Girovaghi, migranti, forestieri e naviganti nella legislazione ecclesiastica, Luigi SabbareseProf. Luigi Sabbarese, Lei è autore del libro Girovaghi, migranti, forestieri e naviganti nella legislazione ecclesiastica edito dalla Urbaniana University Press: cosa rappresentano e cosa accomuna, dal punto di vista pastorale, forestieri, girovaghi, migranti, esuli, profughi, nomadi e naviganti?
La prospettiva pastorale ha sempre qualificato l’attenzione della Chiesa verso i fedeli che si trovano in situazione di mobilità e la cura pastorale, che ha approntato in loro favore, ha considerato da una parte la comune condizione di mobilità e dall’altra la specifica risposta che le diverse categorie di fedeli migranti esigono.

Il titolo del volume enuncia una serie di persone che la legislazione canonica considera bisognose di cura pastorale specifica. Ciascuna di dette categorie di fedeli rappresenta una peculiare condizione non solo sotto il profilo sociologico e quindi di trattamento legislativo secondo gli ordinamenti statali ma anche sotto il profilo canonico nell’ordinamento ecclesiale. Ad esempio, la Chiesa ha elaborato, da un punto di vista pastorale, una propria “concettualizzazione” di migrante nell’istruzione Nemo est del 1969; ha presentato, nella costituzione apostolica Stella maris del 1997, una descrizione piuttosto ampia di naviganti, marittimi e gente del mare, comprendendo quanti si trovano momentaneamente o abitualmente su navi, coloro che lavorano sule piattaforme petrolifere, i pensionati che hanno svolto le predette attività, gli allievi degli istituti nautici, quanti lavorano nei porti, i coniugi, i figli e quanti abitano nella casa di un marittimo o collaborano stabilmente con l’opera dell’apostolato del mare. Da questa complessa descrizione si può intuire che già al solo interno di una singola categoria di fedeli soggetti al fenomeno della mobilità umana vi sono sottocategorie specifiche che richiedono attenzioni pastorali peculiari.

Ciò che accomuna tutti e che rende ragione dell’interesse pastorale della Chiesa è che i migranti e gli itineranti devono poter ricevere quella cura pastorale che sarebbe stata loro garantita se non fossero stati costretti a emigrare.

Quali sono i fondamenti teologici di una pastorale dei migranti?
Uno dei fondamenti che deve guidare l’azione della Chiesa è il principio della comunione. Esso traspare nei criteri di riforma dell’assetto organizzativo ecclesiale, specificamente nel principio n. 8 che, approvato dal primo sinodo dei Vescovi nel 1967, ha indicato chiaramente che l’organizzazione ecclesiastica non deve avere come unico ed esclusivo criterio organizzativo quello del territorio, ma deve considerare anche il criterio delle persone e tra queste sicuramente rientrano i migranti.

Per una comprensione teologica delle migrazioni è imprescindibile il riferimento alla Provvidenza. Le migrazioni non sono solo un fenomeno umano, né sono esclusivamente sradicamento, rottura e minaccia. Esse rientrano, per il credente, in un piano provvidenziale divino, assumono una valenza teologica in quanto nell’evolversi della storia umana, fatta anche di migrazioni, realizzano la storia della salvezza.

La riflessione sulle migrazioni diviene teologica nella misura in cui si rapporta alla Chiesa e alla sua missione. Le migrazioni pongono la Chiesa, specie le parrocchie e le diocesi, nella condizione di autenticare la sua cattolicità. Ogni Chiesa particolare è cattolica nella misura in cui realizza l’unica Chiesa di Cristo, la quale è costituita da stranieri e autoctoni, migranti che irrompono nella stabilità di una comunità, e che la aprono ad una prospettiva escatologica.

Sotto questo profilo si può, a ragione, dire che le migrazioni sono sì un problema ma un problema teologico, nel senso che interrogano la Chiesa e i credenti a rendere vera la propria cattolicità e ad aprirsi all’accoglienza. La Chiesa di Cristo è per sua costituzione cattolica, cioè accogliente, aperta a tutti.

Nella Chiesa la cattolicità promuove le caratterizzazioni culturali particolari e promuove la salvaguardia culturale dei migranti. Questa identità non è solo sociologica, antropologica o linguistica, ma è anche teologica perché riguarda il modo di incarnare e di vivere la fede.

Naturalmente, la nota della cattolicità, che il catechismo della Chiesa attribuisce alla Chiesa universale e alle Chiese particolari, quando viene applicata ai singoli credenti ha bisogno di un cammino di maturazione: la tentazione del localismo culturale, etnico, linguistico, nazionale è sempre in agguato. Per combattere tale rischio non bisogna considerare la cattolicità della Chiesa come un dato acquisito ma come un valore da perseguire; la missionarietà della Chiesa esiste esattamente in senso dinamico.

Come regola la cura pastorale di queste categorie la normativa canonica?
Sia nel Codice di diritto canonico sia fuori dal Codice la normativa della Chiesa ha perfezionato una serie di istituti giuridici atti a garantire alle diverse categorie di migranti l’esercizio dei loro doveri e diritti in quanto fedeli.

Si pensi, ad esempio, alle norme generali che nel Codice latino e in quello orientale regolano la soggezione dei fedeli alle leggi della Chiesa proprio in base ai criteri della territorialità e della personalità. In questo contesto sono rilevanti le regole pratiche che precisano quando e a quali leggi sono soggetti i forestieri, cioè i fedeli assenti dal proprio territorio, e i girovaghi, vale a dire quanti, privi del domicilio e del quasi-domicilio canonico, sono sottoposti alle leggi del luogo in cui attualmente dimorano.

Si pensi anche, sempre nel contesto delle norme generali, alla definizione della persona, la quale, in relazione al luogo, può essere dimorante, abitante, forestiero e girovago. La relazione del fedele con un determinato territorio produce effetti giuridici all’interno dell’ordinamento canonico. Ad esempio, il domicilio e il quasi-domicilio, come pura la dimora attuale del girovago, sono rilevanti soprattutto perché permettono di individuare chi è il proprio Vescovo o il proprio parroco; in tal modo la Chiesa garantisce una adeguata e specifica cura pastorale. Vi sono poi attenzioni specifiche che la Chiesa ha perfezionato e ha regolato con norme sempre più adeguate alle esigenze pastorali sollevate dall’odierno fenomeno delle migrazioni: le relazioni tra cattolici latini e orientali nella determinazione dei criteri che regolano l’ascrizione a una Chiesa sui iuris, la costituzione di esarcati per i cattolici orientali emigrati fuori dal confine del territorio della Chiesa patriarcale, il diritto – benché non formalizzato – dei migranti ad una pastorale specifica, la costituzione di Chiese particolari in ragione del rito, della lingua, della nazionalità dei migranti, con particolare attenzione all’organizzazione della cura pastorale dei migranti su base personale con l’istituzione di parrocchie personali, cappellanie, missioni con cura d’anime. All’interno, poi, della cura pastorale dei migranti la normativa canonica ha perfezionato l’assistenza al matrimonio dei girovaghi e dei migranti, con particolare sollecitudine per i matrimoni misti tra due battezzati e per quelli con disparità di culto tra un battezzato e un non battezzato.

Quali innovazioni si sono susseguite nel corso degli anni nella legislazione ecclesiastica su queste tematiche?
Per comprendere il percorso della legislazione ecclesiastica nella cura pastorale dei migranti è utile presentare una veloce ma illuminante carrellata storica, tenendo presente come denominatore comune il magistero e l’opera dei papi.

L’attenzione della Chiesa per i migranti è nata in Italia con le grandi migrazioni di fine ‘800. L’esodo degli italiani con le migrazioni nelle Americhe è stato il fatto più visibile, massiccio e drammatico che ha permesso alla Santa Sede di iniziare a impostare una pastorale migratoria.

Si deve a Pio IX l’inizio dell’interesse della Chiesa per i migranti; ad esempio intuì che l’assistenza ai migranti doveva essere stabile e per questo iniziò ad inviare clero della stessa lingua dei migranti nelle colonie americane.

Con Leone XIII inizia una prima riflessione ecclesiale sulle migrazioni: si scopre il valore del rispetto della cultura dei migranti, si coinvolgono le Chiese di partenza e di arrivo, si qualifica esplicitamente l’emigrazione come un male.

A Pio XII, con la costituzione apostolica Exsul familia (1952) si deve la teorizzazione di una vera e propria dottrina ecclesiale sull’emigrazione, con l’affermazione del diritto dei migranti ad una pastorale specifica. Il Concilio Vaticano II, benché non abbia prodotto alcun documento sulle migrazioni, con la sua ecclesiologia ha condizionato la successiva attenzione della Chiesa per i migranti. Infatti, Paolo VI, che iniziò l’attuazione delle novità conciliari, promulgò l’istruzione Nemo est (1969) testo tra i più completi sulla dottrina e la prassi ecclesiale per la cura pastorale dei migranti e soprattutto documento che, rispetto alla costituzione Exsul familia, considera l’emigrazione in chiave universale, utilizza un linguaggio più pastorale e vede tutto il popolo di Dio responsabile dei migranti. Dopo il Codice di diritto canonico per la Chiesa latina e il Codice dei canoni delle Chiese orientali una importante innovazione è stata introdotta con l’istruzione Erga migrantes caritas Christi (2004). L’istruzione presenta tematiche nuove, quali l’inculturazione, la definizione di categorie quali identità e tolleranza, l’attenzione pastorale a migranti di altre Chiese e comunità acattoliche.

Volgendo lo sguardo al tempo presente, papa Francesco, sulla scia dei predecessori, ha sicuramente collocato nel cuore del suo pontificato i migranti, istituendo all’interno del dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale una sezione per i profughi e i migranti che risponde direttamente alla persona del Santo Padre.

In che modo i migranti contribuiscono a uno sviluppo più universale della Chiesa e alla sua acquisizione di una nuova coscienza?
Per comprendere quale sia il contributo dei migranti ad una visione universale di Chiesa è utile tornare e riprendere la riflessione sui fondamenti teologici della pastorale ei migranti. In tale contesto, un primo aspetto di riflessione investe la nota della cattolicità della Chiesa.

Volendo leggere la cattolicità della Chiesa nel contesto della mobilità umana si può cogliere uno spaccato della peculiarità della Chiesa stessa, pellegrina nel mondo verso la patria definitiva; tale lettura costituisce una occasione per evidenziare la nota della cattolicità della Chiesa e la reciproca immanenza tra Chiesa universale e Chiesa particolare, alla luce delle quali poter individuare il contributo specifico e proprio delle migrazioni.

Il concetto di cattolicità, letto e applicato in contesto migratorio, obbliga a ripensare la categoria di comunione. La Chiesa è cattolica in quanto si fonda sulla comunione, crea comunione, è protesa alla comunione.

La comunione ecclesiale non si limita ad una comunione umana, ma da essa traspare una comunione superiore con Dio; essa non è inafferrabile, ma ha una norma storica, in analogia all’apparire di Cristo “nella carne”. Questa comunione è aperta, poiché, pur verificando la sua autenticità con lo sguardo volto all’avvenimento storico di Gesù, tuttavia ha davanti a sé un mondo nuovo da scoprire.

Di fronte a questa realtà la Chiesa particolare, a contatto con le migrazioni, si configura come una risposta profondamente umano-locale alla comunione con Dio e tra gli uomini, cioè valorizza tutto l’humanum, vivendo la cattolicità come una nota non solo della Chiesa universale, ma incarnata già in se stessa; pertanto, ogni Chiesa particolare è cattolica.

Secondo la legge dell’Incarnazione, l’iniziativa di Dio, e quindi la risposta dell’uomo, è localizzata, così come lo è la Chiesa particolare-locale, nella quale e a partire dalla quale esiste la sola e unica Chiesa cattolica.

Nella dialettica tra universale e particolare, tra globale e locale si può adeguatamente inserire l’attenzione della Chiesa verso i migranti e l’attuazione di una pastorale specifica che si potrebbe definire “pastorale glocale”.

Come l’Incarnazione è stato ed è un dialogo storico tra il Padre che ha parlato attraverso il Figlio, così la cattolicità della Chiesa, e il cattolico in essa, vive come in un luogo per nuove partenze nella pratica e nella comprensione del Vangelo.

Ogni esperienza di fede è sempre stata trasmessa attraverso uomini incarnati in una cultura, per cui la fede cristiana è necessariamente “culturale”, e l’annuncio del Vangelo è avvenuto e avviene per opera di persone e comunità concrete.

Il “divenire” di Dio con e tra gli uomini “pianta la sua tenda” all’interno delle possibilità e dei limiti di una cultura e di un popolo particolari. È questo il paradosso dell’Incarnazione e della mediazione della Chiesa. Sotto questo profilo, si fa strada l’idea che essere migranti non è uno stato di rottura, ma uno stato congeniale alla natura umana. Il fenomeno migratorio favorisce quell’unità del genere umano che non è affatto estranea alla missione della Chiesa nel mondo.

La storia della salvezza si costruisce sulla base di una continua dinamica tra cultura e fede, tra condizione umana e “destino” in Dio. Le migrazioni entrano a far parte e sono una memoria costante del cammino verso la realizzazione della comunità escatologica del Regno; si inseriscono in una prospettiva trascendente, dal momento che Dio irrompe nella storia dell’uomo e la trasforma in storia sacra, e si configurano come una progressiva maturazione dell’uomo verso il suo destino, che è la partecipazione alla vita divina.

La dispersione allora rientra nella costruzione del Regno come momento essenziale. La continuità veritativa di Babele viene data dall’antibabele della Pentecoste, che non produce la riduzione di tutte le lingue ad una sola, ma la comprensione dell’unico messaggio da parte di tutti. Qui la vera unità non consiste nell’annullamento delle diversità, ma si sostanzia nella loro comunione, nella cattolicità. Da una parte, il piano della creazione prevede la diversità etnico-linguistica, dall’altra parte, l’economia della redenzione postula l’elemento nuovo dell’unità dei popoli e delle nazioni attorno alla fede nell’unico Cristo: è la comunione operata dallo Spirito che si riflette sull’umanità. La presenza dei migranti nella Chiesa particolare è un richiamo continuo a riconoscersi sempre più come questo strumento che ha bisogno di arricchirsi di diversità per vivere autenticamente l’universalità.

Le migrazioni hanno messo spesso le Chiese particolari nell’occasione di autenticare e rafforzare il loro senso cattolico.

Si tratta, in ultima analisi, di collocarsi sempre più nella definitività propria dell’escaton. Infatti, a fondamento della prospettiva teologica delle migrazioni si pone proprio quella escatologica; essa, mentre denuncia la frammentarietà di ogni esistenza, annuncia la relatività del presente e quindi delle culture e preannuncia la definitività della meta.

I migranti sono un interrogativo vivente circa la questione del rinnovamento stesso della vita ecclesiale; non si tratta solo di una questione di relazione tra Chiese particolari, di partenza e di arrivo, ma è fondamentalmente un problema ecclesiologico.

Sotto questo profilo, la migrazione si presenta come un problema che interroga la Chiesa.

Il compito della Chiesa particolare consiste nel fare un’autentica esperienza di Chiesa, della sua unità e cattolicità nella ricchezza delle diversità; nel prendere coscienza, attraverso la diversità del vivere la stessa tradizione cristiana, di se stessa e del suo essere Chiesa-comunione: le comunità cristiane che temono di perdere la loro omogeneità non dovrebbero vedere nella migrazione un appello pressante a edificare delle vere comunità, più mature e più ecumeniche, dove il riconoscimento dell’altro, la condivisione con l’altro diventi la regola di vita. Una Chiesa che attraverso le migrazioni non riesce a maturare una coscienza più grande dell’unità tra i popoli, viene meno alla sua vocazione storica nel mondo moderno.

È la communio che va salvaguardata, poiché il problema centrale non è difendere una espressione culturale, ma costruire la cattolicità della Chiesa nelle Chiese particolari, e per questo è necessario suscitare una coscienza ecclesiale universale nelle comunità immigrate e autoctone, essendo la comunione una esigenza e una responsabilità reciproca. Ma la costruzione della cattolicità in quanto tale deve caratterizzare ogni Chiesa, anche a prescindere dal fenomeno migratorio. Per realizzare tale costruzione è necessario recuperare una pedagogia della cattolicità.

I migranti, facendo confluire il “mondo” in “ogni luogo” e “ogni luogo” nel “mondo”, obbligano le Chiese particolari a fare i conti con la pluralità delle culture, delle lingue, delle razze, delle etnie e delle religioni, senza che le Chiese si identifichino con una di esse.

Luigi Sabbarese è professore ordinario di diritto matrimoniale canonico nella Facoltà di Diritto Canonico della Pontificia Università Urbaniana (Città del Vaticano). Consultore in diversi Dicasteri della Curia Romana, operatore nei Tribunali ecclesiastici in Urbe e in quelli della Santa Sede, unisce l’attività didattica alla ricerca e alle pubblicazioni, è, infatti, autore e curatore di molteplici studi specialistici e monografie nell’ambito del diritto canonico latino e orientale.

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