Geografia economica. Mercati, imprese, ambiente e le sfide del mondo contemporaneo, Francesco Dini, Patrizia Romei, Filippo RandelliProf. Francesco Dini, Lei è autore con Patrizia Romei e Filippo Randelli del libro Geografia economica. Mercati, imprese, ambiente e le sfide del mondo contemporaneo, edito da Mondadori Università: quali traiettorie hanno determinato lo sviluppo dell’economia mondiale negli ultimi decenni?
Gli ultimi tre decenni hanno completamente cambiato il volto dell’economia mondiale. Tutte le generazioni pensano di vivere in un periodo storico decisivo, e noi non facciamo eccezione, ma è davvero difficile sottrarsi dall’impressione di avere vissuto e di vivere attualmente una discontinuità strutturale e sistemica. Vede, noi, la nostra generazione intendo, quella che oggi scrive libri sull’economia mondiale, è entrata in un mercato del lavoro protetto, nazionale – era un mercato interno politicamente protetto –, dove c’era convergenza economica e politica sulla necessità della piena occupazione e dove pertanto tutti trovavano lavoro: migliore o peggiore a seconda dell’estrazione, della capacità e della fortuna, ma senza sostanziali eccezioni. Questa generazione entra in un mercato del lavoro normativamente protetto poco o nulla, in concorrenza tendenziale con altri mercati geografici del lavoro, anche globali, e dove da tempo – anche se suona strano dirlo e sembrerebbe contraddittorio con la natura delle nostre democrazie rappresentative, basate su tornate elettorali – non vi è più convergenza sulla desiderabilità economico-politica della piena occupazione. Il risultato è che una quota importante di coloro che vi entrano non trovano e non troveranno lavoro. Lei le ha chiamate “traiettorie”: il nome usuale di ciò che ha provocato tutto questo è “globalizzazione”, La globalizzazione è il frutto sistemico di iniziativa politica, opportunità tecnologiche e maturazione dei mercati, da cui derivano nuove regole di profittabilità degli investimenti, la rinnovata posizione di forza degli Stati Uniti sui mercati, l’emergere della Cina, la trentennale difficoltà di economie come l’Italia e il Giappone, l’aprirsi a ventaglio dei cosiddetti paesi in via di sviluppo, alcuni dei quali oggetto di forti processi di crescita e altri di generalizzate derive di crisi. Spieghiamo tutte queste cose nel nostro libro, insieme a un’altra serie di conseguenze che, pur essendo connesse all’economia, vanno oltre la dimensione strettamente economica e coinvolgono gli ecosistemi. Ma si tratta di un libro che osserva il processo economico dal punto di vista geografico, dunque si discutono accuratamente mercati e imprese.

E come sono cambiati imprese e mercati?
Lo stavo accennando prima. La differenza essenziale sta nel fatto che i processi di creazione di ricchezza, che si realizzavano in misura largamente prevalente entro mercati interni protetti, cioè a livello nazionale – i mercati della Guerra fredda, dal dopoguerra ai primi anni Ottanta –, sono diventati tendenzialmente “globali”, con una forma organizzativa che ha consentito ai capitali, ai fattori della produzione e alle merci di circolare senza ostacoli da un paese all’altro, sulla base della redditività dei flussi e delle localizzazioni. Le conseguenze immediate sui mercati sono state due. La prima è stata la riallocazione a scala tendenzialmente planetaria delle attività economiche, che sono migrate là dove era più conveniente per gli investitori. È per questo che l’industria ha quasi abbandonato i paesi occidentali, che la sviluppavano e la proteggevano da oltre duecento anni, per migrare là dove produrre costa di meno – e non solo: in luoghi disciplinati e con buoni servizi; l’Africa costa meno della Cina, ma non ha né buoni servizi né disciplina, quindi non è attrattiva per gli investitori. La seconda conseguenza è stato il ripristino dei mercati finanziari internazionali, che erano stati aboliti nella Guerra Fredda vietando ai privati il traffico internazionale di valute, per l’ovvia esigenza di trattenere i capitali nei mercati interni al fine di favorire la crescita economica e con essa il consenso al modello occidentale. Se si volevano globalizzare i mercati, era infatti necessario che i capitali potessero circolare liberamente e dirigersi dove era per loro più conveniente. Ma questo, oltre al trasferimento delle attività produttive, rendeva possibile ciò che fino agli anni Ottanta era vietato, ossia la compravendita di capitali da un paese all’altro, ossia i mercati finanziari internazionali. E poiché si tratta di mercati molto redditivi, più di quelli delle merci materiali, hanno attratto una gigantesca quantità di investimenti, condizionando potentemente l’intera economia globale e diventandone l’autentico mercato di riferimento. Tutto questo è andato avanti per quasi venti anni, superando periodicamente alcuni infarti finanziari locali, finché nel 2006 si sono cominciati a sentire sinistri scricchiolii sul mercato immobiliare americano e nel 2008 i mercati finanziari mondiali sono crollati, innescando una depressione che ancora non è finita. Ma la regolazione di questi mercati, da allora, non è sostanzialmente cambiata, ed essi continuano a essere un forte elemento di deviazione delle scelte di investimento e un sensibile fattore di instabilità. Le imprese sono cambiate di conseguenza, tanto da essere irriconoscibili rispetto a quelle di qualche decennio fa: hanno avuto a disposizione le tecnologie per interagire a distanza e coordinare la propria operatività in condizioni di dispersione geografica, e le hanno utilizzate, trasformando un mosaico di mercati interni in un oligopolio tendenzialmente unico e globale. Tutto questo non avviene senza morti e feriti: molte aziende sono morte e dalle loro spoglie, per fallimento o incorporazione, è emerso un minor numero di imprese di dimensioni maggiori, capaci di gestire mercati globali. E mentre andavano cambiando ed espandendosi mercati e imprese, altri processi stavano modificando l’assetto complessivo delle nostre economie e delle nostre società, modifiche che la geografia economica ha gli strumenti per osservare con molta precisione.

Quali sono le metodologie e gli strumenti della geografia economica?
Nel nostro libro ci sono due capitoli espressamente dedicati alla questione del metodo e all’intero apparato teorico che la geografia economica ha sviluppato negli ultimi decenni o ha condiviso con le altre discipline economiche – l’economia politica in primo luogo –, orientandolo all’interpretazione del processo economico per come effettivamente si realizza e per come strutturalmente si differenzia al modificarsi delle condizioni di contesto. La geografia economica non appartiene soltanto al dominio dell’economia, ma anche a quello delle scienze sociali, e non può non condividere con esse i paradigmi scientifici di riferimento. Quindi esistono in Geografia economica, sto semplificando, interpretazioni “di destra” e “di sinistra”, modellizzazioni razionalizzanti basate sull’astrazione e sul vasto ricorso alla clausola “ceteris paribus” e teorie olistiche basate sull’idea di complessità e sull’isomorfismo con la biologia. Però direi che l’elemento che abbiamo cercato di far emergere da ogni capitolo del libro – a volte crediamo di esserci riusciti bene, di altre parti non siamo soddisfatti, ma il tentativo è stato sempre coerente – è il fatto che oggi non si può non dico interpretare, ma neppure pensare il processo economico come separato dalla dimensione materiale entro il quale si realizza. Le dico di più: questa dimensione materiale “è” il processo economico, ed è per questo che il libro è stato costruito sul rapporto organico e per quanto possibile circolare fra imprese, mercati e ambiente, che poi sono le tre parole che trova nel sottotitolo. È per il tentativo costante di tenere insieme queste tre dimensioni, tentativo peraltro complicato per un manuale, che il libro viene fuori problematico, nel senso che quando razionalizzi i processi che impattano su queste tre dimensioni – per esempio l’evoluzione delle tecnologie – vedi sì tante opportunità, ma vedi anche molte gravi minacce. Noi crediamo che questo scorcio di secolo prospetti importanti processi di mutamento ma veda anche minacce più gravi di quelle che hanno dovuto affrontare le generazioni del passato. Per questo nel sottotitolo, dopo “mercati, imprese e ambiente” ci è sembrato necessario accennare anche alle sfide dell’economia contemporanea e destinare ad esse l’intero ultimo capitolo. Tenga conto che quando stavamo licenziando le ultime bozze – era febbraio di quest’anno e Mondadori ci ha messo fretta, altrimenti ci saremmo presi anche un po’ più di tempo – si sentivano le prime notizie da Wuhan su un’epidemia che sembrava replicare la Sars dei primi anni 2000. Covid-19 evidentemente non c’è nel nostro libro, ma il quadro tracciato nell’ultimo capitolo lo contiene in modo naturale.

Quale impatto è destinata a produrre l’attuale pandemia sugli equilibri geoeconomici mondiali?
Saranno effetti molto pesanti. Su quelli a breve è impossibile dire qualcosa perché la pandemia è ancora in corso, e non è affatto chiaro se ricorreranno altre ondate di contagio, né che cosa potrà accadere con il ritorno della stagione fredda. Quanto più si prolungheranno gli effetti di blocco sulle transazioni economiche, tanto più difficile diventerà la situazione dei soggetti di mercato più deboli, che saranno spazzati via, il che non vuol dire che imprese anche gigantesche non possano anch’esse essere eliminate dal crollo della redditività. Seguirà una deflazione molto importante e prolungata. Alcuni ricercatori californiani (Jorda, Singh e Taylor, https://www.frbsf.org/economic-research/publications/working-papers/2020/09/) hanno recentemente analizzato le ultime quindici pandemie ed elaborato un modellino econometrico che indicherebbe in quaranta anni l’effetto deprimente sui rendimenti, e quindi sugli investimenti. Crediamo poco a questi modelli, ma rischi di effetti di lunghissimo periodo esistono, anche perché la deflazione legata alla caduta dei rendimenti causa pandemia si somma ad altri effetti deflattivi di origine tecnologica dei quali si discute dal celebre articolo di Larry Summers sulla stagnazione secolare, che risale al 2013. Gli effetti che la deflazione avrà sulle relazioni internazionali, se possibile, sono ancora più complicati. È davvero molto difficile dire quali saranno gli effetti di lungo periodo della pandemia, ma certo insisteranno su un quadro che era critico già per conto suo.

E quali saranno allora le maggiori sfide del XXI secolo?
L’ONU, come sa, ne indica diciassette, i 17 SDG, e dice che sono le sfide da qui al 2030. A noi sembra che siano di più, in una prospettiva secolare ne abbiamo indicate 21 e mi creda che per arrivarci non ce ne siamo dovute inventare, al contrario abbiamo dovuto essere selettivi. Le incrostazioni e le contraddizioni lasciate al nuovo secolo da quelli precedenti – tanto dal Novecento quanto da processi più profondi del passato – sono infatti pesanti e molto intricate. Ha presente le matrioske, le bambole russe, ciascuna delle quali ne contiene un’altra? Con le sfide è lo stesso: ne analizzi una, ti interroghi sulla possibile soluzione e nel farlo ti accorgi che è un guaio, perché ciascuna sembra incapsulata dentro un’altra. Per venirne a capo – o almeno per poter individuare correttamente il problema – bisogna trovare la matrioska più grande, quella che contiene tutte le altre. Noi lo facciamo sin dal primo capitolo del libro, quando mostriamo che la traiettoria dello sviluppo umano è passata attraverso una successione di strategie di sfruttamento delle risorse, cioè dalle particolari modalità con le quali produciamo gli alimenti, l’energia, i manufatti e i servizi che ci servono per sopravvivere e mantenere efficienti i processi economici e sociali. Due secoli e mezzo fa ne abbiamo elaborata una, quella industriale, dallo straordinario successo, ma anche dalla straordinaria pressione sull’ecosistema. Prima questa pressione si è diretta verso specifici ecosistemi locali, che sono strati direttamente stravolti e antropizzati, ed è sembrato che potessimo farlo senza rischi. Poi i processi, via via, hanno acquisito una dimensione sempre maggiore e alla fine hanno raggiunto la massa critica per minacciare l’ecosistema globale e i cicli naturali che ne garantivano l’equilibrio. Oggi – e qui sta la particolarità di questi decenni e di questo secolo – stiamo vivendo la crisi di questa strategia di sfruttamento delle risorse e i tentativi complessi e faticosi di elaborarne un’altra adeguata allo stato delle cose. Questa è precisamente la matrioska più grande, dentro alla quale stanno tutte le altre: la quantità di biomassa umana, il nostro modello di produzione, il global warming, l’asimmetria distributiva globale che rende il mondo non soltanto ingiusto ma ecologicamente inefficiente, le modalità di organizzazione pratiche e valoriali del processo economico, il background tecnologico e il modo con cui lo si utilizza, il rapporto fra nuove tecnologie e mercati del lavoro con tutti i rischi sistemici che questo comporta, e così via. Sono sfide formidabili, davvero, e non è facile affrontarle, come dimostrano le difficoltà di realizzare politiche ambientali efficaci, delle quali parliamo nel quinto capitolo, o le dannose asimmetrie dei mercati delle alte tecnologie, di cui parliamo nel sesto, mercati e tecnologie che sono strategiche per il nostro futuro. Ma parlare delle prospettive non è semplice, e gli scenari richiederebbero analisi più complesse per le quali rimandiamo al libro. Se dovessimo riassumerli in una formula? Bè, ci faremo sicuramente male. Ma non è detto che dobbiamo morirne.

Francesco Dini è Professore Associato presso l’Università degli Studi di Firenze dove insegna Geografia dello sviluppo e Politica dell’ambiente

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