“Giuseppe Dossetti. La politica come missione” di Luigi Giorgi

Dott. Luigi Giorgi, Lei è autore del libro Giuseppe Dossetti. La politica come missione, edito da Carocci: che rilevanza ha avuto, per la storia dell’Italia repubblicana, la figura di Giuseppe Dossetti?
Giuseppe Dossetti. La politica come missione, Luigi GiorgiÈ stato uno dei protagonisti della nostra storia, e non solo. L’ha attraversata, con impegno, originalità e profondità di pensiero, nei suoi momenti cruciali. Dal fascismo alla Resistenza, in cui fu capo partigiano; dall’Assemblea costituente dove spiccò per preparazione e acume politico ai vertici della Dc del centrismo di cui coordinò lo sforzo riformatore (Riforma agraria e Cassa per il Mezzogiorno ad esempio). Fino al Concilio Vaticano II dove si spese per una Chiesa povera e messaggera di pace (in questo collaborò molto con il cardinal Lercaro). Fu consigliere comunale e Bologna sfidando Dozza, il sindaco della ricostruzione, su un terreno progettuale avanzato. Infine, curò da vero padre la Famiglia monastica da lui fondata, impegnandosi per la pace e il dialogo sul limes difficile del Medio Oriente e, in seguito, spendendo gli ultimi anni nella difesa, che ebbe caratteri anche di promozione, della Costituzione, intesa come patto fondante per una società giusta e attenta verso i più bisognosi.

Quale visione politica lo animava?
Innanzitutto, egli riteneva che la politica fosse servizio, da qui anche il titolo del libro dove missione vuole indicare questo intento. E cioè che la pratica politica nei suoi contrasti e possibilità, non dovesse cedere ad utilità personali o particolari, ma dovesse essere in grado di promuovere l’interesse comune. Non riteneva, dirà negli anni ’90, che potesse diventare un “mestiere”, perché così sarebbe stata possibile ogni degenerazione. Ha utilizzato spesso, per indicare il fine del suo impegno politico, il termine “democrazia sostanziale”, nel quale individuava l’ambito in cui coniugare forme e contenuto, sociale e istituzionale, della partecipazione democratica, cosciente e il più possibile informata, dei cittadini. A Bologna formulando il suo programma amministrativo (il Libro bianco) si spese perché il “conoscere” fosse basilare per “deliberare”

Come si svolse la formazione del politico democristiano?
La sua è stata definita una “formazione aperta”, in quanto in grado, in forza di una intelligenza non comune, di cogliere gli stimoli provenienti dalle varie esperienze che fece. Di certo fu una formazione che unì, come ho cercato di indicare nel libro, l’oratorio dei giovani reggiani più poveri, tramite il contatto con don Torreggiani, e l’accademia, attraverso l’esperienza milanese nell’Università cattolica di padre Gemelli. Dossetti poi negli anni insisterà molto soprattutto sulla prima e su quella maturata a Cavriago dove, dirà, di aver potuto fare esperienza dell’“università della vita”. Non va dimenticato il rapporto con la madre che lo accompagnò nel suo percorso di fede e di attenzione verso i ceti più svantaggiati.

In che modo Dossetti partecipò alla Resistenza?
Fu protagonista anche in questo campo, oltretutto nel difficile, per i cattolici, contesto reggiano. Sarà capo partigiano come presidente del CLN provinciale di Reggio Emilia. Avrà la particolarità di condurre la lotta di Liberazione disarmato, scelta che fecero altri protagonisti come Benigno Zaccagnini. In quella fase, che visse con il fratello Ermanno anch’egli partigiano, il suo impegno sarà di dura contrapposizione al nemico nazi-fascista e, allo stesso tempo, di perplessità manifesta verso alcune operazioni dei nuclei partigiani appartenenti soprattutto alla sinistra. In quanto riteneva che alcuni eccessi che si manifestarono già nella guerra partigiana non fossero funzionali e utili alla stessa lotta.

Come si sviluppò la sua militanza nella Democrazia cristiana?
Fu scelto per la sua giovane età e per la sua esperienza nella Resistenza. Bisogna dire che aveva manifestato delle iniziali perplessità sulla formazione di una forza politica che si presentasse come espressione dei cattolici con il rischio di coinvolgere la Chiesa in un discorso “di parte”. Superate questi dubbi fu tra i protagonisti della vita di partito, gestendo dapprima l’ufficio della Spes (che si occupava della propaganda democristiana) e poi, per due volte, ricoprendo la vicesegreteria nazionale, nonché, nella seconda occasione, anche il ruolo di coordinatore dei gruppi parlamentari. Fu un impegno condotto con zelo, nel quale si registrarono anche diverse, e profonde, dissonanze con De Gasperi. Un disaccordo che emerse più volte e che difficilmente, pur nel rispetto e nella stima reciproca, e in presenza di punti di contatto, si ricompose definitivamente. In esso si scontavano le differenze generazionali, quelle esperienziali e ultime, ma non secondarie, quelle propriamente politiche sul ruolo dei cattolici nella ricostruzione dello spazio democratico italiano e sullo stesso compito che spettava ad un partito dei cattolici al potere (parafrasando il famoso libro di Baget Bozzo). Nonché sui rapporti e la dialettica necessaria fra governo e partito, fra esecutivo e legislativo.

Come maturò, in Dossetti, la scelta religiosa?
La vocazione ad un cammino religioso fu sempre presente – un cantus firmus ha scritto il nipote don Giuseppe Dossetti jr – magari con diverse tonalità durante le quali era in qualche misura sovrastato dalle incombenze della quotidianità. Ma fu sempre cosciente, nelle sue connessioni più intime, che la scelta che lo aspettava, in qualche modo, era quella religiosa. Preferenza che si concretizzerà, se così si può dire, negli anni Cinquanta, dopo diversi passaggi, al termine dell’esperienza in Consiglio comunale a Bologna, dopo le elezioni del ‘56. E che può trovare il suo punto di partenza e, allo stesso tempo, il suo compendio, nella Piccola Regola che ancora oggi guida la vita della Piccola Famiglia dell’Annunziata, la famiglia monastica da lui fondata.

Quale legame lo univa a Bologna?
Un legame molto forte il cui suggello spirituale fu individuato, dallo stesso Dossetti, con l’entrata del Cardinal Lercaro come Arcivescovo della città proprio nel giorno in cui veniva a mancare il padre Luigi. La città diverrà, inoltre, sede del Centro di documentazione, oggi Fondazione per le Scienze religiose Giovanni XXIII, da lui voluto come luogo di impegno e approfondimento, condotto da laici, sulla storia della Chiesa, soprattutto delle fasi conciliari. La città delle due torri lo vide impegnato nel ’56, anche nelle amministrative contro il sindaco comunista Dozza. Un impegno da lui non cercato, ma accettato per obbedienza alla richiesta del Cardinal Lercaro, nel quale immaginò uno sviluppo articolato della città in grado di avvicinare attraverso la costituzione di quartieri organici (su stimolo di Achille Ardigò, fra i suoi collaboratori), i moderni municipi, l’amministratore e l’amministrato.

Come si svolse il suo impegno in difesa della Costituzione?
Si spese molto in tal senso. Il suo non fu però un moto di semplice difesa. Ma fu un’azione di salvaguardia attiva e dinamica nel corso della quale individuò nel testo della Costituzione, con il rigore logico e istituzionale proprio della sua preparazione di studioso di diritto e con l’intelligenza prospettica tutta storico-politica di cui era capace, non solo un insieme di norme ma un vero patto fondativo del paese indirizzato verso il bene comune e l’unità nazionale. Egli era preoccupato che i tentativi di riforma, soprattutto paventati dal centrodestra che aveva vinto le elezioni, fatti in modo improprio, non secondo, oltretutto, le procedure vigenti, avrebbero portato ad una soluzione non consona alla storia del paese, ad intaccare gli stessi principi fondamentali della Carta e, finanche, in una stagione in cui la progressiva dissoluzione del blocco sovietico aveva fatto rinascere rivalità e divisioni etnico-nazionalistiche, alla frammentazione del paese.

Qual è l’eredita di Giuseppe Dossetti?
È un’eredità forte e profonda, che si può leggere sotto molteplici aspetti, ma secondo un punto fermo che è quello della testimonianza nella storia del cristiano secondo il Vangelo. E per tale motivo di un impegno religioso non avulso dalla storia stessa, dai suoi accadimenti e dalle sue necessità. Né fermo in pose identitarie ed esclusive. Come dirà durante il discorso dell’Archiginnasio, si trattava di un impegno nella storia, non quella cronachistica frantumata dalla piccola polemica quotidiana, ma verso la grande storia che individuava nei più bisognosi, nei più poveri, in quelli che definì appunto i “senza storia”

Luigi Giorgi è il Coordinatore delle attività culturali dell’Istituto Luigi Sturzo. È socio della Società italiana per lo studio della storia contemporanea e della Società italiana di storia dello sport. Ha lavorato come collaboratore parlamentare prima alla Camera dei deputati e in seguito al Senato della Repubblica. Ha scritto diverse monografie e saggi su Dossetti, sulla storia dell’Italia contemporanea e su quella del movimento cattolico. Collabora inoltre con riviste di storia e di attualità culturale.

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