Giovani senza futuro? Insicurezza lavorativa e autonomia nell'Italia di oggi, Sonia BertoliniProf.ssa Sonia Bertolini, Lei ha curato l’edizione del libro Giovani senza futuro? Insicurezza lavorativa e autonomia nell’Italia di oggi pubblicato da Carocci: come si svolge la transizione alla vita adulta in un contesto di insicurezza lavorativa?
Non esiste un unico modo di diventare adulti e lungo i loro percorsi i giovani combinano in maniera differente, a seconda delle risorse e dei capitali che hanno a disposizione, autonomia abitativa ed economica nella strada per raggiungere la loro autonomia psicologica. Nel progetto Except[1] che studia l’esclusione sociale dei giovani in Europa, abbiamo raccolto quasi 400 interviste a un campione di giovani tra i 16 e i 30 anni su queste tematiche. La gravità del quadro della situazione giovanile in Italia che è emersa dalle interviste, in comparazione a quella degli altri Stati coinvolti, ci ha spinti ad effettuare un approfondimento sul nostro Paese. La raccomandazione europea nel finanziare questo progetto di “prendere i giovani sul serio” è qui diventata centrale: di fronte ad un vociferare riduttivo sulla condizione dei giovani oggi in Italia, giovani che sono il futuro in ogni caso di questo Paese, tale raccomandazione e la ricchezza del materiale ci hanno spinti a voler indagare seriamente e approfonditamente i vissuti di questa generazione.

Dalle interviste emerge l’incapacità diffusa di proiettarsi nel futuro e di progettarlo: si tratta di un fattore importante di esclusione sociale, non ancora adeguatamente messo a tema nel dibattito pubblico e in letteratura. L’impossibilità per i giovani di prefigurarsi un futuro, data l’incertezza del contesto istituzionale ed economico italiano in cui si trovano ad agire, è strettamente connessa alla mancanza di autonomia e alla difficoltà di prospettare modi e strategie efficaci per acquisirla. Il futuro sembra visibile all’orizzonte e pianificabile solo nel breve termine, ne conseguono una svalutazione dei riferimenti temporali di lunga durata e limitate possibilità di agency oppure un’adesione ritualistica all’idea e al modello di futuro proposto dalle generazioni precedenti.

Che nesso esiste tra autonomia abitativa e insicurezza lavorativa?
Dalle interviste della ricerca, emerge come il lavoro stabile e un reddito sicuro siano ritenuti essere elementi rilevanti per i giovani per le transizioni verso la sfera adulta lasciare la famiglia di origine e progettarne una nuova, ma il contesto istituzionale nel quale si trovano non permette loro per esempio di capire quando e come raggiungere tali mete. L’autonomia economica è ritenuta un prerequisito all’abitativa. L’uscita dalla famiglia di origine allora in molti casi non è solo più posticipata, come emergeva da precedenti ricerche in Italia, ma è spostata molto in avanti ed è più “sognata” che progettata. Inoltre, non sembra che gli intervistati abbiano chiari quali siano i passi intermedi ed i mezzi attraverso i quali pensano di raggiungerla. In quest’ottica tutto è concentrato sul presente e l’autonomia assume una connotazione limitata nello spazio e nel tempo.

Forse anche in relazione anche a opportunità lavorative sempre più scarse in seguito alla crisi in Italia, sembra emergere addirittura un tratto in cui l’incertezza lavorativa spinge a soffermarsi unicamente sul presente o su un futuro molto lontano, immaginato più che progettato.
Essere autonomi oggi per molti giovani significa avere a che fare con problemi e decisioni nel quotidiano o di breve periodo e dal punto di vista economico riuscire a provvedere alle proprie spese per il tempo libero e poco più.
Questo provoca in alcuni una bassa soddisfazione per il proprio progetto di vita: solo chi si percepisce più autonomo si ritiene più soddisfatto e un basso richiamo all’assunzione di responsabilità, una difficoltà a raggiungere l’autonomia psicologica talvolta.

Quale rapporto esiste tra autonomia psicologica e insicurezza del lavoro?
Il tema centrale della ricerca è come si diventa adulti ed autonomi, in grado di prendere le proprie decisioni e di farsi carico delle conseguenze del proprio agire e come questo avvenga attraverso la decisione di uscire o meno dalla famiglia di origine. Ciò implica per i giovani occuparsi di tutta una serie di aspetti della gestione quotidiana e di decisioni di lungo periodo di cui altrimenti spesso si farebbero carico i loro genitori, e come questo si declini in funzione di un’autonomia economica, che ormai non coincide con l’abitativa: si può vivere con i genitori ed essere autonomi economicamente o essere fuori casa e dipendere dai genitori. L’autonomia psicologica si può raggiungere attraverso diversi percorsi con il combinarsi delle altre due autonomie

L’autonomia psicologica è allora descritta, dai giovani, anzitutto come prendersi cura di se stessi da soli, pienamente. Si tratta di essere capaci di pensare a se stessi, nella quotidianità e non solo nelle grandi decisioni della vita. Il tema dell’autonomia nella quotidianità è ripreso soprattutto da giovani che si trovano in una condizione di maggiore precarietà e che, soffrendo della mancanza di autonomia, evidenziano come essa sia possibile, sebbene in minima parte, nelle scelte di ogni giorno, nell’aiuto fornito in casa, nelle piccole questioni da risolvere.

Qual è il ruolo delle tradizioni culturali nel processo di uscita dalla famiglia in tempi di incertezza lavorativa?
La situazione di scarso supporto istituzionale e di politiche del lavoro inefficaci rende fondamentale il supporto informale dei genitori, sostegno che in Italia si realizzi attraverso la coabitazione con i genitori. In questo senso l’autonomia abitativa non è più ritenuta centrale. I giovani non ritengono che sia così urgente lasciare la casa dei genitori e ritengono che sia normale prolungare la convivenza. Naturalmente, ciò può dipendere in parte dalla forte cultura familiare, ma potrebbe anche essere dovuto al fatto che poiché esistono forti vincoli a questa scelta, i giovani si adattino alla situazione, riaggiustando le preferenze verso il basso, costruendo una nuova retorica per cui “è normale vivere con i genitori”, per giustificare la loro situazione e nascondere il fatto che sono “i perdenti nella globalizzazione”.

Così se guardiamo a quest’ultimo: “Dalla voce dei giovani catanesi si evince di più il peso, sostenibile, della tradizione nel prefigurare norme culturali di uscita dalla famiglia, peso che viene accettato di buon grado (e in qualche caso si fa buon viso a cattivo gioco), perché di fronte ad uno contesto lavorativo inerte, la famiglia rappresenta ancora un porto sicuro o l’unica risorsa disponibile”.

In generale: “Non vi è un processo di socializzazione attiva all’autonomia, i genitori preferiscono incentivare l’assunzione di responsabilità all’interno della famiglia, anziché al di fuori di questa. Pochi incentivi sostengono l’uscita dei giovani e talvolta sembra crearsi una sorta di corto circuito tra reciproche aspettative di figli e genitori, con i genitori che temono che i figli non siano sufficientemente attrezzati per uscire di casa e affrontare le responsabilità della vita adulta e figli che pensano di deludere i genitori se escono di casa “troppo presto”.

I giovani non si percepiscono come esclusi socialmente, poichè il ruolo della famiglia di origine è ancora forte, ma – stretti tra le scarse opportunità di scelta – nella maggior parte dei casi si rifugiano nella famiglia, che offre loro protezione abitativa e sostegno economico mentre si affacciano su un mercato del lavoro flessibile e con scarse protezioni istituzionali. Questa condizione ha un forte impatto sui tempi e modi della transizione alla vita adulta, che nelle traiettorie degli intervistati è caratterizzata dall’incompiutezza, pur essendo fortemente desiderata.

Una generazione che non ha domani è una generazione che si sente esclusa dalla possibilità di assumere quelle responsabilità che socialmente sono attribuite ai ruoli adulti, Al tempo stesso, è una generazione che difetta della capacità “politica di rappresentarsi” e si percepisce esclusa anche dalle istituzioni e dalle policies.

Quali politiche per i giovani, le competenze e il lavoro?
La ricerca ha evidenziato il fatto che manchino adeguate politiche passive e attive del lavoro per i giovani e un reddito minimo garantito, il risultato è che i giovani sono esclusi di fatto dalla maggior parte delle tutele e alternano periodi di lavoro e di disoccupazione. Per loro in Italia la discontinuità contrattuale spesso coincide con la discontinuità di reddito, sia mentre fanno la transizione scuola lavoro sia tra un contratto e l’altro, condizione che non condividono con molti loro coetanei Europei. Questo associato a poche politiche di sostegno all’affitto e alla mancanza di accesso al credito per chi ha contratti temporaneo come loro, che potrebbe agevolate l’accesso all’acquisto della casa. Di fronte ad elevatissimi rischi, i giovani spesso ripiegano nella norma suggerita dai genitori di aspettare a uscire di casa, finché le condizioni abitative di uscita in coppia e in casa di proprietà non si realizzano. Questo sicuramente ripara dai rischi di povertà, i tassi delle famiglie giovani povere sono in aumento.

Può avere delle conseguenze. Prima di tutto limita la di capacità di aspirare e progettare dei giovani. Lo spazio di sperimentazione che si offre oggi ai giovani è ristretto nelle opportunità lavorative e nel sostegno istituzionale. Nonostante questo occorre sottolineare che dalle interviste emerge che non ci troviamo per niente di fronte a giovani passivi, ma a giovani che ridefiniscono le loro priorità, con una diminuzione dell’importanza dell’autonomia abitativa nel diventare adulti, che abbassano le loro aspettative, ridefinendole a ribasso, ma che allo stesso tempo mettono in atto tutta una serie di micro-meccanismi e micro-strategie per rendersi autonomi quotidianamente, per costruirsi una loro identità pur nei margino ristretti a loro concessi. In questo sono giovani molto attivi. Ma è come se fossero costretti a sperimentarsi in uno spazio ristretto, appoggiandosi ai loro genitori e in alcuni casi abbracciando modelli di riferimento delle precedenti generazioni. Lo spazio di modernità liquida, di sperimentazione, raccontato in molte ricerche internazionali, in questo gruppo di giovani traspare poco. Questo non permette loro uno sguardo di lungo periodo e delle aspettative innovative e ottimiste. Tale tratto è particolarmente preoccupante nella realtà italiana. E richiama la necessità per le politiche e le istituzioni di disegnare attorno ai giovani un supporto che permetta loro di sperimentarsi maggiormente, anche oltre i limiti dei confini familiari e nel mercato del lavoro in forma più ampia.

Il punto è che c’è bisogno di politiche specifiche per i giovani e per l’autonomia giovanile, che sostengano i loro percorsi verso l’autonomia nei diversi modi in cui può essere acquisita, combinando aspetti familiari ed economici, ma che comunque facilitino la transizione dei giovani alla vita adulta e verso l’assunzione di responsabilità.

La ricerca Except ha anche mostrato dalle analisi quantitative che politiche del lavoro rivolte all’intera popolazione spesso non intercettano la fascia giovanile. Il livello di spesa per le politiche passive e/o attive del lavoro non ha un effetto moderatore tra l’insicurezza lavorativa oggettiva e l’uscita dalla famiglia di origine. I Paesi che spendono di più per queste politiche, non migliorano la relazione tra disoccupazione e autonomia. Le interviste, parte qualitativa del progetto, ci mostrano perché: i giovani non intercettano molte delle politiche a causa di una difficoltà di reperimento delle informazioni o per una difficoltà di accesso alle stesso. Idem per le politiche relative alla casa. Infatti, nelle interviste i giovani sottolineano le difficoltà ad avvicinarsi alle politiche: “Queste posizioni esprimono la lontananza della generazione che si appresta a diventare adulta dalle istituzioni, alimentando pericolosi luoghi comuni che in una sorta di effetto boomerang finiscono con il ricadere negativamente sugli stessi protagonisti, avvitandoli in un circolo vizioso negativo in un’ottica di autonomia economica e di cittadinanza attiva”.

Diviene importante istituire l’indennità di disoccupazione per chi cerca il primo impiego per diminuire la disuguaglianza tra chi può permettersi la strategia dell’attesa e chi no; politiche attive per il lavoro, orientamento parola chiave: per evitare i percorsi lavorativi discendenti occorre orientare dalla scuola, è importante saper cosa vuoi fare da grande; offrire ai giovani opportunità e spazi per la sperimentazione. Occorre creare le condizioni dentro le quali i giovani affinché possano rischiare, nel lavoro nei loro progetti di vita.

Si profila allora la necessità di un pacchetto integrato di politiche disegnato sulla categoria “giovani”, che integri gli aspetti del lavoro, della casa, dell’accesso al credito e degli investimenti. Questo a nostro parere dovrebbe essere una delle priorità delle politiche del nostro Paese, uno dei tasselli alla via alta verso lo sviluppo. D’altra parte investire sui giovani sul loro capitale umano e culturale, ma anche sulle loro capacità di sperimentazioni e sollecitarne l’assunzione di responsabilità è investire sul futuro del Paese.


[1] Progetto dentro il programma Horizon 2020, call 1 YOUNG-1-2014: grant agreement No. 649496. Il progetto vede coinvolte dieci università e nove paesi: Bulgaria, Estonia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Italia, Polonia, Ucraina, Svezia. È coordinato da Marge Unt dell’Università di Tallinn e da Michael Gebel dell’Università di Bamberg (http://www.except-project.eu). Il team italiano è composto da Sonia Bertolini (coordinatrice), Magda Bolzoni, Chiara Ghislieri, Valentina Goglio, Simone Martino, Antonella Meo, Valentina Moiso, Rosy Musumeci, Roberta Ricucci, Maria-Paola Torrioni.