a venire.

Saretta Marotta, dottore di ricerca in Storia contemporanea, si è formata presso La Sapienza Università di Roma, l’Università di Modena e Reggio Emilia e la Ludwig-Maximilians-Universität di München. Già membro della Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII di Bologna, attualmente è ricercatrice in Storia della chiesa e della teologia presso la Katholieke Universiteit di Leuven.

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[1] R. Rouquette, Le mystère Roncalli, in «Études» 318 (1963), pp. 4-18.

[2] L. Capovilla, Papa Giovanni, segno dei tempi, Cinisello Balsamo 1967, p. 51

[3] Sull’opzione per il “mistero” come scorciatoia risolutiva del quesito storiografico intorno alla figura di Roncalli, cf. A. Melloni, Papa Giovanni. Un cristiano e il suo concilio, Torino 2009, pp. 5-45.

[4] J.C. Hampe, Kardinal Bea: seine Wirkung durch sein Wesen, in M. Buchmüller (hg.), Augustin Kardinal Bea: Wegbereiter der Einheit, Augsburg 1971, p. 357.

[5] Così lo considerava papa Giovanni secondo il suo segretario Loris Capovilla, come testimoniò in una lettera da quest’ultimo scritta a Stjepan Schmidt, segretario e biografo di Bea, il 20 gennaio 1975. Cf. S. Schmidt, Agostino Bea: il cardinale dell’unità, Roma 1987, pp. 878-879.

[6] G. Martina, a novant’anni dalla fondazione del Pontificio istituto biblico, in «Archivum Historiae Pontificiae», 37 (1999), pp. 129-160.

[7] Emblematica per Bea era stata in particolare la vicenda del gesuita Franz Hummelauer (1842-1914), uno dei pionieri del metodo storico-critico e della teoria dei “generi letterari”, le cui opere erano state messe all’Indice e che identificava tra i principali responsabili dei decreti restrittivi emanati tra il 1905 e il 1921 dalla Pontificia commissione biblica (di cui pure Hummelauer era stato consultore dal 1903 al 1908): «Bea mi ha fatto notare più di una volta come […] il suo confratello Franz de Hummelauer […] provocando una forte reazione in contrario, anziché promuovere la ricerca in concreto, l’avesse piuttosto bloccata per decenni», Schmidt, Agostino Bea, cit., p. 122.

[8] O. Rousseau, Une longue patience: le cardinal Augustin Bea, in «Informations catholiques internationales» 325 (1968), 1 dicembre 1968, pp. 4-5.

[9] A. Von TeuffenBach, Der Einfluss der Jesuiten der Päpstlichen Universität Gregoriana auf Papst Pius XII., in Katholische Theologie im Nationalsozialismus, a cura di D. Burkard e W. Weiss, vol. I/2, Würzburg 2011, pp. 395-440.

[10] in particolare: H. Bacht, Kardinal Bea: Wegbereiter der Einheit, in «Catholica», 35 (1981) 3, pp. 173-188 e K. Wittstadt, Die Verdienste des Paderborner Erzbischofs Lorenz Jaeger um die Errichtung des Einheitssekretariats, in J. schreiner e k. Wittstadt (Hg.), Communio Sanctorum. Einheit der Christen, Einheit der Kirche. Würzburg 1988, pp. 181-203

[11] Per la ricostruzione dei passi della proposta si veda il mio S. Marotta, Augustin Bea e la nascita del Segretariato per l’Unità dei cristiani, in «Archivum Historiae Pontificiae», 52 (2018), pp. 57-85.

[12] Y. Congar, Diario del Concilio, vol. I, Cinisello Balsamo 2005, p. 133.

[13] Sul regolamento della Congregazione cf. F. Castelli, La “Lex et Ordo S. Congregationis S. Officii” del 1911 e le edizioni del 1916 e del 1917, in «Rivista di storia della chiesa in Italia», 66 (2012), 1, pp. 115-154, in particolare pp. 124-126.

[14] L. Pozzi, La Chiesa cattolica e la sessualità coniugale: l’enciclica Casti connubii, in «Contemporanea», 3 (2014), pp. 387-412.

[15] Le radici dei pronunciamenti del Sant’Uffizio in materia ecumenica del 1948 e del 1949 e il conseguente ruolo di Grendel quale intercessore dell’ecumenismo tedesco in quegli anni sono ampiamente analizzate nel primo capitolo del mio volume.

[16] Sul caso Goethe si vedano le memorie autobiografiche: R. Goethe, Die Offene Tür, in K. Hardt, Bekenntnis zur katholischen Kirche, Würzburg 1955, pp. 117-165. Sulle implicazioni canonistiche del fenomeno cf. R. Puza, Viri uxorati – viri probati. Kanonistisch-historische Überlegungen, in «Theologische Quartalschrift», 172 (1992), pp. 16-23.

[17] Tra l’ampia bibliografia su di lui, si cita qui fra tutti: L. Swidler, Bloodwitness for Peace and Unity. The Life of Max Josef Metzger, Philadelphia 1977.

[18] Ho ricostruito l’intervento di Bea in questo campo anche in S. Marotta, Ökumene von Unten’: Augustin Bea di fronte alle attività del movimento ‘Una Sancta’ in «Cristianesimo nella storia» 37 (2016), 3, pp. 541-611.

[19] B. Schwahn, Der Ökumenische Arbeitskreis evangelischer und katholischer Theologen von 1946 bis 1975, Göttingen 1996.

[20] Su questa esperienza cf. M. Velati, Una difficile transizione: il cattolicesimo tra unionismo ed ecumenismo (1952-1964), Bologna 1996 e il più recente P. De Mey-S. Marotta, The Catholic Conference for Ecumenical Questions, in A History of the Desire for Christian Unity. Ecumenism in the Churches 19th-21st Century, dir. A. Melloni, vol. II, Leiden, in corso di pubblicazione.

[21] Testamento di Augustin Bea, 18 luglio 1965, ufficio legale del Governatorato, Città del Vaticano.

[22] Esiste comunque un fondo Bea anche tra gli “spogli dei cardinali di curia” dell’Archivio apostolico vaticano e di cui per il momento è consultabile solo una piccola parte relativa agli anni di concilio. Cf. S. Pagano, Riflessioni sulle fonti archivistiche del concilio Vaticano II. In margine ad una recente pubblicazione, in «Cristianesimo nella storia», 23 (2002), pp. 775-812, in partic. 782-798.

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