“Geografia sportiva del Nordamerica. La geografia sulle magliette” di Simone Betti

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Prof. Simone Betti, Lei è autore del libro Geografia sportiva del Nordamerica. La geografia sulle magliette edito da Mimesis: di quale utilità è, per la comprensione geografica e sociale degli Stati Uniti e del Canada, lo studio dei nickname e dei luoghi che ospitano le squadre delle principali leghe sportive professionistiche nordamericane?
Geografia sportiva del Nordamerica. La geografia sulle magliette, Simone BettiCredo, e mi auguro, che la ricerca sia utile sotto vari punti di vista. In primo luogo offre una narrazione geografica che coglie nello sport alcuni concetti geografici del Nordamerica. Dal punto di vista culturale, ad esempio, per essere compreso a fondo, qualsiasi fenomeno sociale merita attenzione e richiede di essere osservato e studiato da diverse prospettive. In particolare è sempre importante andare al di là della manifestazione superficiale così come può essere, in questo caso, quella presentata dai mass media e dai social. Non c’è cultura se non si va alle radici dei fenomeni. Non c’è cultura se non si scoprono i legami tra fatti e fenomeni anche molto diversi. Si prenderà atto allora che i confini e le delimitazioni poste tra discipline (geografia, storia, antropologia, sociologia, psicologia sociale…) e/o tra i settori dell’attività umana e sociale non sono e non possono essere convenzionali e statici, ma necessariamente dinamici e mutevoli.

Come ricorda Giacomo Mariotti nella presentazione, «lo sport in un paese come gli Stati Uniti è un col­lante per la comunità, un riferimento culturale e sociale, un inelutta­bile prodotto del percorso storico di ciascuno dei mille microcosmi che li compongono».

In che modo le vicende sportive, con il loro carico storico, sociale, economico e culturale, riflettono e sedimentano i caratteri del territorio?
Gran parte del lavoro di questa ricerca è consistito proprio nell’individuare la griglia che permette di osservare il rispecchiamento dinamico tra l’ambiente, la popolazione e l’economia da una parte e i nomi delle squadre sportive, spesso scelti e stabiliti con sondaggi e concorsi popolari. Ecco allora che i nomi di alcune squadre (Rockies, Avalanche, Hurricanes, Suns…) rimandano all’aspetto più classico della geografia e cioè alla conformazione di montagne, laghi e fiumi del territorio. E allora le magliette (per richiamare il sottotitolo) possono addirittura parlare più di una carta fisica e climatica. Altri nickname (Seahawks, Grizzlies, Timberwolves, Diamondbacks, Marlins…), mentre sollecitano giocatori e tifosi con il loro significato simbolico, nello stesso tempo raccontano la fauna. Il 30% delle squadre professionistiche porta oggi il nome di un animale.

Ancora, per quanto riguarda la popolazione, spesso anche in riferimento alle vicende storiche, molte magliette diventano la carta storica e politica del continente nordamericano (76ers, 49ers, Yankees). Un esempio: nel football americano conquistare o difendere il proprio terreno (di gioco) sono considerate metafore della vita. Lottare inch by inch, play by play e conquistare one inch at a time fanno la differenza tra vincere e perdere. Anche tra le altre major four e le compagini universitarie vi sono nomi che riflettono questa mentalità e la sua evoluzione storica.

La terza parte del libro suggerisce un itinerario per la scoperta delle tracce che l’attività economica americana ha lasciato e lascia nel poliedrico mondo sportivo: tracce delle industrie pesanti (Steelers), manifatturiere (Packers) aerospaziali (Rockets), dell’agribusiness e delle attività estrattive (Oilers), si mescolano a partico­lari e localizzate attività terziarie: il mondo delle corse (Pacers) e quello del divertimento e della fantasia (Wizards, Magic).

Inoltre, per le aziende l’acquisto dei naming rights di un’infrastruttura sportiva rappresenta un’opportunità per potenziare le proprie capacità di comunicazione con il pubblico. In particolare, ottenere i diritti di denominazione e sponsorizza­zione permette di affiancare ai consueti obiettivi di brand awareness ulteriori e più sofisticate finalità di brand en­richment, brand experience e brand entertainment, volti ad arric­chire la propria offerta relazionale con nuovi valori aggiunti.

Quale paesaggio rivela la dinamicità dello sport?
Tra i molteplici tentativi scientifici e didattici di fissare e definire la complessità della realtà, alcuni appartengono precipuamente alla tradizione geografica che studia i luoghi e gli spazi. Ad esempio i processi di diffusione e localizzazione, i concetti di regione e di sistema territoriale e, ovviamente, il paesaggio. Un complesso di elementi e relazioni solo artificialmente confinabili con rappresentazioni istantanee; in questo caso mi sono preso la licenza di scattare una passionale fotografia in movimento a un processo di territorializzazione.

Oltre alle ovvie scritture e riscritture delle denominazioni, risultato dei contratti di vendita dei naming rights che prevedono normalmente durate pluriennali e riflettono la dinamicità geoconomica del Nordamerica, sono proprio le squadre a rendere particolarmente dinamico questo paesaggio. Sì perché fondare, trasferire o chiudere una squadra è uno straordinario atto geografico e definisce mutevoli gerarchie. Dimenticate le retrocessioni e le promozioni da una serie all’altra e vi sarete fatti un’idea del processo descritto.

La ricognizione delle aree di espansione ha permesso di individuare tre direzioni prevalenti (Western, Southern, International) e una co­stante attenzione verso le metropoli tradizionali e quelle emergenti. In queste settimane verrà inoltre scelto il nome della nuova squadra di hockey di Seattle che disputerà la sua prima stagione nel 2021-2022 ed è stata autorizzata dalla NHL nel 2018. Questo expansion team porterà a 124 il numero complessivo delle squadre impegnate nelle quattro leghe considerate.

Dal secondo dopoguerra le Big Four hanno aggiunto, a più ri­prese, ottantadue squadre (27 NBA, 24 NHL, 14 MLB, 17 NFL) in ventisei stati e cinque province. Fatta eccezione per la prima fase della NBA, queste scelte localizzative hanno retto alla prova del tempo. Nello stesso periodo sono state sciolte diciotto franchigie (14 NBA, 2 NFL e 2 NHL), undici squadre della MLB e altrettan­te della NFL sono state trasferite (nove della NHL), due franchi­gie approvate dalla NBA non hanno mai disputato un campionato, quattro squadre esistenti non sono state ammesse nella NFL, tra queste anche i New Jersey Generals (1986) della United States Fo­otball League il cui proprietario era Donald Trump. Nel complesso il 42,3% delle squadre attualmente attive (52/123) lo era già nel 1960 e quarantatré di queste franchigie militavano nelle major four.

Dagli anni Sessanta si registrò un progressivo incremento di squadre nelle città della costa pacifica, pertanto questa direzione può essere definita Western. Tra il 1960 e il 1977 dalla California alla British Columbia vennero fondate tredici franchigie, nove delle quali sono ancora attive nello stesso territorio. Inoltre, tra il 1960 e il 1978 la California accolse anche quattro squadre trasferite da altri stati: a Los Angeles i Lakers (NBA) provenienti da Minneapolis (Minnesota) nel 1960, a San Francisco i Warriors (NBA) da Phi­ladelphia (Pennsylvania) nel 1962, a Oakland gli Athletics (MLB) da Kansas City (Missouri) nel 1968, a San Diego prima e poi a Los Angeles i Clippers (NBA) da Buffalo nel 1978.

Verso Sud, in relazione con lo sviluppo economico di questa re­gione degli Stati Uniti, è eloquente il quantitativo di nuove squa­dre: quattordici tra il 1960 e il 1976 e dodici tra 1988 e 1999. La direzione Southern ha registrato la crescita maggiore, trenta nuove franchigie dal 1960 ad oggi, anche se sette squadre sono state suc­cessivamente trasferite o chiuse.

Come convivono squadre blasonate e franchigie “variabili”?
La storia di ogni squadra e la carriera di ogni giocatore sono caratterizzate da episodi chiave, vicende che si sedimentano nella memoria collettiva. A diverse scale sono pietre preziose, punti di luce incastonati in un tessuto marezzato. Per titoli conquistati nelle quattro leghe spiccano gli Yankees, i Canadiens, i Celtics, gli Steelers e i Patriots, per longevità i Braves e i Cubs (MLB), i Canadiens e i Maple Leafs (NHL), i Cardinals e i Bears (NFL), i Celtics, i Knicks e i Warriors (NBA). Altre franchigie sono state costruite a tavolino dalle stesse leghe, per espandere il proprio bacino e ampliare il numero di squadre. D’altronde anche la produzione in laboratorio di diamanti a partire da materiali costituiti da carbonio iniziò negli Stati Uniti, presso la General Electric di Schenectady nello stato di New York nella prima metà degli anni cinquanta. Dalla fondazione, Braves, Orioles, Athletics, Cardinals, Rams, Warriors, Kings, Hawks, Wizards, Raiders, Clippers, Devils e Hurricanes, sono stati interessati da due o più trasferimenti, avvenuti in relazione alla localizzazione delle attività produttive e ai movimenti della popolazione. Non è semplice ricreare le condizioni necessarie alla cristallizzazione del carbonio che portano alla formazione del diamante. Talora le scelte localizzative e/o i trasferimenti non hanno retto la prova del tempo, pur concorrendo ad arricchire le stratificazioni sportive del Nordamerica. Ogni tifoso e ogni squadra hanno i loro gioielli, il Reggente o il Koh-i-Noor di cui indossano o ritirano la maglia, inseriti nella storia passata e presente. Consapevoli che il punto più bello e atteso è quello che deve essere ancora segnato.

Simone Betti (Ravenna 1969), PhD in Scienze geografico-ambientali e cartografiche, è Professore associato di Geografia all’Università degli Studi di Macerata

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