“Gigacapitalisti” di Riccardo Staglianò

VOUCHER IBS
Dott. Riccardo Staglianò, Lei è autore del libro Gigacapitalisti edito da Einaudi: innanzitutto, chi sono i gigacapitalisti?
Gigacapitalisti, Riccardo StaglianòSi tratta di un neologismo che allude alle gigantesche dimensioni delle loro ricchezze e alla natura prevalentemente digitale di quelle stesse fortune. Sono molti ma nel libro mi soffermo principalmente su Jeff Bezos, Elon Musk, Mark Zuckerberg e Bill Gates. In comune hanno di appartenere al cosiddetto club del trilione di dollari, ovvero di essere a capo di aziende la cui capitalizzazione di Borsa ha superato i mille miliardi. E anche il fatto di avere una sorta di “teoria unificata” dei loro affari, per cui sono riusciti, a partire dal dominio di un settore, ad espandersi in altri apparentemente irrelati. Un caso lampante è Bezos: dal momento che un abbonato prima tende a comprare più del doppio di un non abbonato, si è inventato innumerevoli incentivi per convincere le persone ad abbonarsi. Dando loro, oltre alle consegne gratuite, lo spazio di archiviazione delle foto, un abbonamento musicale, uno ai video in streaming, e così via. Ed è grazie a questa interdipendenza che può sostenere, a ragione, che l’Oscar a Transparent, una serie originale di Prime Video, lo aiuta a vendere più pannolini, o qualsiasi altra merce. Perché quella notorietà spinge più persone ad abbonarsi e a perpetuare il circolo virtuoso (per la sua azienda).

Come sono arrivati a una tale concentrazione di ricchezza?
Prima di tutto per il loro talento imprenditoriale, di cui la visione sinottica di cui abbiamo appena parlato è un ingrediente importante. Oltre ad altre caratteristiche psicologiche, in certi casi si è accennato a caratteristiche confinanti con quelle dello spettro autistico che li rendono ossessivamente concentrati sulla loro missione. Sono persone, è il caso di Musk, con una capacità di lavoro totale, ai limiti più estremi della resistenza umana, con settimane fino a 120 ore. La parte dell’intelligenza, della concentrazione e dell’abnegazione è però quella più nota. Quella meno nota, che aiuta a rispondere alla vostra domanda, è quella di un’abilità fuori dal comune di piegare a loro vantaggio gli aiuti pubblici. Per gente che si professa tendenzialmente libertaria è sorprendente rilevare che Tesla, senza i crediti verdi che lo Stato le riconosce, non sarebbe probabilmente sopravvissuta alle varie crisi che ha incontrato sul suo cammino. Che Amazon, senza una legge che per moltissimi anni l’ha esentata dal pagamento delle tasse sulle vendite online avrebbe fatto molta più fatica ad arrivare dov’è arrivata. E che anche Facebook, senza una legge che sventuratamente la ritiene irresponsabile per tutto quel che viene scritto sulla propria piattaforma, a differenza degli editori a cui ha sottratto buona parte della pubblicità, probabilmente non avrebbe mai raggiunto le dimensioni attuali. A scanso di equivoci: nessuno nega che si tratti di imprenditori eccezionali, dico solo che questo aspetto di sussidi, economici o legislativi, sin qui è passato sotto silenzio. Con questo libro ho provato a rimediare.

Quello dei gigacapitalisti, è un potere superiore anche agli Stati sovrani: quali sono i rischi?
Gli esempi pratici di questo strapotere abbondano. Gates, per dire, è uno dei più grandi donatori all’Organizzazione mondiale di sanità. È una cosa buona, ovvio, com’è buono che con i suoi soldi aiuti il consorzio per lo sviluppo dei vaccini, ma per la vitale importanza del tema sarebbe più sano che se ne occupassero gli Stati che, almeno in teoria, hanno meno conflitti di interesse. Parlando di spazio, invece, sin qui c’erano andati gli Stati Uniti, la Russia e la Cina. Accanto a loro oggi è sbucato Musk che con la sua SpaceX è quello che ha preso il testimone dello Shuttle e presta i suoi servizi alla Nasa. Sembra un problema lontano, ma siamo sicuri di volere che sia un privato il Caronte dei viaggi spaziali? A proposito di commercio, Amazon gioca un doppio ruolo: da una parte è il super-negozio dentro al quale milioni di commercianti vendono le loro merci, dall’altra è il principale fornitore di servizi cloud presso cui anche Netflix e la Cia si riforniscono. Essere diventata l’infrastruttura di così tanti scambi le conferisce una conoscenza senza precedenti di ciò che la gente vuole. Senza precedenti e pericolosa. Infine c’è il tema della formazione dell’opinione pubblica. Lo scandalo Cambridge Analytica ha rivelato come Facebook fosse stata usata nella campagna di Trump per provare a manipolare elettori indecisi servendo loro messaggi che risuonassero particolarmente nei diversi segmenti demografici. Ma c’è molto di più. Essendo la piazza virtuale dove una percentuale enorme di persone forma le proprie opinioni, anche una piccola modifica dell’algoritmo che decide quali notizie fare vedere e quali no ha contraccolpi decisivi sulla sfera pubblica. È giusto che questo ruolo delicatissimo l’abbia un privato? Io penso di no.

Come è possibile fermare la cavalcata verso nuovi tipi di monopoli di questa manciata di plutocrati?
L’ascesa dei gigacapitalisti è stata formidabile ma forse non irresistibile. La politica l’ha accompagnata, spianando la strada a queste aziende, a scapito di quelle tradizionali (negozi, giornali, etc). È sempre la politica che può correggere il tiro. Intanto pretendendo che queste aziende, tutte campionesse olimpioniche di elusione fiscale, paghino tutte le loro tasse, fino in fondo. L’alternativa che prediligono – non pagare le tasse e poi fare grande beneficenza – non è accettabile. Va bene per i sudditi, non per i cittadini. E poi aggiornando la teoria e la prassi della legislazione antimonopolistica. In Europa abbiamo iniziato prima, con importanti prese di posizione della commissaria Margrethe Vestager. Mentre l’America, dove tutte queste aziende hanno sede, ha nicchiato a lungo. La buona notizia è che la ricreazione sembra finita: una delle scelte più coraggiose di Joe Biden è stata quella di nominare a capo dell’antitrust Lina Khan, una giovane e combattiva studiosa che sembra avere intenzione di ristabilire ordine in un far west digitale troppo a lungo tollerato. Forse qualcosa sta per cambiare.

Riccardo Staglianò è inviato di «Repubblica». Ha lavorato al «Corriere della Sera» e, da quasi vent’anni, scrive reportage e inchieste per il «Venerdì». Ha insegnato a lungo Nuovi media all’Università di Roma Tre. Tra le sue pubblicazioni: Al posto tuo. Così web e robot ci stanno rubando il lavoro (2016), Lavoretti. Così la sharing economy ci rende tutti più poveri (2018), L’affittacamere del mondo. Airbnb è la nostra salvezza o la rovina delle città? (2020) e Gigacapitalisti (2022).

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
Non perderti le novità!
Mi iscrivo
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link