Giorgio FontanaGiorgio Fontana, quando è nato il Suo amore per i libri e la lettura?
Fin da bambino. Ho avuto la fortuna di crescere in una casa piena di libri e fumetti, e di avere accesso libero a entrambi. Ho cominciato leggendo “Topolino” — che leggo tutt’ora, e per cui scrivo — e proseguito creando lentamente un mio percorso individuale. I miei gusti veri e propri si sono sviluppati però verso la fine dell’adolescenza: lì ho incontrato i grandi narratori americani e mitteleuropei che ancora oggi amo; e soprattutto, ho incontrato Franz Kafka — il mio scrittore preferito.

Può dare a chi non legge una ragione per farlo?
È davvero difficile rispondere, anche se è una domanda a suo modo cruciale. Potrei dirgli o dirle che leggere è indispensabile per allargare il proprio immaginario, o per migliorare le proprie capacità di interazione nella società dell’informazione, eccetera. E sarebbe tutto giusto e vero. Tuttavia la verità è che innanzitutto, non leggendo, ci si priva di un piacere solitario e meraviglioso.

Come si diventa scrittori?
Non basterebbe un saggio per rispondere a questa domanda, e poche righe rischiano solo di banalizzare tutto. Diventare scrittori è un affare assai complesso, fatto di ragioni private e di elementi tecnici, di ossessioni e di caparbietà, di umiltà e di coraggio. Mi limito a metterla così: innanzitutto leggendo e scrivendo e riscrivendo e gettando e riscrivendo e gettando e leggendo e scrivendo e scrivendo e scrivendo, cercando di coltivare una visione autocritica e un’etica intellettuale cristallina.

Viene prima la passione per la lettura o quella per la scrittura?
Quella per la lettura. So che alcuni ritengono di poter scrivere senza leggere molto, o addirittura senza che abbiano una vera passione per la lettura: ma per me è assurdo. In ogni caso, io sono stato e sono tuttora innanzitutto un lettore: spero di non perdere mai quel piacere intenso, quel senso di stupore e meraviglia che mi coglie quando leggo una bella storia.

I dati Istat evidenziano come oltre il 60% degli italiani non legga: quali a Suo avviso le cause e quali le possibili soluzioni?
Le cause sono tante e complesse; da scrittore, mi interessano le numerose forme di intrattenimento narrativo che fanno concorrenza alla scrittura romanzesca — penso ai fumetti, alle serie tv, al cinema, ai social media eccetera. Molte di queste sono ottime: il romanzo non può sedersi sulla sua storia gloriosa pensando di avere una qualche superiorità morale; deve combattere all’altezza della sfida. E dunque, nella varietà delle soluzioni possibili, io penso innanzitutto alla necessità di scrivere storie belle, potenti, avvincenti, con una lingua viva e matura — storie che non somiglino a sceneggiature, che diano nuova linfa alla tradizione romanzesca e alla sua specificità. Non credo affatto basti, ma è il compito primario mio e dei miei colleghi.

È possibile educare alla lettura? Se sì, come?
Sì, senz’altro. È però necessario, di nuovo, ricordare che la lettura è innanzitutto un piacere: se usiamo i libri come un maglio sulla testa di chi non legge, imponendoli a forza, difficilmente otterremo dei risultati. Occorre studiare dei percorsi il più possibile ritagliati sul singolo, e mostrare come a uno sforzo maggiore — affrontare un testo più complesso, ad esempio — possa corrispondere una soddisfazione altrettanto grande. Qualsiasi discorso paternalistico riguardo la lettura finisce sempre per mostrare la corda. Nella mia esperienza, invece, ho visto che le formule di educazione e auto-educazione dal basso — penso ai gruppi di lettura nelle biblioteche e nei circoli, magari coordinati da un lettore esperto — funzionano molto bene. Anche se ovviamente gran parte del lavoro andrebbe fatto nelle scuole.

La tecnologia fatta di tablet ed e-book reader insidia il libro cartaceo: quale futuro per i libri?
E perché mai “insidia”? Io direi “affianca”: nel caso dei libri, tablet e e-reader sono tecnologie differenti per leggere medesimi contenuti. Per quanto mi riguarda hanno lo svantaggio di essere poco maneggevoli e di impedire quella cosa meravigliosa che è lo sfogliare liberamente un libro, come per assaggiarlo; ma sono anche molto pratici: in uno spazio assai ridotto può trovare spazio una piccola biblioteca tascabile. Ciò detto, credo che il futuro dei libri sia fatto ancora di carta: l’incidenza delle vendite di ebook è piuttosto bassa, almeno in Italia, e la carta resta il supporto — direi appunto la tecnologia — più adatta alla lettura lunga. Il problema sono piuttosto tutte le altre forme di lettura concorrenziali al romanzo: basti pensare alla quantità di cose che leggiamo (e scriviamo) sui social media. 

Quali consigli si sente di dare ad un aspirante scrittore?
Leggere molto; coltivare l’umiltà; imparare a riconoscere i propri errori ed evitarli in futuro; non dare mai per scontato che quanto si racconta sia interessante; imparare che una storia è una questione di logica e struttura e non solo di emozioni buttate sulla pagina; non cedere al cinismo o all’opportunismo; amare la lingua.