Prof. Carmine Ampolo, Lei ha curato con Federica Cordano l’edizione del libro Giovanni Pugliese Carratelli e la medicina antica pubblicato da Ledizioni: quale rilevanza ha avuto l’antico sapere medico nella ricerca dello storico e accademico napoletano?
Giovanni Pugliese Carratelli e la medicina antica, Carmine Ampolo, Federica CordanoNon possiamo certo prescindere dal dato biografico, Pugliese Carratelli era infatti figlio di un importante figura di medico; ma alcune concrete esperienze di studio ‘sul campo’ gli hanno posto con forza il tema del medico nell’Antichità e della posizione della medicina. Mi riferisco alla scoperta e all’edizione di iscrizioni relative a medici, da quella giovanile del medico Som(b)rotidas che apre questa raccolta di scritti, a testimonianze dall’isola di Cos – la patria di Ippocrate e del fiorente gruppo familiare e scuola medica degli Asclepiadi – su Stertinio Senofonte, medico dell’imperatore romano Claudio noto anche da Tacito (Annali XII, 61), e la sua famiglia, fino alle iscrizioni di Elea (Velia). Queste infatti ci parlano di un altro gruppo di medici, (recanti il nome di Ulis di tradizione ionica ma collegato ad Apollo Ulios), che aveva compreso -almeno secondo loro – il grande filosofo Parmenide, qualificato come Uliades. In questi casi vediamo bene personaggi e gruppi che si muovevano in una prospettiva ampia, mediterranea, senza confini (e che invitano concretamente a superare, com’era tipico di Pugliese Carratelli, le barriere tra discipline diverse). Sottolineo lo stretto rapporto nell’opera di Pugliese Carratelli tra lo studio erudito di testi e documenti e la visione generale dei problemi, più esplicita nei lavori di sintesi ma implicita in molti lavori analitici. La medicina antica è un caso privilegiato per i rapporti tra essa e l’attività dello storico e tra medicina e filosofia; del resto non si dimentichi che per Galeno -anch’egli archiatra imperiale oltre che studioso eminente- “L’ottimo medico è anche filosofo”. Questo libro vuol essere un omaggio a questo nostro umanista, ma anche un invito a riconsiderarne le prospettive di ricerca (segnalo a questo proposito la bibliografia aggiornata degli scritti e le pagine sintetiche quanto acute di Santo Mazzarino, scritte nel 1964 quando l’interesse per la medicina antica di Pugliese Carratelli cominciava appena a manifestarsi).

I saggi raccolti nel volume testimoniano l’interesse del prof. Pugliese Carratelli per le scuole mediche: quale importanza ebbero nella medicina antica?
La medicina antica, in particolare quella greca, era policentrica e l’attività di quelle che semplificando vengono chiamate ‘scuole’ si estendeva dall’Egeo, l’isola di Cos, Cnido sulla costa asiatica, Rodi, fino a Crotone ed Elea in Magna Grecia, e oltre. Tra i Moderni si discute se vi fosse o meno una contrapposizione tra ‘scuole’ diverse. Gli Asclepiadi su cui si sofferma molto Pugliese Carratelli erano presenti sia a Cos che a Cnido. L’esistenza di teorie mediche diverse in questi due centri è controversa, ma la realtà di centri differenti in cui si formavano o almeno si associavano medici pare certa come anche l’esistenza di teorie antiippocratiche, come quella di Asclepiade di Prusa. Il caso di Elea è particolarmente interessante; i medici sono rappresentati – anzi si autorappresentano – come tipici togati romani, si definiscono in greco ‘fisici’ (physikoi) che può valere sia medico che filosofo della natura, e si rifanno al filosofo Parmenide, anch’egli definito ‘fisico’. Abbigliamento da buon cittadino romano ma cultura e mentalità ellenica, da medici colti. Come rileva giustamente Pugliese Carratelli, ancora nella tradizione araba Parmenide era considerato ‘medico’! 

Come nacque e si sviluppò la medicina nella Grecia antica?
Una visione semplicistica vuole che ci sia un progressivo distacco da una medicina strettamente legata all’elemento religioso, e con aspetti che l’avvicinavano alla magia, con un decisivo progresso scientifico e razionale in direzione di una attività essenzialmente professionale. Ma questa è solo una parte di una trasformazione più complessa; il legame con i santuari di Asclepio/Esculapio non era effimero e non limitato solo a quelli in cui erano ricordate guarigioni miracolose, come Epidauro. I già citati Asclepiadi, che si erano trasformati da un vero gruppo di parentela in uno fittizio – si connettevano esplicitamente al dio della medicina e la straordinaria figura di Ippocrate ne faceva parte; il cd. ‘Giuramento di Ippocrate’ inizia menzionando Apollo medico, seguito da Asclepio, Igea e Panacea . Molto belle a questo proposito le pagine in cui Pugliese difende una datazione alta di almeno una parte del giuramento. Ciò detto, per Pugliese (p. 124) “la scuola ebbe tuttavia uno sviluppo indipendente da suggestioni sacerdotali, e costituì semmai un limite all’esercizio di quelle”. Si noti qui la distinzione tra l’aspetto ‘religioso’ e quello ‘sacerdotale’ e altrove la sua enfasi sull’aspetto etico della medicina ippocratica.

La laicizzazione della medicina, la differenziazione da pratiche magiche (che peraltro avevano anch’esse una qualche forma di razionalità, per noi quasi paradossale) coesistevano con aspetti religiosi, anche profondi, con la cd. ‘incubazione’ (cioè il dormire nel santuario aspettando l’apparizione in sogno del dio taumaturgo) e talora con pratiche verbali poco ‘mediche’. Interessanti anche alcuni studi su termini come i pharmaka deleteria, da interpretare non come ‘veleni mortiferi’ ma come operazioni magiche malefiche.

Quale profondo rapporto tra i metodi di Ippocrate e Tucidide ha evidenziato nei suoi studi il prof. Pugliese Carratelli?
Siamo qui nel cuore ideale del libro, il metodo dello storico e quello del medico, attraverso le formulazioni di due grandi autori esemplari, Tucidide e Ippocrate. Questo è un punto chiave, importante a prescindere dall’analisi fine e acuta che vi è dedicata da Pugliese. Basti qui ricordare un celebre saggio di Carlo Ginzburg sul ‘paradigma indiziario’ (Spie. Radici di un paradigma indiziario). La tesi secondo cui “la maggior parte delle scienze umane s’ispira a un’epistemologia di tipo divinatorio” e del carattere “probabile” della conoscenza storica, basata su tracce, si fondava anche sul caso della medicina ippocratica, con la nozione di segno o sintomo (semeion). Non a caso Ginzburg citava proprio la frase di Alcmeone, secondo cui a differenza degli dei “gli uomini possono soltanto congetturare”. Essa ricorre più volte anche in Pugliese e noi curatori l’abbiamo messa in epigrafe nella nostra introduzione. Quel saggio innovatore di Ginzburg ha suscitato com’è noto una vivace discussione che non posso riprendere qui; per la medicina greca egli si rifaceva a formulazioni di Marcel Detienne e Mario Vegetti. Pugliese confrontava efficacemente le formulazioni degli scritti ippocratici con quelle di Tucidide. Meglio citare direttamente: “Secondo la dottrina esposta nel Prognostico, alla historíe del medico è inerente non solo l’anamnesis…. ma anche la pronoia: che non è profetica previsione, ma è la somma della conoscenza ottenuta mediante l’indagine del passato e del presente e volta verso l’avvenire…..Il iatròs non è un mantis, e il suo sapere è episteme laboriosamente acquistata, non subitanea ispirazione divina. Quando egli <<predice>> che un infermo risanerà o perirà, dice soltanto quel che gli è suggerito dalla sua esperienza medica, in base alla diagnosi dello stato dell’infermo e alla classificazione dei sintomi e delle fasi del male per analogia con sintomi e decorsi compiutamente cogniti. “I passi tucididei citati da Pugliese (I, 22, 4 e III, 82, 2) illustrano bene il parallelismo ed egli supera l’interpretazione in chiave utilitaria della previsione perché la conoscenza del certo in Tucidide “non si esaurisce nel presente e nel passato, ma si estende ovviamente al futuro”. Ancor più generale l’osservazione decisiva di Platone nel Lachete (198 d) “…qualunque sia l’oggetto della scienza, questa non sia diversa secondo che concerna il passato, per sapere com’è stato, o il presente, per sapere com’è, o il futuro, per sapere com’è probabile che avvenga o avverrà quando ancora non è stato; ma che sia sempre la medesima scienza. Per quel che concerne la salute, ad esempio, non v’è altra scienza attenta a tutti i momenti se non la medica, che sempre una osserva il passato, il presente e l’avvenire come avverrà”. Per lo storico e per il medico l’intelligenza del presente implica indagine e conoscenza seria del passato e previsione del futuro, non divinatoria ma fondata sulla capacità di giudizio critico; insomma una sostanziale unità dei vari momenti. Non è un caso che la rivista di studi antichi fondata da Pugliese Carratelli nel 1946 recasse il titolo “La parola dl passato” ripreso da una efficacissima citazione da Nietzsche (e da Benedetto Croce): “La parola del passato è sempre simile a una sentenza d’oracolo e voi non la intenderete se non in quanto sarete gli intenditori del presente, i costruttori dell’avvenire”.

In che modo fu introdotta la medicina a Roma?
A dire di Plinio il Vecchio il primo chirurgo a Roma fu uno spartano, Arcagato, nel 219 a.C., che impressionò non sempre favorevolmente i Romani. Ma il culto di Esculapio era stato importato agli inizi del III secolo a.C. da Epidauro nel Peloponneso e non possiamo escludere che medici vi siano giunti già prima dalla Magna Grecia e dalla Sicilia, modernizzando o sostituendo in parte forme tradizionali di medicina empirica. Ad esempio si può aggiungere che il nuovo culto era diffuso anche in altre località del Lazio, come la colonia di Fregellae (presso Ceprano) in cui è stato in anni recenti scavato e studiato un santuario del dio, costruito forse sul modello di Cos, che si era sovrapposto a quello di precedenti divinità salutari. Del resto cure dentarie (ponti d’oro) sono attestate già nel VII secolo a.C. a pochi chilometri da Roma. E nulla di sicuro possiamo affermare sulla provenienza di specialisti che vi hanno operato in età così antica. Invece siamo certi dell’ampia diffusione della medicina greca a Roma e nel mondo romano, spesso esercitata da medici ellenici, malgrado l’ostilità di Romani illustri come Catone. Medici illustri raggiunsero a Roma posizioni importanti, come quella di archiatra imperiale (basti pensare a Stertinio Senofonte di Cos cui Pugliese dedica molto spazio, e poi Galeno di Pergamo di cui si è detto).

Carmine Ampolo è Professore emerito di Storia greca presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Tra le sue pubblicazioni si ricordano: Storie greche (Einaudi, 1999); Plutarco, Le vite di Teseo e Romolo (introduzione, traduzione e commento), Mondadori, Collez. L. Valla, 1988, 2a ed. 1993; La città antica. Guida storica e critica (Laterza, 1980).

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