“Geografia, modernità e mare. Breve storia di uno spazio globale e delle sue carte” di Alessandra Bonazzi

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Prof.ssa Alessandra Bonazzi, Lei è autrice del libro Geografia, modernità e mare. Breve storia di uno spazio globale e delle sue carte, edito da Carocci: che spazio occupa, nella storia del pensiero geografico, il mare?
Geografia, modernità e mare. Breve storia di uno spazio globale e delle sue carte, Alessandra BonazziPer rispondere basterebbe ricordare quello che Philip Steinberg ha scritto una ventina di anni fa e cioè che, prendendo troppo sul serio la propria etimologia, la geografia si è costituita come disciplina affaccendata con descrizioni e fatti che riguardano esclusivamente la porzione solida del nostro pianeta – la ben nota terraferma della modernità. Steinberg è il primo a segnalare quest’avversione disciplinare nei confronti del mare e a scrivere il saggio seminale che darà il via all’ “Oceanic turn” in geografia. Tuttavia il pregiudizio della disciplina non si limita a voltare le spalle al mare sull’ingenua premessa che, rispetto alla varietà dei lineamenti terrestri, sul mare non c’è niente da vedere, cioè niente da mettere in immagine. E nemmeno si tratta di una semplice assenza legittimata dal luogo comune della definizione disciplinare: geo-grafia, appunto. Il pregiudizio ha comportato piuttosto immaginare il mare come spazio esterno (ed estraneo) alla teoria e alla prassi della geografia. Perciò la sua è la storia di un duplice mancato riconoscimento: quello del mare come elemento sul quale si costruiscono le prime carte moderne e quello della distesa oceanica come medium naturalmente globale della messa in scena del violento movimento che prende il nome di globalizzazione. Questo ha significato mancare il motivo essenziale della costruzione del mondo. E ha perfettamente ragione Peter Sloterdijk quando afferma che i paesaggi visibili costruiti dai “rapsodi stanziali” (i geografi) sono “vecchie immagini del mondo” e che il sapere (geografico) del mondo è composto dal “mormorio dell’oceano”, mentre è “il frangersi delle onde” quello che si dovrebbe sentire quando si appoggia l’orecchio sul globo terrestre.

Come si sono sviluppati i concetti e i piani geografici relativi allo spazio del mare?
Per capire il come si sono sviluppati concetti e piani, si può partire da quella che Joseph Conrad definisce la “cerimonia nautica” e che per noi inizia quando si stabilisce un nuovo rapporto tra mare e valore, cioè quando le carte nautiche medievali diventano il piano – la tabula – che computa con sorprendente esattezza la profondità del nesso tra commercio marittimo e capitale e quella tra navigazione e accumulazione dello spazio geografico. Al riguardo si può ricordare che la cosiddetta Carta Pisana, cioè il più antico esempio di carta nautica che inaugura l’era della cartografia moderna, è di provenienza genovese (1170-1270) ed è davvero difficile non vedere il legame tra la forma liquida del capitalismo e il piano della carta che ne misura la circolazione. E da questo punto di vista è ovvio che sono le carte nautiche del medioevo – quelle che Roberto Almagià definiva “prodotti” – a trasformare il piano naturale del mare in quello spazio che Franco Farinelli definisce la “forma fenomenica del valore delle merci”. Tecnicamente ogni carta nautica del medioevo è una “carta piana” che esprime, come ogni proiezione equidistante cilindrica, la relazione matematica tra latitudine e longitudine da una parte e le coordinate X e Y del piano cartografico dall’altra – ed è dotata di scala. Per rispondere alla domanda si può allora dire che la proiezione si mette all’opera sul mare trasformandolo in un piano per il calcolo empirico dello spazio e per il computo del tempo di ritorno degli investimenti. Questo significa che è sul mare che il traffico solleva in anteprima il cosiddetto “panno del mondo”, la mappa mundi, lasciando spazio a un piano decisamente disvelato che accoglie, registra e certifica quantitativamente tutto ciò che si sta aggiungendo alla geografia atlantica al di là dello Stretto di Gibilterra. Perciò i piani e i concetti geografici relativi al mare non sono altro che l’esito della deterritorializzante interferenza del capitale che scrive sul piano cartografico l’assoluta libertà dalla politica e dalla morale della terraferma europea.

Come si articola la geografia umana del moderno spazio oceanico?
Credo si possa dire che la geografia (dis)umana, cioè occidentale e moderna, si articola su figure nautiche che funzionano un po’ come punti di forza che permettono allo spazio oceanico – il “puro fuori” della modernità per adoperare ancora Sloterdijk – di produrre concetti e forme utili all’immaginazione e alla moderna coscienza geografica europea. Questi punti appartengono alla tradizione del pensiero geografico, ma qui vengono letti girando le spalle alla terra per mostrarne la dimensione tutta marittima. Mi riferisco alla prospettiva della Tavola di Berlino, all’Utopia di Moro, al censimento del Padrón Real, alla magnifica carta nautica di Gerardo Mercatore. E poi il passaggio obbligato è attraverso le linee giuridiche del Mare Liberum di Grozio, quelle epistemologiche del Novum Organum di Bacone, e al modello dello spazio politico del Leviatano di Hobbes. Queste sono tutte figure in qualche modo provocate dalla rivoluzionaria svolta del mare dei piloti portoghesi e tutte sostengono il desiderio di sconfinamento così come la promessa del ritorno (il reddito) e del suo contraltare scientifico, l’accumularsi della conoscenza. Sul piano della modernità e della geografia significa riconoscere il primato dell’esercizio della navigazione e della ragione nautica nel processo della globalizzazione. E a farci caso è un simile primato a ridefinire anche la stessa Europa che, secondo la lezione di geografia di Paul Valéry, da estrema appendice periferica dell’Asia rivolta a Ovest si trasforma in una sorta di “capo”, o porto di partenza verso la lontananza, proprio in virtù del mare che diventa veicolo per la nascita di un unificante spirito europeo. Mentre il soffio energetico dell’oceano sta per la prosaica soffiata comune per futuri investimenti. Ma evidentemente queste sono figure nautiche che sostengono l’immaginazione di quella che i geografi chiamano la prima epoca delle scoperte e che Conrad riconosce come “fase militante” della geografia, una militanza che James Cook conclude sui limiti delle altissime latitudini di Antartica con la ristrutturazione dell’intero piano della sfera navigabile, mentre con il calcolo esatto della longitudine – il secolare arcano del mare – riporta la notizia che non c’è più spazio per future scoperte. Il seguito è noto: esaurito il piano della circolazione, l’arte geografica della fuga entra nella violenta svolta estrattiva e terranea del capitale che prende la forma trionfante di una geografia imperiale che investe le terre d’oltremare. Le sue figure sono ora assolutamente bianche, come la balena di Melville o il cuore dell’Africa di Conrad.

Perché si può affermare che nel Mediterraneo si cela l’inizio della modernità̀ e si rispecchia il problema etico e politico del futuro?
Lo abbiamo detto, è sulle sponde del Mediterraneo che le carte nautiche rilevano la linea di partenza della modernità e la linea di tangenza con “i primordi della produzione capitalistica”. Ed è da questo “campo di forze”, così Fernand Braudel definiva il Mediterraneo, che la circolazione delle merci e le rotte della navigazione muovono in direzione del “fuori” e si preparano a future scoperte. Qui, insomma, si trova il principio della modernità. Oggi invece il piano del Mediterraneo è una linea di partenza dalla modernità. Disegnato come marginale e liquidabile confine esterno dell’Europa e costruito come micidiale concatenamento di zone SAR, il Mediterraneo è continuamente sfidato dalla natura migratoria delle navi che provengono (o ritornano) dal “fuori”. A ben vedere su questo brano di mare che a detta di Cassano è una sorta di “pre-Europa” si incontrano il passato coloniale e il presente razzializzato ma emerge anche una “zona in divenire” che rimette in movimento la geografia e le sue carte. Questa volta però sotto una forma indesiderata: l’arrivo perturbante di stranieri (familiari) e le “linee di vita” che dal passato coloniale ricuciono polemicamente i frammenti del piano del presente e li ripiegano in direzione di un futuro decisamente critico. E mi spiego. Il punto di (s)vista dell’ordine globale del nostro presente derubrica l’arrivo alla voce “crisi” dei migranti e tutto sommato questa crisi è spesso trattata come un’emergenza etico-politica di volta in volta in volta differibile e del tutto esterna all’EUropa. Ma il futuro anteriore di questa zona di crisi e la tragica coreografia mediterranea sono coordinate che fanno emergere il limite dell’attuale fase della globalizzazione. In fondo su questo mare si incrocia quella che Bruno Latour chiama la verticale “trascendenza della globalizzazione” con l’orizzontale materializzazione delle condizioni di sussistenza della globalizzazione stessa. E diventa perciò necessario iniziare a considerarlo tecnicamente come “Zona critica”, perché qui si incontrano davvero tutti quelli che non hanno più la terra sotto i piedi. Capire il Mediterraneo e farne una carta significa allora attualizzarlo secondo le coordinate etiche e politiche della riflessione sull’Antropocene. Perciò ha ragione Paul Gilroy quando si riferisce al Mediterraneo come zona grigia che, a margine dell’Antropocene, pone la questione di un pensiero critico che metta al centro e in piena luce ciò che l’ordine delle attuali rappresentazioni marginalizza ed espelle: l’umanità. Per Gilroy si tratta di adottare angoli interpretativi non ortodossi per poter scor­gere e mettere in salvo il rapporto tra la natura migratoria delle onde e quella dell’umano. Per noi di produrre anamorfiche cartografie di «significati viventi» a partire da quello che Arènes definisce il «point de vie» di un osservatore incarnato. Perciò la direzione inevitabile è incrociare, sul livello del mare e sui margini teorici dell’Antropocene, la “Grey zone” di Gilroy con la “Scienza e la Politica” di Bruno Latour, il Mediterraneo con la politica della Critical Zone e dell’anamorfosi di Arènes. Si tratta insomma di disegnare un piano in cui ogni genere di flusso critico e di onde migratorie diventi eticamente visibile e annidato al centro. Perché il Mediterraneo del nostro presente riflette la lezione ancora poco accettata: non esiste più alcun esterno e nemmeno alcuna esclusiva immunità. Apprendere questo significa dare luogo all’inaspettato incontro con l’umanità. Questo, credo, sia la questione, la direzione etico politica non più differibile.

Cosa rappresenta, nell’immaginario geografico globale, il continente antartico?
Molto brevemente, perché la storia è nota, il secondo viaggio di James Cook elimina dall’immaginario geografico europeo la ricchissima Terra Australis Nondum Cognita ma già disegnata sulle carte e la sostituisce con il rilevamento critico della gelida Antartica, il solo brano di terra sul quale si arresta la teleo­logia del progresso e dove alla quadrettatura del disegno astratto non segue l’applicazione della routinaria geometria del catasto imperiale. Insomma, è un pezzetto ostinato di spazio che si sottrae all’altrettanto routinaria funzione energetica che il bianco svolge in ogni carta geografica, e cioè la promessa di inesauste possibilità di profitto. In questo caso, Antartica non dà car­ta bianca alla prassi coloniale e congela il collettivo desiderio del capitale europeo. Qui sull’estremo limite e in estreme condizioni, nel 1775, James Cook rileva le propaggini della sfera navigabile ma manca la formale presa di possesso mediante l’atto operativo dell’approdo, della cartografazione e della nominazione. Dunque, si tratta di una sorta di continente sospeso, non estraneo al subli­me teorizzato da Edmund Burke e decisamente inutile dal punto di vista del nascente impero britannico. Il bianco di Antartica rimane tale, la ragio­ne si arresta sui suoi mutevoli limiti e cade il desiderio che aveva per secoli attratto gli esploratori delle alte latitudini. Cook, insomma, demolisce la fantasia del­le ricchezze rilevando la posizione della non esistenza di un vagheggiato profitto – «una volta nota la costa non avrebbe risposto a scopo alcuno» – congelando così ogni futura speculazione (ivi, p. 450). E poi ne illumina la geogra­fia critica con una domanda sull’opportunità di ulteriori esplorazioni e di una possibile annessione. Perciò Antartica entra nell’immaginario europeo come un oggetto metafisico, un mobile limite orrido, un energe­tico spazio negativo decisamente antibiotico. Insomma, è un esemplare fatto geografico natural­mente minimalista e geometricamente esatto, anche se i confini fluttuano, tra stato solido e stato liquido, mentre la morfologia è un processo stagionale: nelle parole di Forster è come assistere alla Crea­zione. E poi è bianca, una «white land» attorno alla quale, assieme ai relitti glaciali, nuotano le preziose balene. Ma lo scarso reddito del continente scoperto diventa plusvalore morale nell’astratta ragione di un piano geometrico in cui l’ideologia si presenta come verità: Cook rileva e fissa la forma bianca di un fatto e un eccezionale scarto: quello tra teoria e prassi, dove il valore di verità dell’esperienza sta nell’assegnare ragionevoli limiti alla riflessione teorica. È su questi limiti che l’esperienza fa a pezzi il continente delle ipotesi e segnala una bian­ca Terra decisamente Incognita o una gelida Terra letteralmente Critica. anche se non è la naturale resistenza all’espansione della ragione a determinarne l’esclusivo valore critico. Difficile, di fronte a una simile Terra, sottrarsi alla suggestione dell’analogia e mantenere le distanze tra l’esercizio nautico di James Cook e il pensiero critico di Im­manuel Kant – non riferire cioè al secondo dei Voyages di Cook (1772-75) i passi critici in cui Kant racconta di naufragi e scogliere, immagina l’isola della ragione o evoca la suggestione di oceani, ghiacci e nebbie.

Alessandra Bonazzi è professoressa ordinaria di Geografia nell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna. Ha pubblicato Manuale di geografia culturale (Laterza, 2011).

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