Prof. Marco Severini, Lei è autore del libro Giulia, la prima donna. Sulle protoelettrici italiane e europee, edito da Marsilio: chi era Giulia Berna?
Giulia, la prima donna. Sulle protoelettrici italiane e europee, Marco SeveriniEra una maestra, nata a Senigallia (An) nel 1871, che lottò a lungo contro la burocrazia scolastica, estremamente rigida e maschilista nell’Italia tra Otto e Novecento, per vedersi riconosciuti, specie quando era precaria, i suoi diritti di lavoratrice: uno stipendio equo, un orario conforme alle disposizioni del tempo, una sede il più vicino possibile alla sua residenza visto che mise al mondo cinque figli. Il prefetto di Ancona, che allora era il capo anche del comparto scolastico, così come le autorità comunali della sua città – un centro adriatico di 23.000 abitanti che aveva goduto di larga fama tra medioevo ed età moderna grazie alla sua rinomata fiera franca – non solo ignorarono le continue richieste di Giulia, ma quando vennero a sapere (1893) che era rimasta incinta senza essersi sposata (lo avrebbe fatto di lì a poco) le istruirono contro una sorta di “processo”, poiché, asserirono, il primo dei «supremi doveri» di un insegnante era il «pudore». Undici uomini (tra cui il prefetto, il provveditore agli studi, docenti, intellettuali e altre cariche istituzionali), tutti di provata fede liberale, si riunirono il 23 novembre 1893 ad Ancona e comminarono a Giulia Berna tre mesi di sospensione. Giulia non si diede per vinta. Si dimise dall’insegnamento nella città natale ancor prima che le venisse notificato il provvedimento; se ne andò a Roma per tentare fortuna; non avendola trovata, andò a insegnare per cinque anni nell’Appennino umbro-marchigiano, nella dispersa località di Annifo, a 800 metri di quota, nel Comune di Foligno. Ma era suo diritto insegnare a Senigallia e così continuò a inviare lettere (alcune in carta semplice, altre in bollata) agli amministratori per vedersi riconosciuta la richiesta. In ogni caso, dovette lottare per anni prima di vedersi riconosciuto il “posto fisso” nella sua città. Un giorno, il 25 luglio 1906, la storia con l’iniziale maiuscola si ricordò di Giulia e di nove sue colleghe, giovani e precarie come lei.

Cosa stabiliva la sentenza Mortara e come si giunse ad essa?
Nei primi anni del Novecento le italiane posero in essere una mobilitazione senza precedenti per conquistare il diritto di voto: il 26 febbraio 1906 Maria Montessori invitò le italiane a iscriversi alle liste elettorali, mentre Anna Maria Mozzoni, dopo un trentennio di battaglie intrepide, redigeva una petizione per questo diritto da presentare in Parlamento che raccolse 10.000 firme. Sulla scia di questi e altri esempi, centinaia di italiane scrissero alle Commissioni elettorali provinciali, l’organo competente in ogni provincia per aggiornare le liste elettorali: in prima istanza, una decina di Commissioni accolsero le richieste delle donne (tra cui numerose maestre), visto che per votare bisognava essere alfabeti e pagare una determinata quota d’imposta annuale. Va ricordato che all’epoca votava circa l’8% della popolazione italiana, tutti uomini. Però, in seconda istanza – rappresentata dalle Corti d’appello sempre a base provinciale -, la richiesta venne bocciata in tutta Italia, con l’eccezione di Ancona dove il presidente di quella Corte, l’insigne giurista Lodovico Mortara – giunto per trasferimento da poco nelle Marche – riconobbe la liceità della richiesta sulla base dell’interpretazione esegetica degli artt. 24-32 dello Statuto albertino. In particolare, l’art. 24 recitava: “Tutti i regnicoli sono uguali di fronte alla legge”; con il termine “regnicoli” il legislatore ottocentesco (lo Statuto era stato varato il 4 marzo 1848, quando l’Italia unita neanche esisteva) aveva inteso “gli abitanti maschili del Regno” o anche “le abitanti”? Per rispondere da uomo di diritto a questo interrogativo – ignorato dalla giurisprudenza nazionale -, Mortara sottopose a stretta esegesi i successivi articoli da cui si evinceva che le donne beneficiavano, nel Regno d’Italia, di tutti i diritti fondamentali, compresi quelli politici; e tra questi c’era il diritto di voto. Infatti non c’era alcun divieto specifico di voto politico per le italiane, ma vi era solo la prassi millenaria di esclusione e discriminazione che aveva fatto storia camuffata da legge. Giulia e altre nove maestre (otto di Senigallia e una di Montemarciano) divennero così non solo le prime elettrici italiane ma anche europee, conservando questo titolo per dieci mesi. Infatti ci vollero due sentenze – una della Cassazione che, però, incerta rinviò la questione per un riesame alla Corte di appello di Roma – per annullare quella, storica, emessa da Mortara appunto il 25 luglio. Perché? Perché, se per un qualche motivo – assai diffuso a quei tempi: tra 1896 e 1906 un governo italiano restava in carica mediamente otto mesi! – fosse caduto il terzo ministero Giolitti, formatosi il 29 maggio 1906, il governo fosse caduto, sarebbero stati chiamati a votare 3 milioni di maschi (l’8% sopra detto) più 10 maestre della provincia di Ancona, con tutti gli inevitabili ricorsi che ne sarebbero scaturiti. Non c’era ancora il suffragio quasi universale maschile (che sarebbe stato introdotto da una legge del 1912) e la classe dirigente italiana non era pronta all’ingresso in massa delle donne nella vita politica.

Perché sulla vicenda di Giulia Berna è poi calato l’oblio?
La sentenza Mortara venne pubblicata sui principali annuari e riviste di Giurisprudenza; anche parte della stampa nazionale la commentò, per lo più negativamente. Poi vennero la Grande guerra e vent’anni di fascismo. Nella ricostruzione del secondo dopoguerra, le donne tornarono a reclamare i propri diritti, sulla scorta della loro partecipazione alla Resistenza. Furono soprattutto comuniste e democristiane, rappresentanti quindi di due partiti che nell’Italia del 1906 neanche esistevano. Le italiane del secondo dopoguerra erano intrise di politica, mentre Giulia e le maestre del 1906 avevano fatto della loro lotta una battaglia civile e di civiltà. Non erano iscritte a partiti e probabilmente per questo furono rapidamente dimenticate.

La vicenda di Giulia Berna pone l’accento sul tema della partecipazione delle donne alla vita politica e istituzionale del nostro Paese, ancora oggi di stretta attualità tra quote rosa e discriminazioni di genere: come si è evoluto nel nostro Paese il rapporto tra donne e politica?
Questo rapporto si è indubbiamente evoluto, anche se ha dovuto affrontare ostacoli incredibili, spesso imbarazzanti. Non riesco a capire perché il nostro Parlamento non possa essere composto da metà donne e metà uomini. Tutti coloro che ho sentito pronunciarsi contro questo dato di fatto – uno dei pochi davvero capace di dare un definitivo colpo di spugna alla questione della parità -, non fanno che reiterare, consapevolmente o meno, vecchi e datati pregiudizi, sconfitti dalla storia. Di che cosa dovremmo avere paura? Tra le Corti di appello che nel 1906 negarono il diritto di voto alle donne ci fu quella di Firenze che giustificò il suo diniego con il timore che, se votanti, le donne sarebbero un giorno potute divenire “maggioranza” in Parlamento e quindi avrebbero potuto coalizzarsi “contro il sesso maschile” e obbligare “il Capo dello Stato” a “scegliere nel suo seno i consiglieri della Corona”, dando in questo modo “il nuovo e bizzarro spettacolo di un governo di donne, con quanto prestigio, decoro ed utilità del nostro paese è facile ad ognuno di immaginarsi”. Queste la parole, commentate dalla stampa, dei giudici fiorentini di 111 anni fa! Ma la storia italiana ha dimostrato che tali paure non solo erano infondate, ma soprattutto grette e obsolete, figlie di un maschilismo e di un tradizionalismo che continua a pervadere non pochi spazi della vita associata. Giulia aveva visto giusto. E quando si presentò, il 2 giugno 1946, a esercitare un diritto di voto che aveva già conquistato 40 anni prima, possiamo solo immaginare i sentimenti contrastanti che albergarono dentro di lei. Quando morì nell’Ospedale di Ancona, il 10 ottobre 1957, nessuno si ricordò di lei né apparve qualche trafiletto sulla stampa. Aveva educato non solo i suoi figli, ma intere generazioni di ragazzi e ragazze e, soprattutto, era stata una delle protoelettrici italiane ed europee, senza dare a questa conquista la notorietà che certamente meritava: non era e non fu mai alla ricerca di fama. Si dice che il tempo è galantuomo. Ma in questo caso le donne lo sono ancora di più.