Giornalismo aumentato. Attualità e scenari di una professione in rivoluzione, Giorgio TrianiProf. Giorgio Triani, Lei ha curato l’edizione del libro Giornalismo aumentato. Attualità e scenari di una professione in rivoluzione edito da FrancoAngeli: qual è la situazione delle imprese giornalistiche al tempo del web?
Non buona è un eufemismo. Catastrofica è forse il termine giusto. Due soli dati danno un’idea del quadro. Uno studio di Mediobanca ha evidenziato come dal 2011 al 2015 i nove maggiori gruppi editoriali italiani a cui fanno capo i principali quotidiani del paese hanno perso il 32,6% del fatturato, cumulando una perdita netta per 2 miliardi e ridotto la forza lavoro di oltre 4.500 unità, scendendo a 13.090 dipendenti totali (erano 17.645 nel 2011).
Si consideri poi lo scandalo recente del Sole 24 Ore. Il giornale della Confindustria, che nell’ultimo decennio ha avuto nel consiglio d’amministrazione i massimi esponenti dell’associazione, ovvero i maggiori imprenditori nazionali, che un giorno sì e l’altro pure invitava la classe politica a comportamenti virtuosi, i governi a fare le riforme e a farle presto, s’è scoperto a inizio 2017 in una crisi impensata e gravissima. Fallimentare. Un debito di 353 milioni, bilanci e dati diffusionali truccati. Appunto, un disastro. Ma in linea con la situazione più generale che vede di anno in anno calare costantemente le copie e i lettori, così come la pubblicità.
È un mercato in grande sofferenza, ma che di suo in Italia aggiunge un management vecchio, che continua ad andare avanti con la testa girata indietro. E una “classe giornalistica” se mi si passa il termine anch’essa ancorata a un’idea di giornale che è morto.

Come e con quali conseguenze il web ha disintermediato la professione giornalistica?
Rendendo le notizie delle commodities, come dicono gli uomini marketing. Ovvero cose prive di valore. Le notizie oggi le si trovano ovunque e gratis sul web. Il problema è che gli editori hanno pensato di potere sfruttare la nuova situazione, salvo scoprire che i vari Google e Facebook hanno progressivamente scavato loro la terra sotto i piedi. Notizie, commenti e soprattutto pubblicità hanno cominciato a girare molto più velocemente sui motori di ricerca e sui social network che sulla stampa. Acquisendo autorevolezza informativa, ma soprattutto generando crescenti ricavi. Il famoso “dilemma dei 25” riassume perfettamente il ritardo degli editori tradizionali rispetto ai grandi player del web: ogni anno un utente genera per Facebook un ricavo di 25 dollari. Per un’azienda media tradizionale quella cifra si riduce a 25 centesimi.
Sul versante professionale il grande sviluppo di blog e giornali on line, oltre che di mezzi tecnologici potenti e a basso costo, ha significato la proliferazione di tanti sedicenti giornalisti, opinionisti, commentatori. Che hanno tolto prestigio e autorevolezza a tutta la filiera produttiva, nel momento in cui hanno cominciato ad arrivare primi sulla notizia non giornalisti, inviati delle tv, fotoreporter ma il passante o la vittima stessa di un incidente. “Giornalisti per caso”, nel momento in cui l’evento succedeva, e loro si trovavano/trovano lì sul posto: pronti a fissare la scena con lo smartphone e a inviarla subito con un tweet. O postandola sulla pagina Facebook

Quali opportunità offrono alla professione giornalistica i big data?
Premetto che big data è una formulazione di comodo. Troppo facile. In realtà a fare big data al mondo ci sono 4/5 grandi realtà. Certo è che la disponibilità di dati è aumentata enormemente con il pieno dispiegarsi del processo di digitalizzazione e lo sviluppo di motori di ricerca e social network. I dati posso aiutare molto il buon giornalismo. I problemi al momento sono che: a fare del data journalism come si deve in Italia sono pochi giornali e giornalisti. Perché ci vuole una cultura dei dati (come si trovano, si maneggiano e li si rendono leggibili) che non c’è. O poco, nelle redazioni. Ma avere tanti dati può avere poco senso, anzi può addirittura contribuire a “nascondere” meglio le notizie. Le infografiche (quelle molto articolate e complicate, dove il “grafismo” prevale sulla leggibilità) sono appunto un esempio di come si preferisca abbondare anziché evidenziare i pochi, essenziali dati che servono per ben illustrare la realtà di cui si sta parlando.

In che modo il giornalismo può trarre vantaggio dall’innovazione tecnologica?
Intanto accompagnandolo e non ostacolandola. Non mettendosi di traverso, ma invece cercando di aggiornarsi, di vedere come funzionano i tanti tools e apps che ogni giorno propongono un modo nuovo di fare giornalismo. Ovviamente con il solito “grano di sale” che serve per capire se una novità ha senso e funziona o meno. Oggi ad esempio si è scatenata la moda delle foto e video con i droni. Ma forse sarebbe più necessario imparare a fare delle belle foto e dei video anche da fermi, in bianco e nero e con grande attenzione ai contenuti. Anche le applicazioni di realtà aumentata (AR) sembrano inscriversi in questo contesto: più di novità e techno-gadget che non di affinamento dei modi di rappresentare le notizie. Insomma bisogna cercare di stare sempre sui fondamentali della professione. Che è in grande e veloce trasformazione, ma che non toglie assolutamente valore (anzi!), ai principi guida del “buon giornalismo” (dalla ricerca delle fonti alla chiarezza espositiva e agli obblighi di verità, onestà, eticità di ciò che si scrive e racconta.

Nell’era dello storytelling, quali conseguenze per la comunicazione di brand?
Raccontarla bene non significa raccontarla giusta. Anzi in pubblicità funziona proprio così; e la pubblicità è il motore dei media. L’alimento fondamentale, con tutte le problematiche che ci sono da sempre e che l’informazione 2.0 ha ulteriormente acuito. Da sempre infatti gli inserzionisti sono un po’ padroni dei giornali, delle radio e tv, nonché del web. Negarlo non giova all’impostazione di un corretto rapporto fra informazione e comunicazione pubblicitaria. Anzi segnalare in modo puntuale e ben leggibile che un contenuto è sponsorizzato è la prima condizione da rispettare. Il pubblico deve sapere chi parla e per conto di chi. Il “patto comunicativo” fra la testata giornalistica e il suo pubblico deve essere chiaro.

Con queste avvertenze si può parlare di brand journalism e pubblicità nativa, di content marketing e storytelling: avendo consapevolezza che non si tratta di informazione bensì di comunicazione. Siamo ben oltre i confini del giornalismo inteso come funzione fondamentale della democrazia e del diritto dei cittadini a essere correttamente informati. Ciò non toglie che, nella “società della comunicazione” in cui viviamo, il racconto (anche merceologico) abbia un ruolo crescente nell’indirizzare e coinvolgere i consumatori. Dunque che anche lo storytelling debba essere regolamentato. Soprattutto nell’interesse del pubblico, degli utenti.