Giuliano e Lorenzo. La primavera dei Medici, Adriana AssiniAdriana Assini, Lei è autrice del libro Giuliano e Lorenzo. La primavera dei Medici edito da Scrittura & Scritture. Il Suo romanzo offre un angolo di visuale sulle vicende della famiglia Medici incentrato sulla storia dei due fratelli: quale rapporto legava Giuliano e Lorenzo de’ Medici?
Figli del facoltoso banchiere Piero de’ Medici detto il Gottoso, signore de facto di Firenze, e della coltissima, oltre che raffinata poetessa Lucrezia Tornabuoni, Giuliano e Lorenzo crebbero in un ambiente privilegiato, circondati da artisti e intellettuali di spicco, educati da precettori di primissimo piano. Avevano, dunque, sin da adolescenti le carte in regole per brillare nell’esigente società fiorentina, camminando sempre un passo avanti ai loro coetanei d’altro rango, e finendo per guadagnarsi la fiducia e la benevolenza sia del popolo minuto che di buona parte dei potentati. Questi ultimi, alla morte del padre, nel dicembre del 1469, non esitarono a chiedere a entrambi di assumersi l’onere e l’onore di reggere le sorti della loro città, nonostante Lorenzo fosse poco più che ventenne e Giuliano avesse compiuto appena sedici anni. Com’è noto, i due fratelli accettarono la sfida, non tanto per soddisfare un’ambizione personale, quanto per la consapevolezza che dalla nuova posizione di forza avrebbero potuto difendere meglio gli interessi del Casato.In realtà, fu poi Lorenzo a farsi maggiore carico delle responsabilità di governo, e non soltanto perché era il primogenito, ma per la maturità e l’assennatezza di cui dava costantemente prova. E poco importava se gli mancasse ancora l’esperienza, in compenso era pieno di buone idee, oltre ad avere la grinta e l’equilibrio necessari a un capo. Alla lunga, la maggiore visibilità e il diverso peso del suo ruolo nella gestione del potere avrebbe potuto guastare i rapporti col fratello, ma lui fu così accorto da non cadere mai in quella trappola, preoccupandosi di coinvolgerlo in tutte le scelte, condividendone i timori e i successi, lasciandogli più spazio nei campi in cui riusciva meglio, come la cura delle relazioni pubbliche, i riti e gli obblighi della diplomazia. Da parte sua, Giuliano lo ripagò con uguale moneta, rivelandosi da subito un perfetto alleato, pronto a sostenerlo sia nei giorni di sole che in quelli di vento, superando facilmente gli inevitabili screzi quando le sue opinioni divergevano da quelle del fratello. Per giustificare quel loro patto di ferro non basta certo il vincolo della parentela, sapendo che in quelli, come in altri tempi, non di rado rivalità e tradimenti maturavano proprio in seno alle famiglie. Al contrario, tra i due rampolli di casa Medici il principale collante fu un affetto così profondo e senza condizioni da tenerli l’uno a fianco dell’altro in ogni circostanza.

Giuliano e Lorenzo: due fratelli diversi tra loro ma accomunati da passioni e destini. Quali erano le loro personalità?
Carismatici entrambi, erano diversi sia nell’aspetto che nel carattere. Con la bocca troppo grande, il naso schiacciato, la vista corta e la voce sgraziata, Lorenzo, nato nel gennaio del 1449, non era affatto bello e col suo piglio grave, al primo approccio incuteva una certa soggezione. Abile stratega fin nelle piccole cose, vestiva in modo sobrio, trascurando le mode e le ricercatezze, volendo dare di sé un’immagine rassicurante, di un uomo uguale a tanti, dai costumi semplici. Malgrado le sgradevoli sembianze esercitava lo stesso un grande fascino grazie alla sua vastissima cultura, ai modi cortesi e a un’eccellente oratoria. Saggio e diplomatico sapeva come tessere la rete delle relazioni importanti, dentro e fuori le mura di Firenze, giocando spesso un ruolo decisivo nell’appianare le controversie fra i numerosi stati e staterelli che frammentavano la Penisola, tanto da essere in seguito definito “l’ago della bilancia” della politica italiana.

Un difetto? Quando si trattava di conti, Lorenzo era maldestro. Si destreggiava meglio con le rime, grazie a una felicissima vena poetica. Chi non conosce, per esempio, il ritornello della Canzona di Bacco, quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto sia, del doman non c’è certezza… Mai sazio di conoscenza, annoverò tra gli amici più cari un genio come Pico della Mirandola, l’esimio Ficino, il sublime Poliziano. Assieme a Giuliano, ridette vigore all’Accademia neoplatonica fondata da suo nonno Cosimo, inaugurando una stagione di confronto intellettuale che non è esagerato definire irripetibile.

E mentre lui lavorava al sogno di poter un giorno unificare l’Italia; cercava di tappare i buchi di bilancio e teneva a bada gli avversari, cosa faceva il bel Giuliano? Estroverso, generoso, elegante, gaudente, senza dubbio meno superbo di Lorenzo, il secondogenito di casa Medici non mostrava grande propensione per il potere, cosa che deve aver facilitato i rapporti col fratello, non avendo la tentazione di contestarne le funzioni o di prenderne il posto. Il giovanotto non aveva nemmeno fretta di accasarsi, tanto da far sfumare svariate occasioni di contrarre matrimonio con nobili donzelle. Tutto all’inverso di Lorenzo, che aveva obbedito alla ragion di stato sposando la romana Clarice Orsini, scelta dai suoi genitori in base alla posizione elevata e alle ottime entrature in Vaticano. Forse proprio a causa degli indugi di Giuliano nel prendere moglie, a un certo punto il Magnifico si adoperò con il Papa per favorirlo nella carriera ecclesiastica, non certo per dare seguito a una sua improbabile vocazione, bensì, come usava allora, per tirare l’acqua al mulino mediceo, secondo quanto recita il proverbio: “beata quella casa dove c’è una chierica rasa”…Tuttavia, oltre all’intervenuto deterioramento dei rapporti di Lorenzo con il Pontefice, è probabile che altre ragioni abbiano contribuito a mandare a monte il progetto, non ultima l’irrequietezza del candidato, che non doveva tenerci un granché al cappello cardinalizio.

D’altronde, non doveva essere facile mettere le briglie al figlio cadetto di casa Medici. D’indole passionale, perfino avventato quando di mezzo c’erano gli affari di cuore, Giuliano viveva all’insegna della spensieratezza e delle cose liete: appassionato di pittura, danza e musica, amante della vita all’aria aperta, preferiva di gran lunga tirare con l’arco o misurarsi col lancio del giavellotto, scrivere rime e andare a caccia piuttosto che gettarsi a capofitto nei tediosi impegni di governo.

Difficile ipotizzare quale sarebbe stato il suo cammino se la morte non l’avesse fermato prima, e nel peggiore dei modi. Indubbio, però, che nel suo breve passaggio in questo mondo, fece in tempo a lasciare di sé l’immagine commovente e immarcescibile del perfetto cavaliere: primo nelle giostre; equilibrato nelle controversie; seducente con le donne; a suo agio nelle conversazioni dotte. Una promessa di principe illuminato spenta troppo presto.

Qual è il clima nella Firenze di Giuliano e Lorenzo?
Negli otto anni in cui i due fratelli furono assieme – de facto e non de jure – al comando di Firenze, avviarono riforme e adottarono svariate misure volte a favorire l’orgogliosa rinascita cittadina in ogni campo, attirando artisti e pensatori di grandissimo livello, grazie ai quali la città divenne vieppiù una fucina di idee e di magnificenza, mentre la loro fama cresceva a tutto tondo. Presto, però, alcuni nodi vennero al pettine: Lorenzo, spalleggiato da Giuliano, metteva sempre e comunque gli interessi del Casato avanti a tutto il resto, fomentando il malumore delle famiglie rivali che gli contendevano il potere. Determinato ad avere mano libera nell’amministrare la cosa pubblica, il Magnifico non indugiava nel metterne a tacere le proteste, ricorrendo a volte a metodi poco cristallini. Deciso ad avere sempre l’ultima parola, non tardò a ideare la costituzione del Consiglio maggiore, sotto il suo diretto controllo, e piazzò gente sua nell’autorevole Consiglio dei Cento, conferendogli pieni poteri per promulgare le leggi. A suo favore.

Oltre a questo, bisogna considerare che Firenze, in costante crescita, andava affermandosi come un vero e proprio Stato, e urgeva dunque ampliarne i confini, oltre che rimpinguarne i forzieri. Un problema spinoso a cui Lorenzo trovò una prima, disinvolta soluzione dichiarando guerra a Volterra, avvalendosi dell’aiuto militare dell’ambiguo duca di Urbino. Grazie a una schiacciante vittoria, si assicurò poi due piccioni con una fava: annettersi la città e appropriarsi delle sue redditizie miniere di allume. Insomma, questi e altri fatti succedevano in quei tempi, e i due Medici, seppure costretti a volte a sporcarsi le mani e a tirare un po’ troppo la corda, sembravano aver imboccato la strada giusta per restare a lungo i signori di Firenze. Ma da lì a qualche anno, in molti gli avrebbero presentato il conto. E il prezzo da pagare sarebbe stato alto.

Come si svolge la storia d’amore tra Giuliano e Simonetta Cattaneo Vespucci?
Quando Simonetta Cattaneo, discendente di una nobile e facoltosa famiglia genovese, arrivò a Firenze per sposare il coetaneo Marco Vespucci, unico erede di un noto banchiere fiorentino, aveva appena sedici anni ed era davvero bellissima. Fu in occasione dei festeggiamenti per le sue nozze che conobbe Giuliano, invitato di riguardo assieme a Lorenzo; ma soltanto qualche anno dopo tra i due divampò la passione. Malgrado Simonetta fosse una donna maritata, Giuliano non mancò di renderle omaggio in pubblico, tanto da arrivare a organizzare una giostra nel giorno del suo ventiduesimo compleanno, in pieno inverno, battendosi in presenza sua e del consorte, e infine dedicandole platealmente la vittoria. Ma cosa lo rendeva così sfacciato e audace? Non temeva le reazioni di Marco, che oltretutto era un amico di famiglia? A fare da scudo alla sua impudenza, nientedimeno che le concezioni neoplatoniche in auge in quegli anni tra l’élite intellettuale che ruotava attorno ai Medici: l’amore per una donna sposata non soltanto era ammesso, ma poteva anche essere celebrato, in vari modi, di fronte ad altri, purché si trattasse di un sentimento puro teso a idealizzare la donna amata, sacrificando il desiderio e mortificando l’eros. Invero, dietro a questo comodo paravento, la storia tra Simonetta e Giuliano prese presto ben più concrete vie, finendo sulla bocca di tutti, senza che il consorte becco intervenisse per interrompere la tresca…D’altronde, chi avrebbe mai osato mettersi contro un Medici all’apogeo della sua potenza? Fatto sta però che, da lì a un anno dalla famosa giostra, la splendida Simonetta, ispiratrice di molti volti muliebri del Botticelli e di altri artisti, morì in circostanze non del tutto chiare, lasciando in lacrime Giuliano, ma non Marco…

Dei due fratelli, Lorenzo è quello che si occupa delle vicende politiche e della banca di famiglia: in quale contesto svolge la sua attività?
Del suo ruolo in politica, abbiamo già accennato. Lungimirante, astuto, grande negoziatore, sapeva come ricomporre i dissidi e come fare incontrare gli interessi degli uni e degli altri.  Ciononostante, tanto savoir-faire non gli evitò, col tempo, di mettersi contro il Papa, un velenosissimo Sisto IV, oltre ad alcuni signori d’altri stati, falsi amici da cui guardarsi. Del resto, era un’impresa arginare le invidie e gli appetiti dei vicini, in un’epoca in cui non si esitava a scannare qualcuno per sottrargli un lembo di terra, uno sbocco al mare, un campanile …

In quanto alla finanza, Lorenzo si occupava poco e male del banco di famiglia, ma quasi non poteva fare altrimenti: avendo aperto numerose succursali in varie città europee, si vide costretto a delegare la gestione dei suoi affari a noti agenti, che tuttavia non sempre agivano con onestà e trasparenza, e anziché fare i suoi interessi, gli procuravano grosse perdite, indebitandolo fino al collo. Una conseguenza non da poco, considerando che il Magnifico, di nome e di fatto, necessitava di un notevole flusso di denaro per poter mantenere il suo status e alimentare la propaganda di signore potente, dunque, temibile. Gli capitava, pertanto, di spendere più di quanto in realtà potesse permettersi, e non soltanto per lussuose feste nel bel palazzo di via Larga, per commissioni di grandi opere a grandi artisti o regali preziosi per i suoi alleati del momento, ma anche per gli esosi ingaggi versati alle compagnie di ventura, non disponendo – ahi lui! – di un esercito proprio.

Come nasce e si sviluppa la congiura dei Pazzi?
Leale con gli amici, insidioso con gli avversari, Lorenzo non mancò di pestare i piedi a tanti suoi interlocutori. Questioni di interesse, difesa preventiva dei confini, mire sugli stessi obiettivi portavano il Magnifico ad agire a volte con perfida scaltrezza, tirando qualche colpo mancino all’avversario di turno. Più conciliante, ma sempre dalla sua parte, Giuliano ne appoggiava le scelte, rimanendo però più defilato, cosa che in genere gli risparmiava qualche strale ma che, come vedremo, non gli evitò di diventare il capro espiatorio dei comportamenti a volte troppo disinvolti del fratello.

Ma veniamo ai fatti. Dopo un primo periodo di concordia, Lorenzo entrò in urto col Papa, un uomo venale e litigioso, spinto da mire espansionistiche che avevano come principale obiettivo la sottomissione di Firenze, per poi estendere la sua influenza su tutta l’Italia centrale. I dissidi presero corpo proprio quando il Della Rovere passò dalle intenzioni ai fatti, occupando o acquistando alcuni territori attorno alla città sull’Arno, mettendo dunque in giusto allarme il Magnifico. Quando, non potendo appropriarsi di Imola con le armi, ne trattò l’acquisto con gli Sforza, per farne dono a suo nipote Girolamo Riario, un tipaccio suo complice nei peggiori affari, Sisto IV fu costretto a chiedere un prestito considerevole proprio a Lorenzo, banchiere di fiducia del Vaticano. Ma quello, che non era un tordo e ne aveva fiutato gli intenti, pensò di ostacolarlo negandogli i 40.000 fiorini necessari per portare a termine l’operazione. Forte del suo potere, ordinò a tutti gli altri banchieri fiorentini di seguire il suo esempio, illudendosi di mettere fuori gioco il vicario di Cristo in terra, almeno per un po’ di tempo. Peccato che l’infido Pontefice non fosse uno da farsi mettere nel sacco senza reagire. Offeso e furente, si mise subito a tramare per organizzare una feroce vendetta contro il Magnifico, d’ora in avanti il suo più acerrimo nemico. Gli ci vollero mesi per mettere d’accordo i suoi numerosi complici, dal re di Napoli al duca d’Urbino a tanti altri, tutti attratti dalla prospettiva di spodestare i Medici e spartirsi poi il ricco bottino fiorentino. Affinché il piano congegnato andasse a buon fine, bisognava poter contare anche su alleati all’interno di Firenze, ma questo non costituiva un problema per il Papa, avendo già dalla sua alcuni esponenti dei Pazzi, una facoltosa famiglia di banchieri fiorentini che da tempo covava un odio sordo contro Lorenzo, colpevole di avergli giocato brutti tiri e fatto ingoiare troppi rospi.

La congiura, rimandata più volte a causa di qualche imprevisto, ebbe infine luogo in Santa Maria del Fiore (allora Santa Reparata) durante la messa, una domenica d’aprile del millequattrocentosettantotto. Numerosi gli attori sulla scena e dietro le quinte. Completamente ignari di quel che stava per accadere, i due fratelli Medici. A un segnale convenuto, i cospiratori sguainarono le armi, scatenando l’inferno davanti all’altare. A restare a terra, esangue, fu Giuliano, massacrato da diciannove coltellate da Francesco dei Pazzi. Troppi i colpi per non far pensare a un delitto passionale, ma sulla natura dei risentimenti personali dell’assassino verso la sua vittima si è indagato ancora poco. Al contrario, Lorenzo salvò la pelle grazie all’imperizia dei suoi assalitori e alla generosità degli amici che lo scortavano, facendo dunque fallire l’imboscata, perché lasciare vivo uno dei due germani voleva dire aver perso la partita. Intanto, per le strade, i fiorentini, che avevano mangiato la foglia su quanto accaduto in duomo, si schierarono senza esitare dalla parte dei Medici e a furia di bastonate impedirono ai congiurati di cantare vittoria.

Nei giorni seguenti, il Magnifico, profondamente avvilito ma non piegato dal lutto, ordinò una spietata rappresaglia contro gli assassini del fratello. Dei Pazzi, non soltanto volle cancellarne perfino la semenza, ma costrinse gli innocenti che avevano la disgrazi di portare lo stesso nome infame a scegliere se rinnegarlo per sempre o se andarsene in esilio perenne…

Perché, a distanza di secoli, la storia di Giuliano e Lorenzo e della Firenze dei Medici continua ad affascinare?
Senza i Medici, la città sull’Arno non sarebbe quel gioiello che è tuttora. Pur con qualche inevitabile ombra, Giuliano e Lorenzo furono due stelle polari nel firmamento dello scorcio del secolo in cui vissero. Favoriti da un’eleganza innata; forti di un raffinatissimo bagaglio di conoscenze, promossero senza risparmio l’arte, la letteratura e la filosofia, lasciando ai fiorentini e al mondo intero innumerevoli e memorabili testimonianze della bellezza di cui furono i cultori. Non a caso, tra i loro amici più sinceri si contavano i maggiori artisti e pensatori di tutti i tempi, i cui passi e respiri aleggiano ancora tra le mura del palazzo di via Larga. Basta saper vedere e ascoltare.

La Storia ridonda di personaggi famosi artefici di opere importanti, ma spesso la maggior parte di loro non ci fa battere il cuore. Le figure di Giuliano e di Lorenzo, invece, si stagliano ancora nette e forti nel panorama del loro tempo e del nostro, e molto hanno ancora da dirci. Per questo, a distanza di secoli, il loro mito non ingiallisce e non tramonta. La loro vita continua ad affascinare; la loro morte non smette di commuovere.

Adriana Assini è romanziera e acquerellista di fama internazionale. Tutti i suoi romanzi, rigorosamente storici, hanno incontrato il favore di librai, critici e lettori. Per Scrittura & Scritture ha già pubblicato: La spada e il rosario. Gian Luca Squarcialupo e la congiura dei Beati Paoli (2019) Agnese, una Visconti (2018) Giulia Tofana. Gli amori, i veleni (2017) Un caffè con Robespierre (2016); Le rose di Cordova, tradotto anche in spagnolo. Tutti i suoi romanzi hanno visto numerose ristampe.