“Gli adolescenti e la Rete” di Barbara Volpi

Prof.ssa Barbara Volpi, Lei è autrice del libro Gli adolescenti e la Rete edito da Carocci: quale significato assume la Rete in adolescenza?
Gli adolescenti e la Rete, Barbara VolpiOggi gli adolescenti vivono il loro debutto nella società dei grandi su due fronti: il fronte del mondo reale e il fronte di quello virtuale che è strettamente connesso a quello del vissuto quotidiano di tutti giorni. Uno spazio integrato, una semiosfera nell’accezione di Lotman, o una bolla di vetro in cui ci si rispecchia e si osserva l’altro dietro il muro difensivo dello schermo e si cresce in fretta in una società dove vige l’imperativo dell’esserci, di occupare lo spazio, di segnarlo in modo caratteristico e singolare seguendo l’onda dell’apparire e del controllare l’altro per cercare di strutturare in tempi rapidi ed innovativi un sé in via di definizione e potenzialmente di espansione. Il Digito ergo sum che sembra il leit motiv dominante per tanti adolescenti è tuttavia un agito inconsapevole e pericoloso per lo sviluppo del sé giovanile se non sostenuto dall’ancoraggio del pensiero, della riflessione, della mentalizzazione affettiva che si cementa nelle relazioni interpersonali vìs a vìs. Si cercano consensi, suggerimenti, indicazioni, connessioni in una dimensione gruppale infinita in ci si è sempre in contatto con l’altro e mai da soli potenziando quel senso naturale di gloriosità giovanile e rischiando di cadere nella trappola della rete se il contatto con il gruppo rimane solo ed esclusivamente virtuale. Il muro difensivo dello schermo che può essere oggi un timido volano per aprire la propria finestra nel mondo può trasformarsi nel caso di fragilità identitarie in una vera e propria gabbia di vetro che oscura l’apertura verso il sociale e porta tanti adolescenti a cavalcare l’onda dell’illusorietà della rete per poi frantumarsi nel gioco degli specchi dei social o nel rifugio nell’attività ludica che allontana pensieri e permette di dissociarsi dalla realtà. Le nuove forme di patologie web mediate mettono in evidenza i due elementi chiave della fragilità del sé e della dissociazione come dimensioni psichiche chiave che contraddistinguono un uso adeguato della tecnologia da un uso patologico. Si sta tutti insieme nel web, ci si stringe in connessioni reticolari che possono supportano il sé ma nello stesso tempo possono trasformarsi in potenziali pericoli ai danni di un sé in via di formazione che non ha l’ancoraggio affettivo di una solida base sicura che lo sostiene anche e soprattutto nell’esplorazione degli ambienti digitali. Così come le famiglie si prendono cura e sostengono il bambino nel cammino verso il mondo esterno in termini di sensibilità affettiva, riconoscimento dei rischi e dei pericoli, oggi occorre sin da piccoli strutturare un percorso di educazione alla tecnologia che agisca da base sicura digitale dall’infanzia fino all’adolescenza per prevenire il disagio in rete e strutturare quello che definisco il benessere digitale che permette di strutturare ambienti di sperimentazione e-life sani ed eticamente valoriali.

Quali sono i più diffusi modelli di attaccamento nel Web?
I modelli di attaccamento nella popolazione sono sempre gli stessi. Non cambiano in relazione all’utilizzo della tecnologia dato che si strutturano nell’ambiente familiare nei primi due anni di vita. Quello che la teoria dell’attaccamento che è la corrente teorica principale della moderna psicologia del XX e oggi del XXI secolo, evidenza a livello sperimentale, supportato oggi dal contributo delle neuroscienze è che le rappresentazioni mentali delle relazioni con le proprie figure di attaccamento nell’infanzia permettono di agire in modo sicuro on non sicuro nell’esplorazione del mondo esterno. Mondo esterno che oggi è mondo e-life, in cui l’interfaccia reale e virtuale è interconnessa ed ibrida, e che viene vissuto in modo specifico in base alla sicurezza o insicurezza delle relazioni significative che fanno da trampolino di lancio per quel debutto in società di cui si parlava prima. Se ho avuto relazioni affettive che mi hanno sostenuto, hanno compreso i miei bisogni affettivi e hanno risposto in modo coerente e significativo alle mie richieste di cura e conforto allora l’esplorazione del mondo digitale avverrà su sentieri e fiducia nell’altro e nella considerazione generale che il ruolo della base sicura in adolescenza è quello di attesa, in caso di pericolo l’adolescente sa di poter tornare indietro alla ricerca di quella cura e di quel conforto di cui si ha bisogno quando il sistema di attaccamento viene sottoposto a condizioni di vita stressanti. La sicurezza affettiva nelle relazioni familiari è il più potente parental control che si conosca. Viceversa l’attaccamento insicuro nelle varie tipologie espressive rappresenta oggi un limite significativo per l’esplorazione in rete in relazione alla rappresentazione di se stessi e l’altro che nel web si amplificano nelle loro dimensioni di incoerenza e fragilità. Nel testo ho evidenziato come le diverse tipologie dell’attaccamento insicuro possano portare a condotte tecnologiche specifiche, soprattutto nella fascia adolescenziale che mette in evidenza il bilancio affettivo dell’infanzia, che si direzionano in modo significativo sulle dimensioni del controllo dell’altro e sulla fuga dalla realtà allo scopo di fronteggiare quelle buche psichiche affettive precarie che agiscono da buchi neri per la costruzione di relazioni interpersonali significative. Il mondo dei social e del gioco sono in questi casi agganci per evitare crolli del sé che alla lunga se la spirale discendente non viene bloccata da un aggancio affettivo reale fa correre il rischio di perdersi nella rete. Per questo che di nuovo tengo a sottolineare che non è l’uso dello strumento che fa male ma la solitudine affettiva in famiglia. Un bambino di pochi mesi con il tablet in mano è il primo e più significativo errore digitale che la screen education in famiglia deve saper cogliere e riparare a livello preventivo nella collaborazione etica di una società educante e formativa che si prende cura dei giovani e delle nuove generazioni per dirla con Stiegler.

Quale impatto ha la rivoluzione digitale sullo sviluppo del cervello?
La rivoluzione digitale ha cambiato profondamente e in modo imprevisto ogni area del vivere quotidiano. Da quella lavorativa, a quella relazionale, da quella ludica, a quella sessuale, da quella cognitiva e dell’apprendimento generando un vero e proprio cambiamento antropologico di cui solo oggi iniziamo a vedere gli effetti. Un cambiamento mentale vero e proprio che grazie al contributo delle neuroscienze possiamo fotografare e che mettono in evidenza concetti cardine come la plasticità cerebrale e il ruolo dei neuroni specchio che scientificamente dirigono la nostra interpretazione degli effetti della rivoluzione digitale sullo sviluppo cerebrale. Il cervello è plastico, e le vie neuronali che vengono più attivate nel corso delle esperienze sono quelle che struttureranno l’architettura cerebrale che si plasma e prende forma nelle relazioni interpersonali con l’altro e non con le interfacce digitali.

L’esposizione giornaliera alle tecnologie avanzate quali computer, smartphone, videogame, social network, motori di ricerca produce cambiamenti nelle strutture cerebrali e nel rilascio di neurotrasmettitori, rafforzando gradatamente nuovi circuiti neuronali e indebolendo quelli esistenti. Di nuovo il monito derivato dalle neuroscienze che ho approfondito in modo dettagliato nel testo è quello di permettere alla mente assorbente del bambino di potersi sviluppare nella sua massima espressione relazionale e solo dopo aver raggiunto le tappe evolutive socio affettive si può permettere al cervello di integrare il quid strumentale nella modalità d’azione insieme al genitore e mai da soli.

Quali evidenze empiriche si hanno dell’abuso del Web?
Il DSM5 non ha inserito la dipendenza da internet come patologia ma nella sezione 3 ha chiesto alla comunità scientifica di avviare un percorso di ricerca ed approfondimento sul tema. Seguendo questa direttiva le tecniche non invasive delle neuroscienze integrandosi con la visione della prospettiva psicodinamica delle dipendenze soprattutto quelle comportamentali hanno permesso una comprensione multidimensionale del fenomeno. Gli elementi chiave messi in primo piano sono il minor controllo della corteccia prefrontale, il ruolo del sistema dopaminergico della ricompensa, il ruolo del sistema limbico che si può tradurre operativamente nell’analfabetismo emotivo che caratterizza tanti agiti compulsivi e coatti di giovani che abusano della rete ritirandosi socialmente come nel caso degli Hikikomori.

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Come agisce Google sulla memoria?
Google è oggi il nostro archivio mentale più significativo. Non memorizziamo più numeri di telefono ma li affidiamo alla rubrica del nostro smartphone, così come le immagini, le foto che segnano momenti importanti, gli appunti, i pdf del nostro lavoro. Gli strumenti digitali sono efficienti, più organizzati di noi, hanno memoria e tengono tutto ordinato. Ma c’è un ma, come esseri umani dobbiamo attivare e mantenere vivo il nostro livello di attenzione, per fare delle scelte, per pianificare e per monitorare il nostro apprendimento altrimenti corriamo il rischio di essere condotti dall’algoritmo delle applicazioni digitali e di perdere lucidità mentale e potenziamento cognitivo. La memoria di lavoro, un particolare tipo di memoria a breve termine, riveste un ruolo molto significativo sia nel trasferimento di informazioni tra i due magazzini mnemonici, sia nella creazione del nostro bagaglio di conoscenze. Dato che la memoria di lavoro può contenere soltanto una piccolissima quantità di informazioni e il sovraccarico cognitivo del Web, con il connesso multitasking, permette sì di allenare la mente ma senza concentrazione e approfondimento, le labili tracce mnestiche si dissolvono nel tapping frenetico, aumentando in tal modo la distrazione e spostando incessantemente il livello di attenzione su una convergenza di informazioni che distoglie l’attenzione e non permette di sedimentare l’apprendimento.

Quali aree di sperimentazione del Sé vengono coinvolte nel Web?
L’area sociale, l’area ludica, l’area sessuale e l’area cognitiva in un rimando incessante e multifocalizzato di attività multitasking che devono dialogare tra loro in modo coerente ed affettivamente stabile. In adolescenza questo è difficile ma il supporto affettivo della famiglia che agisce come guida di consapevolezza affettiva e prefrontale per citare la Crone serve ad armonizzare quello che accade nella testa degli adolescenti dando linfa vitale al processo di trasformazione da bruco a farfalla.

Cos’è l’Internet Addiction Disorder e come si riconosce?
L’Internet Addiction Disorder non è altro che la perdita del sé nei meandri della rete. Una rete che si trasforma nell’esemplificativa metafora di Nicolas Carr in una Gabbia di vetro che cattura il sé e blocca in adolescenza il suo processo di trasformazione ed espansione. Senza entrare nelle varie dimensioni esemplicative che sono tratteggiate in modo specifico nel testo, quel che mi preme segnalare qui è l’attenzione sul confine tra un uso adeguato e normale della tecnologia in linea con i tempi moderni ed un abuso in termini patologici. Ancora troppo spesso questo livello discriminativo non viene considerato e si tende anche in. Famiglia o nella scuola a dare etichette forvianti di patologia quando in realtà l’uso della rete e dei device nella maggior parte dei casi è nella norma. Non è la quantità ma la modalità e la qualità dell’uso a definire la patologia. La metafora della gabbia di vetro che isola, rinchiude, e si può frantumare, spargendo cristalli del sé è la chiave di comprensione più intuitiva in questa sede. Per un approfondimento rimando alla lettura del testo.

In che modo è possibile impostare una corretta educazione digitale?
Ancora oggi la maggior parte della popolazione italiana non è a conoscenza delle linee guida per una corretta educazione digitale che parte dalla nascita fino ai 18 anni di età. Occorre impostare un vero e proprio percorso di alfabetizzazione digitale che sostenga la famiglia nell’acquisizione della base sicura digitale in stretta connessione con le agenzie educative e con la Scuola. Una vera e propria grammatica del digitale per dirla con Gianni Rodari che parta dalla lettera A come indicato nel testo: Accompagnamento, Alternanza, Autoregolazione, Ascolto e via a seguire per permettere all’adolescente di volare in alto verso il raggiungimento dei propri obiettivi.

Barbara Volpi, psicologa, psicoterapeuta, PhD in Psicologia Dinamica e Clinica, collabora con il Dipartimento di Psicologia dinamica e clinica della Sapienza – Università di Roma, è docente al Master di II livello sul Family Home Visiting, presso il Dipartimento di Psicologia Dinamica e Clinica della Sapienza – Università di Roma e presso l’Accademia di Psicoterapia Psicoanalitica [SAPP] di Roma. È membro dell’Italian Scientific Community on Addiction della Presidenza del Consiglio dei Ministri-Dipartimento Politiche Antidroga e Socio Fondatore della SIRCIP [Società Italiana di Clinica, Ricerca ed Intervento sulla Perinatalità). È autrice di numerose pubblicazioni e articoli di ricerca, e interventi sul tema dell’Educazione Digitale che diffonde in tutto il territorio nazionale. Collabora come esperta per Samsung Education e numerose aziende che si occupano di digitale. Segue la rubrica bambini digitali su Key4Biz e il blog Fermiamoci un attimo sulle pagine di Ubiminor. Tra le sue ultime pubblicazioni segnaliamo: Gli adolescenti e la rete (Carocci, 2014. Seconda edizione 2021), Che cos’è la cooking Therapy (Carocci, 2020), per il Mulino Family Home Visiting (con R. Tambelli, 2015), Genitori digitali. Crescere i propri figli nell’era di internet (2017), Docenti Digitali. Insegnare e sviluppare nuove competenze nell’era di Internet, (2021).

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