“Giuseppe Cοnte. Il carattere di una politica” di Rita Bruschi e Gregorio De Paola

Dott.ri Rita Bruschi e Gregorio De Paola, Voi siete autori del libro Giuseppe Cοnte. Il carattere di una politica pubblicato da Edizioni ETS. Giuseppe Cοnte, un giurista prestato alla politica, si è trovato a fronteggiare la più grave calamità dal secondo dopoguerra; come scrivete nel libro: «che uno sconosciuto raggiunga la sua posizione, la sappia mantenere nonostante le oggettive difficoltà, e riesca addirittura a riorientare l’intero campo politico, è un fatto talmente insolito che i correnti mezzi di informazione tuttora si interrogano sul profilo di questo singolare personaggio, che peraltro ottiene fra la popolazione indici di gradimento costantemente considerevoli». Che uomo è Giuseppe Conte?

Giuseppe Conte. Il carattere di una politica, Rita Bruschi, Gregorio De PaolaLa domanda è esigente, ma del tutto pertinente, anche in considerazione del fatto che, non avendo alle spalle appartenenze politiche o prese di posizioni pubbliche, il suo profilo rischiava, come in effetti è avvenuto, di essere ignorato, frainteso o snaturato. La risposta può apparire pretenziosa, ma ci sentiamo di tentarla confortati dall’analisi che abbiamo condotto su tutti i documenti disponibili in rete da quando Conte è apparso sulla scena pubblica[1] fino alla fine del Conte II, e su alcune delle sue principali pubblicazioni non strettamente specialistiche, fra cui il libro uscito cinque mesi prima di assumere l’incarico di Presidente del Consiglio: L’impresa responsabile (Giuffrè, Milano 2018). Pensiamo di aver dimostrato con buoni argomenti che un concetto chiave della sua personalità e del suo pensiero è appunto la responsabilità, la quale ha evidenti ricadute sul suo operato e sul suo modo di intenderlo.

Abbiamo voluto indagare come fosse vissuto il rapporto con il potere, sia da un punto di vista interiore che nelle scelte concrete compiute e nei loro effetti, da parte di un esponente della società civile – un cittadino sconosciuto ai più, privo di precedenti esperienze politiche, certo non sprovvisto di strumenti culturali e professionali che potessero fornirgli l’attrezzatura al compito, per così dire, ma comunque catapultato repentinamente in un ruolo apicale.

Tale analisi è stata compiuta col metodo del cosiddetto ‘esame obiettivo’ utilizzato in medicina e psicologia, a partire quindi da quanto direttamente osservabile: il modo di presentarsi esteriormente, di relazionarsi al prossimo, il comportamento non verbale e poi il linguaggio, nei modi e nei contenuti, che insieme esprimono sentimenti e pensiero; passando poi all’esame di alcuni specifici episodi considerati significativi per mettere in luce i processi interiori applicati nella concretizzazione dell’azione politica.

Potremmo dire di aver effettuato una ricognizione dello snodo che caratterizza la funzione dell’uomo politico all’incrocio fra sapere teorico, pensiero morale e prassi politica.

Snodo ben dipinto dalla formula «Avvocato del popolo», se si pensa quanto Conte si sia dimostrato, a luglio 2020, un grande negoziatore, quando sono in gioco e vanno difesi gli interessi presenti e futuri della Nazione, nei confronti di un’Europa considerata non una controparte ma un interlocutore imprescindibile per il conseguimento di benefici condivisi.

È curioso, ma sintomatico del triste stato in cui versa il nostro sistema mediatico, come di tale appellativo, utilizzato per dileggiare Conte, si ignorino i precedenti che esso ha nella cultura americana: che people’s lawyer sia Louis D. Brandeis, non proprio uno sconosciuto, ma uno dei maggiori esponenti del campo progressista fra Ottocento e Novecento negli Stati Uniti. Insomma, l’ignoranza usata come corpo contundente.

Tornando alla domanda: Giuseppe Conte è un uomo certamente non privo di coraggio e consapevole di se stesso: in termini di cultura, competenza e concretezza, di autostima corroborata dagli importanti traguardi professionali già conseguiti in età relativamente giovane, grazie a un’applicazione indefessa che convoglia una alta ma realistica ambizione; in termini di principi etici strutturanti un comportamento sempre sorvegliato; in termini di disposizione a impegnarsi in un’impresa nient’affatto facile investendo su capacità di lavoro, autonomia mentale e autentica passione civile.

A questo onesto coraggio si deve probabilmente gran parte del forte apprezzamento che egli riscuote trasversalmente fin dal suo presentarsi sulla scena politica italiana.

Voi avete ripercorso circa trecento discorsi, centinaia di ore di video con interviste e conferenze stampa alla ricerca dei tratti della personalità di Giuseppe Conte e delle linee del suo pensiero politico: quale ritratto ne emerge?
Quello di un “idealista pratico”, come l’abbiamo definito, vale a dire un politico che, ben consapevole del perimetro in cui poter calare la propria visione del servizio ai bisogni del Paese, vi si dedica nel rispetto di idee, ideali, valori e metodi profondamente assimilati, a partire sia dalla personale formazione cattolica, sia dalla professione di giurista (come è noto, oltre ad essere Avvocato civilista è Professore ordinario di Diritto privato all’Università di Firenze), sia da una specifica attitudine naturale per la democrazia: l’innata e profonda convinzione che in un paese occorre cercare di perseguire l’interesse comune e privilegiare il beneficio non delle élite ma delle categorie più svantaggiate.

In questo senso ha riversato la propria autentica passione politica in consonanza con i principi guida del Movimento 5 Stelle, al quale non si è mai iscritto ma di cui ha apprezzato in particolare le esperienze iniziali dei meetup, vale a dire momenti di partecipazione civica, di coinvolgimento consapevole e responsabile della società civile nel dare un contributo al miglioramento della vita collettiva. Sempre privilegiando il dialogo e la ricerca di soluzioni condivise e non precostituite, nella convinzione che solo in questo modo la politica può ritrovare la sua ragion d’essere.

Premessa del suo impegno politico è una lettura precisa degli effetti perversi della globalizzazione, dei problemi legati all’assetto attuale dell’Europa, e di quelli accumulati dall’Italia negli ultimi decenni. La ricetta di Conte pensiamo possa essere riassunta così: far fronte alle disuguaglianze in Italia e nel mondo, bilanciando difesa degli interessi nazionali e solidarietà internazionale, promuovere inclusione e solidarietà in un’Europa tanto imprescindibile quanto bisognosa di essere ripensata, recuperare equità, efficienza e produttività in Italia. Tutto questo senza dimenticare il drammatico problema dell’emergenza ambientale.

Inoltre ha certo ben presenti le specifiche difficoltà in cui versa il nostro Sud: la necessità, non più procrastinabile, di risollevare questa parte del Paese dall’arretratezza a cui è stata condannata da decenni di pessima gestione e di trascuratezza dei poteri locali e centrali, in termini di strutture e infrastrutture, certamente, ma anche, come è ben noto, di etica pubblica e di indispensabilità di contrasto alle drammatiche forme di criminalità che vi si sono sviluppate.

L’esperienza politica di Conte dimostra che l’esercizio del potere a livello apicale può non essere una dimensione bieca della vita, ma un contesto in cui offrire un servizio utile alla collettività. Certo, se esercitato con «disciplina e onore», come recita l’art. 54 della nostra Costituzione, cioè con rispetto delle regole, delle istituzioni, con competenza, con condotte rispettose delle leggi e dei valori costituzionali, non nell’ottica di un privilegio ma di una responsabile occasione di servire lo Stato.

Sappiamo bene che una visione del genere, cioè una prassi politica solidamente ancorata a valori etici e tesa al perseguimento del bene comune, ha oggi nel nostro paese una curiosa fortuna, o sarebbe meglio dire sfortuna. Praticamente ignorata dal sistema politico e partitico, il cui degrado è sotto gli occhi di tutti, è invece proprio ciò a cui aspira, certo più o meno consapevolmente, più o meno coerentemente, buona parte dell’elettorato e dell’opinione pubblica.

Ci spieghiamo in questo modo da un lato l’estraneità di Conte al sistema, dall’altro la straordinaria simpatia che lo circonda, nonostante l’ostilità aperta di gran parte dell’establishment, che il nostro lavoro documenta, sebbene davvero in minima parte rispetto a quanto ampia e insistita è.

Quali valori incarna Conte e quale visione lo ha guidato nelle scelte concrete operate in qualità di Presidente del Consiglio?
Una visione culturale e antropologica alla quale concorrono diverse componenti: i valori costituzionali innervati da una concezione dell’uomo che trova uno specifico nutrimento nella dimensione spirituale. Si tratta di principi non negoziabili perché universali, ruotanti attorno al primato della persona.

Conte è convintamente cattolico, sia per impronta familiare (uno zio paterno è frate cappuccino presso il convento di Padre Pio al quale la famiglia d’origine era devota al punto da trasferirsi a San Giovanni Rotondo, dove il padre ha lavorato come Segretario Comunale) sia per formazione personale, attestabile dai riferimenti, curati e selettivi, rintracciabili ad esempio nei discorsi tenuti ad Assisi, per la festa di san Francesco, o in occasioni legate a ricorrenze di istituzioni ed organismi ad ispirazione religiosa come l’Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti e l’Università Cattolica.

Peraltro egli tiene presto a precisare con chiarezza di avere una concezione laica dello Stato, che deve però consentire ai cittadini di poter liberamente esprimere questa personale esperienza, riconoscendo al fenomeno religioso la sua importanza, per tutte le religioni, ovviamente.

Egli sfugge perciò a una curvatura identitaria della religione (rischio possibile per chi vive con convinzione l’esperienza religiosa, come si vede dalla contrapposizione di cristianesimo e islamismo in particolare – più o meno segnata da tratti di fondamentalismo) e si àncora piuttosto a valori in cui prevale l’elemento del rispetto, del dialogo, dell’inclusione. Si tratta di un orientamento che trova la propria bussola in due principali direzioni, alimentate fra l’altro da contenuti culturali elaborati da due importanti pensatori del XX secolo, Emmanuel Lévinas e Hans Jonas, che Conte cita frequentemente.

Una guarda alla qualità della declinazione del rapporto fra l’io e gli altri, rapporto avvertito come il principale metro di misura dell’azione quotidiana, sia essa espressione del carattere individuale come si è andato costruendo, che nel caso specifico delle scelte politiche assunte.

L’altra esprime una concezione della natura quale espressione del sostrato stesso della vita umana, che le appartiene ma purtroppo non ne rispetta le prerogative, e quindi, quale ulteriore, attualissimo elemento che arricchisce il suo pensiero, ne caratterizza l’accostarsi ai numerosi e gravi problemi sollevati dallo sviluppo capitalistico.

Il suo è dunque un cattolicesimo consonante con quello di orientamento bergogliano, nel senso della grande attenzione rivolta tanto agli altri e agli “ultimi”, e quindi al tema politico della fratellanza e della giustizia sociale, quanto alla tutela della vita del pianeta, di cui l’uomo è visto come principale responsabile nei confronti dei propri simili, nati e nascituri.

Come è noto, papa Francesco sintetizza questa posizione nella formula del «nuovo umanesimo» che Conte fa propria alla luce dei principi costituzionali.

La Carta Costituzionale è una vera e propria riserva di potenzialità politiche che attendono solo di essere dispiegate. È un mezzo, perché grazie ad essa le lotte per i diritti dispongono di un formidabile strumento, ed è un fine, perché essa prescrive il compito di costruire le condizioni tangibili della democrazia: rendere un progetto politico concreto quel disegno di libertà, solidarietà e uguaglianza.[2]

Conte, nella cornice del nuovo umanesimo, ne valorizza in particolare l’articolo 1, che contempla il lavoro come elemento fondativo della Repubblica, attorno al quale costruire una società capace di riconoscere a tutti dignità, e farne strumento di lotta alle disuguaglianze; e l’art. 11, che concepisce la pace come il faro di un rinnovato sistema dei rapporti internazionali, tanto più nel momento in cui, nonostante le tensioni che si vanno accumulando, la pandemia spinge – dovrebbe spingere – verso forme più convinte e accentuate di solidarietà.

Alla luce dei tratti evidenziati, quale futuro, a Vostro avviso, per la figura e l’esperienza politica di Giuseppe Cοnte?
Anche questa è una domanda non facile. La nostra sensazione è che almeno per il quinquennio 2018-2023 egli avesse stabilito di compiere la sua esperienza politica come incaricato dei 5Stelle per consentire loro, che avevano ricevuto quasi il 33% di consenso elettorale alle politiche del 2018, di porsi al governo del paese in coalizione con altre forze, anche confliggenti sotto taluni non secondari aspetti.

Le sue doti di grande negoziatore, anche in condizioni di notevole difficoltà, ci hanno fatto fantasticare che, dopo il passaggio da Palazzo Chigi, potesse aprirsi per lui una fase in cui gli sarebbe magari stato possibile applicarle a vantaggio di organismi internazionali, sotto ma anche a lato dei riflettori, pensiamo a figure come Terje Rød-Larsen (artefice dei negoziati che portarono agli Accordi di Oslo del 1993) o Dag Hammarskjöld, al quale nel nostro libro l’abbiamo accomunato per una particolare sensibilità spirituale, forse non evidente ai più ma a nostro modo di vedere sicuramente importante per la sua personale declinazione pubblica e politica.

La prematura conclusione del Conte II apre scenari diversi, al momento in cui scriviamo (marzo 2021) non ancora del tutto trasparenti e leggibili.

Si può però osservare come, in particolare nell’ultima fase del suo Governo, fosse emersa sempre più chiaramente la possibilità per lui di diventare il punto di riferimento di una alleanza progressista imperniata sulle forze che lo appoggiavano e che sembravano disposte e pronte ad un ripensamento del proprio ruolo e delle forme di collaborazione. Questa possibilità è stata percepita dal blocco conservatore come una minaccia da disinnescare ad ogni costo. Ci pare che l’attuale governo abbia soprattutto questo significato, al di là del valore di Draghi e dei meriti che il suo esecutivo potrà vantare. Il rischio – che per molti è un auspicio – è quindi che si prepari una soluzione centrista, che del centrismo riprenda i lati peggiori, di difesa di interessi corporativi e di corto respiro, proprio in un momento in cui urgono scelte strategiche e radicali.

Sembra ora che lo stesso Conte abbia accettato la sfida che sollecita questo paese: ricomporre un blocco politico per costruire un modello di sviluppo sostenibile (e sappiamo quanto problematica sia questa espressione), sia dal punto di vista sociale che ambientale.

È in questa prospettiva che a fine febbraio Conte ha raccolto l’invito a elaborare un progetto rifondativo con il Movimento 5 Stelle, ferito e frammentato dall’adesione al governo Draghi, che è costata anche l’esodo di decine di parlamentari tra espulsioni e addii volontari[3].

Non stupisce apprendere che, nel suo tipico modo di procedere, Conte si incontrerà con tutti gli eletti del Movimento tramite il web e quando possibile di persona, già prevedendo di discutere del nuovo progetto dai parlamentari fino ai consiglieri locali. Un lavoro di ascolto e di dialogo che caratterizza, come abbiamo detto, il suo metodo dell’attività politica: l’individuazione del bene comune, dell’interesse generale per lui non può che scaturire dal confronto con le parti. Sono in molti a riconoscergli di essere l’uomo delle sintesi possibili, e saprà come condurre la nave al porto successivo.

La configurazione della sua esperienza politica nei quasi tre anni di governo è stata caratterizzata da una dinamica che non gli ha certo facilitato l’impegnarsi facendo leva sulla tranquillità: ha dovuto sempre far fronte a condizioni che mutavano continuamente, bilanciare spinte e controspinte, tenere testa a gravi eventi – Genova, Taranto, le due crisi di Governo, per tacere del Covid-19. Non ha mai potuto disporre di un lasso di tempo protetto in cui potersi applicare nel costruire una prospettiva strategica per il paese.

Prospettiva che richiederebbe una triplice ricomposizione: ideale, cioè di valori, di visione, di mezzi da parte di un’opinione pubblica e di un elettorato disorientati; politica, cioè di forze che, seppur diverse, sappiano dialogare e collaborare – a fronte di una frammentazione e polverizzazione del quadro politico; sociale, di gruppi, ceti, classi capaci di portare avanti insieme la difesa delle proprie esigenze (in alcuni casi drammatiche, oggi, come ad esempio nel caso del settore del turismo e dello spettacolo) e quella degli interessi generali del paese.

Rimanendo in politica, e saldando quindi motivazione personale e motivazione collettiva, la capacità di Conte di attrarre fiducia – una clausola fondamentale della sua azione politica – unita alla capacità di guardare costantemente agli interessi generali e alla concreta facoltà di tradurre in pratica i progetti di riforma, possono esprimere un notevole potenziale di successo.

Rita Bruschi (Rosignano Marittimo, 1957) laureata in Filosofia a Milano e in Psicologia a Roma, ha esercitato la professione di psicoanalista a Pisa, dove vive da quarant’anni. È stata membro dell’International Association of Analytical Psychology e Scientific Associate dell’American Academy of Psychoanalysis and Dynamic Psychiatry. Ha pubblicato studi di filosofia del linguaggio, di teoria della psiche, di psicopatologia. È fra i fondatori ed è Vicepresidente dell’associazione Centro Studi e Ricerche sulla Psiche Silvano Arieti, di cui dirige la Collana presso Edizioni ETS di Pisa.
Gregorio De Paola (Montepaone, 1950), laureato in Filosofia, ha studiato presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, e l’Ecole Normale Supérieure di rue d’Ulm, Paris. Già docente di filosofia e storia nei Licei, è autore di saggi su Labriola, Sorel, Croce. Ha collaborato con diverse case editrici (Donzelli, Einaudi, Fazi, Ponte alle Grazie), come traduttore, tra l’altro, di Alexandre Adler, Marc Bloch, Raymond Boudon, Marcel Gauchet, Michel Onfray, Ernst Renan, Emile Zola. Per Edizioni ETS ha curato la
Bibliografia di N. Badaloni (Inquietudini e fermenti di libertà nel Rinascimento italiano, 2005).

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[1] Ma anche per quanto rintracciabile in precedenza, pur se molto limitato: la sua attività di giurista presso la rivista Giustiziacivile.com, da lui diretta insieme a Fabrizio Di Marzio, della quale sono disponibili in rete alcuni video del 2014, e la sua partecipazione con un intervento, il 31 maggio 2017, ad un convegno promosso dal M5S presso la Camera dei Deputati dal titolo «Questioni e visioni di giustizia – Prospettive di Riforma».

[2] Cfr. A. Fava, «Difesa dei diritti, difesa della Costituzione», in S. Settis, Costituzione! Perché attuarla è meglio che cambiarla, Einaudi, Torino 2016, pp. 227-247.

[3] 28 febbraio 2021 – https://www.facebook.com/movimento5stelle/
«Una sfida cruciale per il Movimento, una ristrutturazione integrale per trasformarlo in una forza politica sempre più aperta alla società civile, capace di diventare punto centrale di riferimento nell’attuale quadro politico e di avere un ruolo determinante da qui al 2050. Il Movimento punta alla transizione ecologica e digitale, poggiando sulla tutela dell’ambiente, l’importanza dell’etica pubblica e della lotta alla corruzione, il contrasto delle diseguaglianze di genere, intergenerazionali, territoriali, la lotta contro le rendite di posizione e i privilegi, la più ampia partecipazione dei cittadini alla vita democratica attraverso il rafforzamento degli istituti di democrazia diretta».

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