Gerussia. L’orizzonte infranto della geopolitica europea, Salvatore SantangeloProf. Salvatore Santangelo, Lei è autore del libro Gerussia. L’orizzonte infranto della geopolitica europea edito da Castelvecchi: quali intrecci politici, economici e culturali caratterizzano i rapporti tra Mosca e Ber­lino?
La caduta del Muro, la Riunificazione, il collasso dell’Urss hanno ridisegnato i confini della carta d’Europa, e spinto questo rapporto tra i due Paesi verso una nuova dimensione, contrassegnata da una rinnovata speranza e da un’intensa collaborazione: tutto ciò almeno fino alla Crisi ucraina. Il Centro Studi di Geopolitica della Duma (il Parlamento Russo) ha descritto questa dinamica coniando un neologismo: GeRussia, che indicherebbe appunto il rapporto strategico che si svilupperebbe lungo l’“asse” Mosca-Berlino.

Si tratta di una definizione che sta godendo di un’inattesa popolarità, e che di per sé tende a implicare una partnership “particolare” tra le due Nazioni.

Con la nascita della Federazione russa, le relazioni tra la Germania – giunta ormai alla fine del suo “lungo cammino verso Occidente” – e la Russia non più comunista hanno compiuto un salto di qualità. In particolare, la “nuova” Germania – alla distensione passata – vorrebbe aggiungere anche il tema della “sicurezza europea”, cui Mosca andrebbe associata a ogni costo: per Berlino, infatti, sarebbe impensabile la stabilità continentale senza un pieno e diretto coinvolgimento russo.

In che modo i legami tra Germania e Russia condizionano la geopolitica europea e mondiale?
La dissoluzione dell’Urss e la conseguente Riunificazione della Germania (grazie alla quale quest’ultima ha raggiunto una sorta di “saturazione strategica”) hanno profondamente (e per certi versi in modo non reversibile) alterato gli equilibri geopolitici in Europa e nel mondo, rendendo possibili nuove e audaci configurazioni.

I problemi principali su cui le classi dirigenti europee dovrebbero (di nuovo) concentrarsi sono essenzialmente due.

Il primo attiene al tipo di rapporto che l’Europa intende costruire con la rinata Russia; il secondo investe il ruolo che la Germania – l’economia più dinamica del Continente – si troverà a giocare. Il paradosso della Russia persiste – un’economia debole e una sostanziale forza militare – anzi è destinato a crescere come anche il dinamismo tedesco. Come gli altri Stati europei “definiranno” il proprio rapporto con queste due Potenze, costituirà il prerequisito per comprendere il loro modo di porsi nel contesto geopolitico continentale. Mosca e Berlino sono certamente consapevoli di essere protagonisti di una relazione importante per entrambi e gravida di conseguenze per la Ue e per le nazioni che si trovano tra i loro confini: Ucraina, Polonia, Paesi Baltici; senza dimenticare i riflessi sulla Francia, sull’Inghilterra e sugli Stati Uniti.

Quali comuni interessi geostrategici avvicinano Germania e Russia?
La comune traiettoria strategia è alimentata soprattutto dalla dimensione economica. In questi anni, gli scambi politici, commerciali ed economici si sono sistematicamente intensificati, incardinati in una cornice di proficui incontri, sia governativi, sia nell’ambito di piattaforme bilaterali alimentate da regolari consultazioni intergovernative e dai gruppi di lavoro per la sicurezza, per le questioni strategiche, per la cooperazione energetica, economica e finanziaria. Negli anni, questo clima politico ha creato le condizioni per generare un flusso poderoso e costante di investimenti diretti tedeschi nella Federazione russa, pari a 9,7 miliardi di dollari a partire dagli anni Novanta e fino al primo decennio del nuovo secolo; allo stesso tempo, è cresciuto il numero delle imprese tedesche che hanno deciso di delocalizzare o di operare direttamente in Russia; il loro numero è cresciuto fino a cinquemila, molte delle quali medie.

I dati della bilancia commerciale disegnano un’analoga dinamicità: non solo la Germania è il principale partner commerciale della Federazione russa con scambi che si aggirano attorno 50 miliardi di dollari annui con un trend in costante crescita; ma nel solo 2007 (anno in cui è stato registrato un picco) la Federazione russa ha esportato beni in Germania per un controvalore di quasi 20 miliardi di euro. Chiaramente, le voci più rilevanti sono rappresentate dai proventi delle vendite di petrolio e di gas. In questo senso occorre sottolineare come, in assoluta vigenza delle sanzioni, Gazprom, E.ON e Basf hanno portato avanti non solo una proficua collaborazione, ma vi è stato il rilancio della fondamentale infrastruttura energetica ribattezzata Nord Stream 2. L’interesse nazionale, che vede un rapporto privilegiato con Mosca, è ben presente all’interno delle classi dirigenti della Germania.

Quali vicende hanno segnato storicamente le relazioni tra Germania e Russia?
Questo rapporto speciale è un’eredità non solo del crollo del Muro, ma di un percorso molto più antico, che ha avuto un passaggio centrale nella Ostpolitik di Willy Brandt e che si è nutrito di altri momenti altamente simbolici, come per esempio il discorso tenuto in lingua tedesca da Vladimir Putin al Bundestag all’indomani dell’11 settembre 2001.

Chi ne ha intuito, forse per primo, la portata e la valenza è stato il grande economista inglese John M. Keynes, per il quale il ruolo storico di Berlino sarebbe proprio quello di modernizzare il Paese degli Zar.

Questa affermazione conserva intatta tutta la sua attualità, anche se con un’interpretazione differente da parte dei due protagonisti: per i tedeschi, infatti, la modernizzazione economica dovrebbe essere accompagnata da quella politica e sociale, mentre per le classi dirigenti russe il trasferimento tecnologico e la dimensione economica sono certamente prioritarie (se non esclusive).

Adottare il punto di vista di GeRussia, significa comunque superare tanti stereotipi, incomprensioni, andare non solo oltre i fotogrammi dell’opera di Sergej Ėjzenštejn, (incaricato negli anni Trenta di rievocare in un film la figura del principe Aleksandr Nevskij, l’eroe russo che aveva sconfitto i cavalieri teutonici nella memorabile Battaglia del Lago Ghiacciato nel 1242), ma anche archiviare definitivamente – nella dimensione della memoria, senza dimenticare – le immagini drammatiche degli stermini e delle macerie fumanti di Stalingrado e di Berlino.

E allora, in controluce, possiamo trovare gli appunti sparsi di un’altra storia: per secoli le classi dirigenti dei due Paesi hanno sfidato il cambiamento radicale dei propri regimi, gli equilibri e i contesti geopolitici internazionali, e persino due guerre globali in cui un’inimicizia e un odio senza quartiere hanno avuto il sopravvento.

La Russia ha ricevuto un apporto – spesso fondamentale – a sostegno della propria nascente industria attraverso investimenti, servizi, professionalità, manufatti di alta qualità prodotti dall’industria tedesca.

L’Impero zarista – a sua volta – tra il ’700 e l’800, ha costituito una vitale e fondamentale valvola di sfogo in grado di assorbire una parte della forza lavoro in eccesso che popolava lo spazio germanofono preunitario.

Lo stesso albero genealogico dei Romanov – dinastia imperiale dagli inizi del XVII secolo – è una lunga sfilata di principesse nate in Germania: prima di sposarsi Caterina la Grande era Sophie Friederike Auguste von Anhalt-Zerbst. Aleksandra Fëdorovna, moglie dell’ultimo Zar e Santa della Chiesa Ortodossa, nacque Alix Viktoria Elena Louise Beatrice von Hessen-Darmstadt. Dopo Caterina e prima di Alessandra molte altre imperatrici russe furono tedesche. Secondo Puskin il sangue che circolava nelle vene dei Romanov agli inizi dell’Ottocento era ormai, in larga parte, sangue tedesco.

D’altro canto, dopo l’unità, il II Reich, tagliato fuori dalla corsa per la conquista delle colonie, vide nell’Impero zarista – immenso e strutturalmente arretrato – la sua naturale area d’influenza, da “investire” con le sue competenze tecniche e i suoi capitali.

Ciò diede vita all’industrializzazione russa che, negli ultimi decenni del XIX secolo, si verificò proprio grazie a industriali, tecnici e, spesso, capitali tedeschi.

Tra l’altro, i russi hanno importato dalla Germania la loro organizzazione dell’apparato statale e della pubblica amministrazione, dell’istruzione universitaria, della ricerca scientifica, delle forze armate, e persino degli studi musicali.

Quando i russi pensano all’Europa è indubbio che pensino innanzitutto alla Germania.

Per valutare appieno la penetrazione della cultura tedesca, basti ricordare come i numi tutelari di quasi tutti i grandi movimenti rivoluzionari e sociali russi furono tedeschi: Karl Marx, Friedrich Engels, Eduard Bernstein e Rosa Luxemburg.

La stessa prima lingua di lavoro della Terza Internazionale fu il tedesco.

La collaborazione russo-tedesca nel primo dopoguerra, dopo il Trattato di Rapallo (con il quale le due potenze cercarono insieme di superare il loro isolamento internazionale), fu la continuazione di quelle intense relazioni economiche che Berlino e Mosca avevano portato avanti fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale.

Nel 1929 Joseph Stalin lanciò il “Primo piano quinquennale” che, se non avesse potuto godere del sostegno degli investimenti e della tecnologia tedesca, sarebbe certamente naufragato o non si sarebbe neanche avvicinato agli straordinari successi conseguiti.

Ci sono periodi, anche lunghi, nei quali le due nazioni si combattono senza quartiere e senza tregua; ma non appena le armi vengono deposte, Germania e Russia riprendono la secolare collaborazione.

Così accadde dopo la Grande Guerra, con il già citato Trattato di Rapallo e con il Patto Molotov-Ribbentrop dell’agosto 1939, e poi nel 1955, dopo la visita del cancelliere Adenauer a Mosca.

Se abbracciamo questa visione, Adolf Hitler, il suo razzismo e la sua ossessione anti-slava, sarebbero un’eccezione: violenta, sanguinosa, drammatica, ma pur sempre un’eccezione.

Ma non si può certamente sorvolare sugli orrori della Prima Guerra Mondiale, sui totalitarismi nazionalsocialista e comunista che si sono battuti all’ultimo sangue per conquistare le anime, le menti e i corpi delle decine di milioni di esseri umani intrappolati nelle maglie dei loro sistemi repressivi; sulla Germania occupata, umiliata, smembrata; sul feroce confronto politico, militare e ideologico tra blocchi contrapposti: tutto ciò ha infatti contribuito a plasmare il “Secolo breve”.

Se l’integrazione tra Russia e Germania – GeRussia – non sarà semplicemente un progetto egemonico costruito su freddi calcoli che prendono in considerazione solo vantaggi o svantaggi economici, ma un processo che tende la mano anche a chi più ha sofferto a causa dei russi e dei tedeschi, e quindi se saprà nutrirsi, magari rinvigorendolo, dello stesso spirito che ha animato i padri fondatori che vollero edificare la Casa comune sulle macerie fumanti della guerra civile tra europei, forse, finalmente, gli spettri e gli orrori del passato potranno essere esorcizzati.

Quale futuro per i rapporti tra Germania e Russia?
Diversi sono stati i tentativi (anche accademici) che hanno provato a delineare il futuro di questa relazione; un esercizio che rischia comunque di essere fuorviante, come molti analoghi tentativi di definire scenari oltre il breve periodo: volgere lo sguardo oltre un arco temporale limitato, delineare il perimetro della riflessione, di fatto condizionano l’osservazione ed eventualmente (a seconda dell’autorevolezza di chi ha compiuto lo sforzo di elaborazione) persino l’agenda del decisore politico.

Tante e tali sono inoltre le variabili in gioco: le relazioni tra i leader, il contesto geopolitico regionale o internazionale, la congiuntura economica.

Fino alla crisi del 2014, GeRussia procedeva a tappe forzate; l’apertura del fronte ucraino può rivelarsi una momentanea battuta d’arresto, oppure una frenata talmente brusca da far rimbalzare la Germania da una prospettiva d’integrazione eurasiatica a quella neo-atlantista.

Sono comunque emerse alcune costanti che meritano di essere approfondite, tenendo presente che la parola “scenario” è un termine abusato per definire un quadro previsionale, o una situazione futura prevista, ma in realtà indica una raffinata tecnica di esame d’opinione che cerca di individuare aspettative, speranze, ansie e timori attuali legati al futuro.

Negli ambienti più accreditati si ipotizza che il rapporto tra Mosca e Berlino possa evolvere lungo tre distinte traiettorie: a) una simbiosi talmente forte da favorire e accompagnare persino l’ingresso della Russia nell’Unione europea; b) una partnership strutturata ma senza una cornice formale; c) una posizione intermedia tra le precedenti.

La prima ipotesi oggi appare scarsamente realistica: l’Unione europea, anche se negli ultimi 20 anni ha fatto dell’allargamento, più che dell’integrazione, il suo leitmotiv, difficilmente azzarderebbe a spingersi sino a Vladivostok; allo stesso tempo, la Russia non ha mai mostrato di aspirare all’ingresso nella Ue, né si è detta pronta ad accettare i vincoli che tale decisivo passaggio comporterebbe. La seconda ipotesi suggerisce lo sviluppo di un rapporto tra due attori indipendenti, sul modello di quelli attualmente esistenti tra Usa e Ue, anche se l’interdipendenza energetica e la “prossimità” geografica ci portano a immaginare una relazione più intima. L’assenza – in questa partnership – di una formalizzazione e di una istituzionalizzazione può tuttavia nascondere delle insidie, poiché mancano meccanismi consolidati per la risoluzione di eventuali controversie che potrebbero sorgere. L’ultimo scenario, quello che prevede un’integrazione “orizzontale”, appare il più realistico; grazie anche a una progressiva armonizzazione del quadro normativo della Federazione russa con quello comunitario, Berlino potrebbe giocare il ruolo di mediatore in un processo di integrazione basato sull’implementazione di progetti concreti e cantierabili, soprattutto nel campo infrastrutturale. Probabilmente è lo scenario auspicato dalla Cancelliera, perché non obbligherebbe a netti riposizionamenti strategici.

In ogni caso, come dicevamo all’inizio, è impensabile leggere l’evoluzione di questi rapporti in modo astratto, senza considerare il reale contesto europeo e internazionale.

La direttrice impostata da Kohl, e implementata da Schröder e dalla Merkel, è concepita come parte di una più ampia strategia europea: Berlino non solo si sente il motore economico continentale, ma aspira a un ruolo rilevante nella determinazione delle linee guida della politica comunitaria.

Tutti in Germania sono consapevoli del fatto che la Riunificazione non sarebbe stata possibile senza il consenso russo, e allo stesso modo, le diverse forze politiche sono convinte che occorre lavorare con Mosca per rendere stabile e sicura non solo l’architettura europea, ma quella globale.

In questo senso la nuova Ostpolitik vuol essere l’elemento trainante di una politica europea comune non solo verso la Russia, ma anche verso tutta l’area post-sovietica.

Da parte sua, il Cremlino, che dal 2000 ha interpretato la politica estera in modo pragmatico, puntando alla ridefinizione di un ruolo di primo piano per la Russia sullo scacchiere globale, guarda alla Germania come a un partner fondamentale sul fronte economico e come punto di riferimento nella Ue per lo sviluppo di un modello multipolare.

Salvatore Santangelo (1976) giornalista professionista e docente universitario, dopo la laurea in Scienze politiche ha conseguito un dottorato di ricerca in Storia dell’Europa. Si occupa di marketing e comunicazione, ha ricoperto incarichi anche nelle Istituzioni. Tra le sue opere, Frammenti di un Mondo globale (2005, sulla crisi del Mercatismo), Le lance spezzate (su conflitti e globalizzazione) e Babel (2018, sulla fine del Mondo globale). Collabora o ha collaborato con Geopolitica.info, il Foglio, il Tempo, Limes e HuffigtonPost.