Gente di fabbrica. Metalmeccaniche e metalmeccanici nel nuovo millennio, Filomena Greco, Federico BellonoDott.ssa Filomena Greco, Lei è autrice con Federico Bellono del libro Gente di fabbrica. Metalmeccaniche e metalmeccanici nel nuovo millennio edito dal Gruppo Abele: cosa significa essere operai nella società contemporanea?
Beh, significa fare un lavoro fisicamente molto impegnativo, che conserva un tratto comune con il passato industriale del paese ma che al contempo, forse più di altri lavori, anticipa processi di trasformazione radicale dei processi produttivi. Quello che viene definito Industria 4.0, la trasformazione della manifattura attraverso le tecnologie, la robotica, l’automazione, i Big data, l’intelligenza artificiale, è un esempio di come questa “rivoluzione” o evoluzione che dir si voglia sta trasformando o trasformerà le fabbriche. Accanto a questo c’è da dire che proprio la manifattura, fortemente colpita durante la crisi tanto da perdere circa il 20-25 per cento della sua produzione in regioni come il Piemonte, rappresenta una vera e propria frontiera dove le trasformazioni del modello industriale, i processi innovativi e le trasformazioni sociali di fatto vengono anticipati. Il libro nasce con questo intento, raccontare cosa sono oggi le fabbriche, verso dove stanno andando, quanto è ancora forte il rischio di deindustrializzazione e come si configurano quelle fabbriche intelligenti che potrebbero rappresentare il modello verso cui orientarsi. Nessuna operazione nostalgia dunque per un mondo “che non c’è più” quanto piuttosto un confronto necessario con chi le fabbriche le vive quotidianamente sulla sua pelle.

Il libro sfata la credenza che le fabbriche in Italia siano ormai scomparse, delocalizzate altrove: qual è il presente e quale un possibile futuro per il tessuto industriale del nostro Paese?
Sì. Sono convinta di questo nonostante la manifattura abbia ridotto il suo peso durante la crisi e nonostante le tante emergenze industriali ancora in corso. L’Italia è il secondo paese manifatturiero in Europa dopo la Germania, diciamo ad una certa distanza in termini di volumi e produttività rispetto alla Germania. Il punto è questo: oggi esiste una consapevolezza diffusa rispetto al valore e all’importanza della manifattura, molto più che in passato. Questa consapevolezza c’è nel mondo sindacale e tra gli imprenditori e, guardando ai piani di industria 4.0, diventati Impresa 4.0, il tema è anche sul tavolo politico. Su questo bisogna lavorare, per definire quale modello di industria l’Italia vuole sostenere, con un forte radicamento produttivo e un valore aggiunto crescente, che nasce dalla capacità di innovare processi e prodotti, dalla capacità di progettazione, di investimento, che si radica nella qualità delle persone, dei profili tecnici e ingegneristico in primis. Questo discorso riguarda le proprietà, i manager e gli operai, i blue collar. Non si può pensare a un futuro industriale per l’Italia senza le basi produttive e soltanto con i centri di ricerca e sviluppo. Le due cose o stanno insieme o l’equilibrio salta. Questa credo sia la formula che meglio di tutte garantisce lo sviluppo futuro di quella platea di medie imprese italiane, fortemente internazionalizzate, che rappresentano la punta di diamante del tessuto industriale.

Il libro indaga la realtà del Torinese: cosa ha comportato per Torino il tramonto dell’industria automobilistica italiana?
L’industria dell’auto ha cambiato pelle. Dal 2007 al 2016 come testimonia l’ultimo lavoro dell’Anfia, l’associazione delle aziende della filiera automotive, i volumi produttivi medi di fatto si sono dimezzati. Contemporaneamente l’industria dell’auto ha cambiato pelle, focalizzandosi su produzioni nel comparto premium e migliorando la capacità di esportazione, oltre il 55% delle vetture prodotte va all’estero, percentuale che supera l’80 per cento se si considerano i veicoli commerciali. Questo è un bene o un male? Da un lato l’auto made in Italy ha intrapreso un percorso di specializzazione, ha aggiunto valore alla filiera e questo depone a favore della competitività presente e futura. Dall’altro lato c’è stato un ridimensionamento dei volumi, tanto che oggi l’Italia è la sesta produttrice in Europa. La componentistica, l’indotto come comunemente si definisce, ha fatto la sua parte, ha incrementato le quote all’estero, si è specializzato, ma certo i volumi di produzione sono una componente fondamentale per mantenere in piedi il comparto.

Quali sono le speranze e le aspettative degli operai metalmeccanici?
I macro temi del mondo del lavoro come la qualità del lavoro, i tempi, la salute, la sicurezza, l’età pensionabile attraversano le storie dei metalmeccanici e delle metalmeccaniche. Diventano racconti di fatica, di difficoltà a far fronte alle performance richieste, di qualità della vita e capacità di spesa, diventano le storie di chi fa il conto degli anni che mancano alla pensione, l’angoscia per la disoccupazione dei figli, ma anche la soddisfazione di crescere in azienda. Le persone che lavorano in fabbrica difendono il lavoro metalmeccanico, leggono le trasformazioni interne alle fabbriche verso l’automazione crescente come un processo ineludibile, e positivo per certi versi, ma non nascondono la preoccupazione per l’impatto sull’occupazione. Allo stesso tempo l’allungamento della vita lavorativa, che è tornato un tema molto attuale in queste settimane, spaventa perché i ritmi in una fabbrica che macina volumi sono molto sostenuti. Bisognerebbe tenere insieme tutte queste cose e, forse, aprire una fase di riflessione sul tempo di lavoro.

Il lavoro è in trasformazione nel segno della precarietà, della tecnologia, della globalizzazione: gli operai sono destinati a scomparire?
Non credo. Sono destinati a specializzarsi sempre più, questo sì, a cambiare competenze e ruoli nell’arco della vita lavorativa, ci saranno meno operai in linea di montaggio, forse, e più operai ai controlli numerici e alla programmazione delle macchine, certo molti operai generici di oggi diventeranno tecnici e periti qualificati domani. Credo che la tendenza sia questa anche se davvero è difficile fare previsioni. Lo sforzo deve essere quello di uscire dai luoghi comuni, la fine delle fabbriche, il conflitto, e provare ad esaminare in maniera puntuale la realtà scommettendo su modelli di organizzazione del lavoro e di relazioni industriali nuovi, capaci di esaltare la responsabilità sociale d’impresa, da un lato, e il valore delle persone, con le loro competenze e i loro percorsi di crescita all’interno delle imprese.