Dott. Simone Pieranni, Lei è autore del libro Genova macaia. Un viaggio da Ponente a Levante edito da Laterza: cos’è la macaia?
Genova macaia. Un viaggio da Ponente a Levante, Simone PieranniLa parola macaia indica una particolare condizione meteo tipica di Genova: nuvole che coprono il cielo, umidità a livelli altissimi, quasi insopportabili e vento caldo di scirocco. Per i genovesi però non è soltanto una condizione del clima, perché diventa una sorta di sentimento, uno stato dell’animo. Un sentimento che oscilla tra il languore e il nervosismo, tra la malinconia e il fastidio; in ogni caso è una situazione nella quale si intrecciano percezioni piacevoli ad altre meno, una condizione all’interno della quale si possono sollevare riflessioni, confronti, o grandi domande. Nel libro Genova Macaia, anche se citata in ogni capitolo, la macaia in realtà ricopre i pensieri dell’io narrante anche quando non è a Genova, o quando la ricorda, come fosse, la macaia, parte integrante della propria vita. Come a dire: si può anche fuggire da Genova, ma la macaia è una sensazione esistenziale di quella città che rimarrà sempre addosso, perfino ai ricordi e di più, perfino al “modo” di ricordare.
Nel libro anche le “quattro voci” che si intrecciano a quella dell’io narrante (e non è detto che quest’ultima parte sia reale e le voci siano fiction, potrebbe essere proprio il contrario: anche in questo caso l’ibridazione narrativa del libro è un po’ simile all’amalgama di sentimenti derivanti dalla macaia) citano la macaia. Si tratta di voci fuori dal tempo, voci parlanti grazie all’artificio della letteratura: eppure collegati alla macaia.

Qual è l’identità di Genova?
Spesso per questioni varie, ad esempio necessità giornalistiche o di etichette, si prova a tratteggiare un’identità di Genova, ma credo che ne esistano tante quanti sono i genovesi e non solo: tante quanti sono stati quelli di passaggio a Genova. Genova chiaramente è legata al mare, al porto e alla vita tipica di una città di mare. Però al suo interno grazie alla sua conformazione urbanistica e alla sua storia è in grado di nascondere molto più di quanto mostra. Quando ho iniziato a scrivere il libro, anche grazie alle caratteristiche della collana Contromano di Laterza, ho potuto utilizzare una visuale molto personale. Il mio scopo era raccontare in modo ibrido la città, dandogli l’identità che la mia esperienza ne ha ricavato.

Devo fare una premessa: per me ibridare non significa per forza mettere insieme tipologie di scrittura differenti, ovvero mischiare la non fiction alla fiction, significa bensì mischiare diverse tipologie di scrittura pur all’interno della sola fiction o – come nel caso di Genova Macaia – dell’auto fiction. L’importante è che l’ibridazione tenga conto di alcune cose che a mio avviso sono necessarie: un movimento da parte dell’io narrante, un movimento non solo nella città ma anche proprio “identitario”, appunto: capace di cambiare, mutare e trasformarsi e perdersi nel corso del libro. E poi serve che questa identità cambi proprio grazie al rapporto forte, presente, ossessivo con la città che non fa solo da sfondo al racconto, ma che prende forma e agguanta il racconto, in alcuni casi lo guido, in altri si nasconde, in altri ancora lo affianca; significa – alla fin fine – avere un’opera che sappia fare della città un’altra possibile mappa “sentimentale”, umana. Per questo nel libro propongo un’identità di Genova che dipende necessariamente dal movimento dell’io narrante all’interno della città, in modo costantemente bifronte: avanti e indietro nel tempo, da solo o insieme agli altri protagonisti, parlando a un padre, come si potrebbe parlare (anche) a un figlio. Non credo esista un’unica identità di Genova. Al massimo forse, si potrebbe parlare di identità dei genovesi, ma apriremmo un altro tema gigantesco.

Il Porto è parte fondamentale dell’anima genovese.
Su questo credo non ci siano dubbi, ma anche in questo caso: di quali genovesi? E in che modo? Per me ad esempio, che sono nato e cresciuto a Bolzaneto, come racconto nel libro, il porto non è la stessa cosa che può rappresentare per chi è nato e ci ha abitato di fronte. Per me è stata una scoperta e ancora oggi quando mi capita di passarci vicino noto cose che non avevo mai notato prima. Per me a Bolzaneto faceva più parte della mia anima l’uscita autostradale, per dire: era il ponte diretto per arrivare al porto: il cuore dell’anima genovese, sì, ma tutto da scoprire per me di Bolzaneto. Per questo la parte più sentita, dal punto di vista della vita vissuta, è quella di Bolzanetto: perché il resto della città l’ho attraversato, esattamente come potrebbe farlo chi non conosce Genova. Solo che a differenza di un turista, l’ho fatto consecutivamente, per anni, per trent’anni. Ma partendo sempre da Bolzaneto.

Genova si distende sul mare da ovest a est, ogni quartiere con le sue specificità: quali sono raccontati nel Suo libro?
Ho cercato di mappare, come dicevo precedentemente, i luoghi che hanno rappresentato qualcosa per me nel tempo che ho trascorso a Genova, i miei 30 anni dalla nascita al mio trasferimento a Milano e poi in Cina. Ricordando e scrivendo sono venuti fuori posti e quartieri che mai, a una eventuale domanda diretta come questa, avrei nominato. Eppure associare i propri sentimenti e ricordi a parti della città, svela tanto i sentimenti quanto i luoghi. Nel mio attraversamento della città grande spazio è dato a Bolzaneto e quelle zone periferiche nel nord ovest della città che sono state i miei luoghi di formazione. Poi Pegli, che neanche conosco bene oggi, ma è un posto che è tornato più volte nella mia vita genovese, per alterne vicende che racconto, sempre mischiando realtà e finzione, nel libro. E poi naturalmente il centro storico. Credo che gli abitanti dei quartieri citati possano trovare degli spunti sicuramente geografici, urbanistici o frutto anche di semplici dicerie: ma quello che ho cercato sono di più gli spunti generazionali. Genova Macaia non è una guida della città. È una guida ai sentimenti con cui si può guardare una città. Alla fine il libro tratta di una generazione, che è poi la mia degli anni nei ’70, e il suo rapporto mutevole con una città nella quale si cresce e si vive. In questo percorso alcuni sentimenti sono propri, generazionali, altri credo siano invece comunque universali.

Genova è stata cantata e raccontata dai maggiori artisti italiani: quali parole, a Suo avviso, sono le più belle?
Io sono affezionato a tutte le parole scritte su Genova. Chiaramente Giorgio Caproni citato in esergo nel libro rappresenta uno dei punti più alti di chi ha descritto Genova. Poi ci sono i cantautori. Ma io prediligo più di tutti Ivano Fossati. Aggiungerei che “Genova per noi” di Paolo Conte non è una canzone di un genovese, bensì si tratta di una canzone nella quale Genova è vista da un astigiano che arrivava a Genova per altro, mi pare di ricordare lo abbia raccontato proprio Conte, al termine di un viaggio in auto tra curve e tornanti, al termine del quale Paolo Conte pare vomitasse sempre. Quindi è chiaro che il suo spirito nei confronti di Genova non era proprio esaltato. Per quanto ami Paolo Conte, non considero quella canzone molto generosa nei confronti di Genova…insomma uno può sempre starsene ad Asti se gli piace così tanto. Del resto Conte ha scritto tante altre canzoni più belle.

La fine del Triangolo industriale e il declino del porto hanno segnato la città: quale futuro per Genova?
Questa è LA domanda, ma non credo sia compito mio dire che futuro può esserci o ci vorrebbe per la città; io che per altro a Genova ci torna e al momento non ci vivo non credo di avere una risposta, come non credo l’abbia nessuno al momento. Di sicuro Genova ha vissuto una trasformazione: da polo del triangolo industriale si è trasformata, o ha tentato di trasformarsi, o sta trasformandosi, in una città di servizi, basata su un’offerta culturale non di massa ma “alta” e di grandissima qualità da numeri buoni ma non certo come quelli di Firenze o Venezia. Poi ci sarebbe il porto, che dovrebbe dimostrarsi capace o in grado di cogliere nuove opportunità (ad esempio penso al progetto di nuova via della Seta della Cina che per molto tempo sembrava cercare un porto favorevole in Europa…). E poi ci sono ancora conflitti, come quello dell’Ilva ritornato in questi giorni: vedi alla fine Genova anche in questa unica domanda e risposta rivela una identità multipla che a sua volta si moltiplica ancora e diventa tutto – alla fin fine – inafferrabile. L’unico modo per fissarla è adeguarla ai propri ricordi, alla “propria Genova”.

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