“Giacomo Leopardi. Le donne, gli amori” di Raffaele Urraro

Prof. Raffaele Urraro, Lei è autore del libro Giacomo Leopardi. Le donne, gli amori edito da Olschki: che rapporti coltivò con l’altro sesso il poeta recanatese?
Giacomo Leopardi. Le donne, gli amori, Raffaele UrraroLeopardi ebbe un rapporto con le donne piuttosto normale, anche se a volte conflittuale. Egli seppe dialogare con loro, parlare di letteratura, spesso anche di se stesso e dei suoi problemi, soprattutto quando frequentava i loro salotti, ma seppe anche essere piuttosto brutale, offensivo, vendicativo. Nella mia ricerca ho cercato soprattutto di liberare la figura di Giacomo dalle incrostazioni che si sono attaccate alla sua persona, dalle accuse che a mio modo di vedere, erano gratuite insinuazioni che non corrispondevano a verità, come l’accusa di misantropia e antifemminismo. Giacomo seppe innamorarsi di un amore tempestoso (Fanny Targioni Tozzetti), seppe resistere a certi svenevoli atteggiamenti che sembravano profferte d’amore (Adelaide Tommasini), seppe farsi apprezzare dalle amiche pisane, visse un difficile e strano momento di giovane innamorato deluso (Geltrude Cassi Lazzari). Insomma, volendo racchiudere in una espressione sintetica il rapporto con l’altro sesso, possiamo dire che fu un rapporto “normale”, anche se, e bisogna pur ammetterlo, la conformazione del suo corpo non gli consentiva certi approcci, cosa di cui si lamentò spesso perché era consapevole del fatto che virtù non luce in disadorno ammanto (Ultimo canto di Saffo, v. 54). Ma non è normale anche questo?

Che rapporto ebbe Giacomo con la madre, Adelaide Antici?
Il rapporto di Giacomo con la madre, se intendiamo un normale rapporto, intonato a vicinanza, affetto, empatia, fu, più che conflittuale, sostanzialmente inesistente. D’altra parte, una donna che, ancora giovanissima, dovette incaricarsi del difficile compito di raddrizzare la situazione finanziaria della sua casa, dopo le disavventure degli investimenti fallimentari del marito; che ebbe una vita piuttosto penosa caratterizzata da parti, gravidanze, aborti, morti premature del figli; che vedeva nei difetti fisici di Giacomo la necessità che rinunciasse alla vita, alla gioventù, e si dedicasse al sacerdozio, non poteva aver cura sufficiente della crescita e della formazione dei figli, in special modo di Giacomo che aveva un’accentuata sensibilità e una grandissima intelligenza, per cui avrebbe avuto bisogno di una madre affettuosa che ne accompagnasse la crescita. Adelaide appariva alla figlia Paolina “una persona ultrarigorista”, “un vero eccesso di perfezione cristiana” e al marito Monaldo una donna “arciforestica”, mentre il figlio Carlo ricorderà che “lo sguardo di nostra madre che ci accompagnava sempre, era l’unica carezza”. E in effetti Adelaide era una donna sostanzialmente anaffettiva.

Se poi si pensa che, durante tutti gli anni che Giacomo visse lontano da Recanati, la madre scrisse al figlio soltanto due volte, e non lettere, ma semplici biglietti, si comprende benissimo quale rapporto si fosse stabilito tra loro, anche se, nel 1819, Adelaide vendette le sue perle per pagare le spese della pubblicazione di due canzoni del figlio. Troppo poco, però: il loro rapporto, come si è detto, è intonato a freddezza e reciproca estraneità.

Che sentimenti nutrì, il poeta recanatese, nei confronti della sorella Paolina?
Paolina fu una presenza preziosa nella vita di Giacomo. Infatti non fu solo la sorella, ma anche la compagna di giochi, la confidente, la segretaria, la copista; era la “tutta di tutti”, ma riserbò sempre per il fratello, sempre ricambiata, un profondissimo affetto. Da parte sua Giacomo non solo le confidava i sentimenti più intimi, ma interveniva per placare le sue delusioni e le sue sofferenze derivate dai mancati matrimoni. Anzi spesso si spese per trovarle un marito, anche se inutilmente.

E Paolina era contenta o entusiasta dei successi del fratello che ella cercava di agevolare in tutti i modi. A lei Giacomo scrisse da Pisa per dirle di aver composto un canto, A Silvia, “come quelli di una volta”, volendo comunicarle che si sentiva nel pieno del suo fervore compositivo come nei giorni migliori del passato. Ed è di Paolina il lutto più sentito e più sincero, il dolore più profondo per la morte di Giacomo che continuerà a vivere nei suoi pensieri tanto che si preoccupò moltissimo per la salvaguardia delle sue opere e si impegnò a che fossero pubblicate secondo le volontà del fratello.

Quando le fu possibile viaggiare, volle visitare le città nelle quali Giacomo era stato nel suo vagabondare per l’Italia e nelle quali si era trattenuto come Napoli e Pisa, città, quest’ultima in cui morì in un albergo sulla riva dell’Arno.

Teresa Fattorini «ebbe una straordinaria importanza nella vita di Leopardi: non per un rapporto sentimentale tra i due, né per un vero innamoramento», ma per aver provocato in lui «quello status logico emozionale e lirico da cui nacque Silvia, uno dei personaggi poetici più alti della poesia italiana»: quale fu il rapporto del Leopardi con Teresa?
Teresa Fattorini ebbe un destino tragico: morì giovanissima, ma ha avuto in sorte un canto poetico che l’ha resa immortale. Infatti, dieci anni dopo la morte della ragazza, Giacomo, che allora si trovava a Pisa, in uno dei momenti di particolare intensità creativa, compose il canto, A Silvia, nel quale Teresa/Silvia viene immortalata e diventa uno dei più grandi miti poetici, quello della morte che tronca il destino dei giovani proprio mentre stanno per realizzare i loro sogni, i sogni della giovinezza recisa nel tempo in cui sta per fiorire, il tempo delle illusioni che muoiono nello scontro con la realtà che le distrugge.

Un mito grandissimo, quindi, e perciò appare strano come tra il Leopardi e Teresa non vi sia stato mai alcun rapporto, neanche di semplice conoscenza, ma soltanto qualche sguardo da balcone a balcone, tanto è vero che Carlo, il fratello del poeta, dopo quasi trent’anni dalla morte della ragazza, ebbe a riferire a Prospero Viani che “molto più romanzeschi che veri gli amori di Nerina/Maria Belardinelli) e di Silvia (Teresa Fattorini). Sì, vedevamo dalla nostre finestre quelle due ragazze, e talvolta parlavamo a segni. Amori, se tali potessero dirsi, lontani e prigionieri. Le dolorose condizioni di quelle due povere diavole, morte nel fiore degli anni, furono bensì incentivo alla fantasia di Giacomo a creare due de’ più bei tratti delle sue poesie. Una era la figlia del cocchiere (Teresa), l’altra (Maria) una tessitora”.

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Quali furono le relazioni femminili più significative della vita di Giacomo?
Le relazioni di Giacomo con il mondo femminili furono molteplici, ma quelle più significative, a parte quella con la madre e quella con la sorella, furono quelle con Marianna Brighenti (Bologna), con Teresa Carniani Malvezzi (Bologna), Adelaide Tommasini (Bologna) e soprattutto con Fanny Targioni Tozzetti (Firenze). Ma si trattò, come è ovvio che fosse, di relazioni di diversa tipologia.

Marianna era figlia di Pietro Brighenti, equivoco personaggio, editore e promotore culturale, ma anche delatore della polizia austriaca all’insaputa delle sue due figlie, Anna, detta Ninì, e appunto Marianna, con la quale la relazione amichevole si spinse fino a qualcosa di più forte e intimo, perché Giacomo e Marianna avevano una sintonia spirituale dovuta alla poesia dell’uno e alla musica e al canto dell’altra. Giacomo era affascinato da Marianna perché, oltre ad essere bella e intelligente, era una cantante lirica e riportò un grandissimo successo nella Semiramide di Rossini, il musicista più amato da Giacomo. Comunque, nonostante la frequentazione assidua, tra i due non sbocciò mai un amore vero e proprio, ma soltanto uno stretto rapporto sentimentale, una viva amicizia, una forte reciproca stima, o, se vogliamo, un amore “tenero e puro”, come afferma la Boghen-Conigliani.

Teresa Carniani Malvezzi era una donna bionda e bella, un po’ civettuole e un po’ maliziosa; accoglieva nel suo salotto bolognese letterati e poeti che la corteggiavano a turno. Quando Giacomo la conobbe si riaccese in lui quell’interesse per l’altro sesso che s’era sostanzialmente spento: i segni dell’interesse di Giacomo per lei furono quelli che egli indica come “delirio e febbre”. Per descrivere la tipologia di questo rapporto, si può far ricorso alle espressioni usate da Giacomo: “un’amicizia tenera e sensibile, con un interesse scambievole, e con un abbandono, che è come un amore senza inquietudine”.

Adelaide Tommasini, sposa dell’avvocato Ferdinando Maestri, era una donna piuttosto sognatrice e romantica che tenne con Giacomo, oltre ad una assidua frequentazione, un’importante corrispondenza epistolare. Giacomo ne frequentava spesso la casa perché conosceva benissimo i suoi genitori e il marito. È proprio la corrispondenza epistolare che rivela una certa ambiguità, non nel comportamento di Giacomo, ma in quello di Adelaide la quale, in una lettera scritta alle tre del mattino, parla di “un forte mal di capo”, di “malinconia”, di “inquietudine”. Giacomo, per la verità, nelle sue lettere non allude mai al loro rapporto se non in termini di amicizia. Ma da parte di lei le allusioni a qualcosa di più profondo sono evidenti. In effetti il loro rapporto rimase sui binari di una reciproca stima. A dir la verità, Giacomo sembra talvolta piuttosto infastidito per le espressioni usate da Adelaide che egli o non prendeva in considerazione o cercava di attenuarne il significato.

Fanny Targioni Tozzetti è la donna che più fece soffrire Giacomo. Secondo gli artisti e intellettuali che la frequentavano era dotata di una grande capacità di seduzione, aveva un carattere spigliato e vivace, amava essere amata e corteggiata. Giacomo, che spesso era ospite del suo salotto, si innamorò di lei di un amore vero e passionale, ma la bella Fanny si stava innamorando di Antonio Ranieri, l’amico napoletano di Giacomo, sicché venne a crearsi una sorta di triangolo in cui a predominare erano sentimenti contrastanti di cui il più importante fu quello nutrito da Giacomo: un amore vero che egli sentiva come forte interesse per la vita, ma che si trasformò in “ira”, come commentò la stessa Fanny quando Giacomo, trasferitosi a Napoli con Ranieri, cantò l’amore mancato e, secondo il poeta, violentato nella sua purezza da lei, che egli trasfigurò nel personaggio di Aspasia. Ma questo romanzo d’amore, che vide Giacomo ancora sconfitto e sconfortato, richiede di essere conosciuto in tutti i suoi aspetti sconvolgenti, cosa che in questa intervista non è possibile presentare adeguatamente.

Raffaele Urraro è nato e vive a San Giuseppe Vesuviano (Napoli). Laureato in Lettere Classiche presso l’Università di Napoli “Federico II”, ha insegnato Italiano e Latino nei Licei. Ha pubblicato 4 saggi leopardiani: Giacomo Leopardi: le donne, gli amori (Olschki, 2008), Giacomo Leopardi: Questa maledetta vita (Olschki, 2015); Il romanzo familiare di Pierfrancesco Leopardi (Olschki, 2020), Giacomo Leopardi: gli anni dell’inquietudine e della contestazione (Mimesis, 2023). Ha pubblicato inoltre libri di saggistica e di critica letteraria e numerose raccolte di poesia. È autore della Storia della letteratura latina e di numerose antologie latine per le Scuole superiori pubblicate in collaborazione con Giuseppe Casillo.

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