Dottor Musarra, Lei è autore del libro Genova e il mare nel Medioevo, pubblicato per i tipi del Mulino: quali avvenimenti scandiscono l’affermazione marittima di Genova?
Genova e il mare nel Medioevo Antonio MusarraLa ringrazio per questa domanda, che mi permette di scardinare alcuni luoghi comuni. Sino a non molto tempo fa, la storiografia su Genova nel Medioevo tendeva sopravvalutare l’esplosione dei traffici genovesi dopo il Mille, trascurando quasi del tutto quelli che possiamo chiamare i prodromi dell’espansione mediterranea. Gli studi più recenti, in particolare di natura archeologica, hanno dimostrato il contrario. L’affermazione marittima di Genova ha inizio molto prima di quanto si pensi, innestandosi nel quadro d’una tradizione millenaria che ha nel mare il proprio comune denominatore. Senza entrare nel merito del più o meno rigido determinismo che talvolta ha accompagnato il pensiero di molti storici e letterati sull’intero territorio ligure, si può dire, infatti, che le testimonianze dell’esistenza d’un rapporto privilegiato tra i Liguri (intesi in senso lato) e il mare siano consistenti già a partire dall’età classica: Strabone, Plutarco e Livio ne denunciano le azioni piratesche; secondo Posidonio, essi «come mercanti solcano il mare di Sardegna e quello libico, slanciandosi coraggiosamente in pericoli senza soccorso»; per Plutarco, questi impareggiabili marinai si spingerebbero «fino alle colonne d’Ercole». Tale rapporto è tanto più evidente per la città di Genova, «emporium» dei Liguri, secondo Strabone, sfruttato dalle genti dell’interno per barattare i prodotti della propria economia – legname, animali, pelli, miele, ambra – con merci di maggiore pregio, per lo più olio d’oliva e vino dell’Italia meridionale. Ebbene: queste funzioni non faranno che assestarsi e acuirsi, benché con alterne vicende. Tanto in età romana, tanto nel corso del cosiddetto Alto Medioevo, il porto genovese continuerà a essere frequentato, pur conoscendo un ridimensionamento tra il VII e l’VIII secolo. Genova assume progressivamente un ruolo importante nel raccordare le acque del Tirreno e le coste provenzali; o nell’unire al mare la valle padana. Certo, è solo a partire dal Mille che i Genovesi inizieranno a costruire quel sistema di basi commerciali mediterranee che avrebbe fatto la propria fortuna. Anzi, sarà la crociata, al principio del XII secolo, a spingerli con maggiore decisione verso il Levante. Tuttavia, non è possibile leggere questi avvenimenti senza considerare l’intera storia pregressa della regione. Ciò che i Genovesi costruiscono tra XII e XIII secolo non ne è che la diretta conseguenza. Nel tempo, tale moto di espansione diverrà più sistematico. Penso, ad esempio, al tentativo di controllo di alcune basi iberiche, allo stanziamento in Sicilia, alla conquista di Bonifacio, in Corsica – tutti avvenimenti che si collocano nel XII secolo –; penso all’abbandono di Acri in favore di Tiro, alla penetrazione nel Mar Nero, alla fondazione di Pera, nel Corno d’Oro, e di Caffa, in Crimea – ciò, per quanto riguarda il XIII secolo –; penso, infine, al possesso di alcune isole egee da parte di singole famiglie o di consorzi di famiglia, alla penetrazione di alcuni mercanti genovesi in Estremo Oriente e in Africa, alla riconversione verso occidente, dovuta all’ostilità ottomana – elementi caratterizzanti il Tre e il Quattrocento. Si tratta di tappe nel quadro d’una diaspora che è davvero mediterranea, sì che si può dire che la storia di Genova è, spesso, tutt’uno con quella del Mediterraneo.

Come si sviluppano le istituzioni comunali genovesi?
Il problema è ancora oggetto di studio. Si trattò, a ogni modo, d’uno sviluppo lento, progressivo, dovuto a una serie di sperimentazioni. Anche per Genova – citando un libro recente –vale l’assunto per cui i suoi abitanti si mossero verso l’adozione di particolari istituti come “sonnambuli verso un nuovo mondo”. In effetti, oggi non ha più senso parlare di “nascita del comune” (forse non ha nemmeno più senso parlare di “comune”): il comune di Genova non nasce nel 1098, quando è attestato il nome d’un console; e nemmeno nel 1100, quando, in occasione della crociata, la popolazione stabilisce un patto – il famoso patto della “compagna” – che ristabilisce l’unità a seguito d’un periodo di lotte civili dovute essenzialmente allo scontro tra i sostenitori e i detrattori della riforma ecclesiastica. Le istituzioni sorgono progressivamente a seguito di ripetute sperimentazioni. Il patto della “compagna”, che reca in sé le caratteristiche di volontarietà e temporaneità tipiche delle società commerciali ma che possiede anche una forte connotazione militare, è rinnovato periodicamente sino a fungere, in certo qual modo, da carta costituzionale per una parte della cittadinanza. Come altrove, inoltre, le istituzioni si sviluppano nell’assenza di poteri forti. Dovranno superare, inoltre, la prova del Barbarossa, che incute timore, ma con il quale, nel 1162, si giunge a un accordo. Semmai, il grande ostacolo sarà quello delle lotte intestine che, al pari di altre città, porteranno, attorno al 1190, alla scelta d’affidare l’amministrazione della cosa pubblica a un podestà forestiero. Un ulteriore passaggio si avrà poco dopo la metà del Duecento, con l’avvento del capitanato popolare, retto, dopo una prima esperienza popolare, da due famiglie appartenenti alla nobiltà: i Doria e gli Spinola. Un ultimo passaggio avverrà nel 1339 con l’avvento del dogato popolare a vita: soluzione singolare, che, tuttavia, non garantirà affatto la pace sociale.

Come era organizzato il sistema dei traffici genovesi tra Due e Trecento?
Si tratta, fondamentalmente, d’un sistema tentacolare. Come ho detto, la presenza genovese nel Mediterraneo è, certamente, di lunga data. Essa, tuttavia, acquista visibilità documentaria, soltanto a partire dagli anni Sessanta dell’XI secolo, quando si ha notizia di una loro presenza commerciale ad Alessandria d’Egitto. Per questo periodo non è ancora possibile parlare d’insediamenti stabili fuori patria, bensì del soggiorno stagionale di singoli uomini d’affari o di gruppi di mercanti più o meno organizzati. Con la conquista del litorale siro-palestinese, che ha l’effetto di catalizzare parte dei traffici occidentali verso est (senza per questo mutare radicalmente le tradizionali rotte del commercio marittimo), la situazione muta aspetto: i Genovesi mettono in atto strategie volte ad ottenere privilegi, esenzioni, fondaci o veri e propri quartieri nei principali scali costieri. Inizialmente essi vi soggiornano per il tempo necessario a portare a termine i propri affari; col passare del tempo, alcuni decidono di stanziarvisi stabilmente. È questa situazione, dunque, che è ereditata dai secoli successivi, che vedono, tuttavia, un’ulteriore ampliarsi d’orizzonti; in particolare alle coste del Mar Nero. Per comprendere a fondo i caratteri di questa autentica diaspora – e se potessi mostrarvi una mappa, realmente sarebbe estremamente puntinata –  è necessario tenere conto dell’esistenza di tipologie differenti d’insediamento, all’interno di un ventaglio di soluzioni che contempla, tra un estremo e l’altro, comunità controllate in tutto e per tutto dai poteri locali e altre legate in maniera esclusiva alla madrepatria. Solo in quest’ultimo caso è possibile parlare d’insediamenti dotati di un’autonomia pressoché totale dalle strutture politiche locali. Ma ciò non si verificò in Terrasanta (tantomeno in Egitto), bensì nel mondo bizantino e pontico, laddove i Genovesi ottennero veri e propri privilegi di extraterritorialità. Pera e Caffa, dunque, erano rette da un podestà, nominato a Genova e incaricato di vagliare sull’amministrazione civile e giudiziaria della cittadina. Altrove, troviamo, invece, semplici referenti, con incarichi meno importanti. Il tutto secondo la più grande varietà dei casi e delle situazioni.

Come si giunge al dogato perpetuo?
Tutto ha inizio a Savona. Siamo nel 1339. Alcuni moti, conseguenti al mancato pagamento del soldo da parte di Filippo VI di Francia – ch’era andato reclutando sulle coste liguri diverse imbarcazioni per sostenere lo scontro in atto con Edoardo III d’Inghilterra –, si propagano velocemente sino a lambire il capoluogo, dove il clima è già teso per altri motivi. Nel corso del recentissimo conflitto con la corona d’Aragona, i capitani del popolo – un Doria e uno Spinola: nobili a servizio di quella vasta “borghesia” nota come “populus” (cui erano aggregati anche i ceti inferiori) – erano andati arrogandosi la nomina dell’abate, la magistratura deputata a rappresentare i “populares” nel governo cittadino. Di fronte al crescente malcontento e alle voci circolanti sui moti savonesi, i capitani scendono a patti, permettendo, il 23 settembre, l’elezione ad abate di Simone Boccanegra, membro d’una famiglia influente, che aveva fornito alla città il primo capitano del popolo (un popolare). Questi, tuttavia, rinuncia alla carica – forse perché eccessivamente legata all’assetto precedente –, facendosi acclamare col titolo di “dux”, sino ad allora inaudito nel contesto cittadino. Ora, ciascuno potrà notare come nella scelta d’adottare tale titolo, il Boccanegra non faccia altro che richiamarsi all’assetto veneziano. Non a caso, il secondo doge, Giovanni di Murta, dichiarerà di voler governare «ad modum Venetiarum ducis» (“secondo il modo del doge di Venezia”), e, cioè, sottoponendosi a “Regulae” precise, volte a limitarne costituzionalmente l’operato. In realtà, tra i due modelli sarebbero andate cumulandosi profonde differenze. In entrambi i casi, ad esempio, la carica dogale (mantenuta a vita, anche se pochi saranno coloro che riusciranno ad arrivare vivi alla fine del mandato), sarebbe stata sempre espressione del ceto mercantile; tuttavia, se a Venezia l’oligarchia mercantile al potere era riconoscibile nel ceto aristocratico, a Genova, nobili e popolari partecipavano senza differenze alle attività commerciali. D’altra parte, quella del Boccanegra non fu, affatto, la vittoria di tutto il “populus”, bensì della sua parte più eminente: i cosiddetti “mercatores”, arricchitisi con l’esercizio d’attività mercantili, navali e finanziarie, alcuni dei quali avrebbero precocemente assunto stili di vita affini a quelle della nobiltà. Questo gruppo esercitava una sorta di protettorato sugli “artifices”, i membri delle arti – oltre a notai, banchieri e armatori (che costituivano sostanzialmente un ceto a parte), maestri, lanaioli, drappieri e speziali – ma anche nullatenenti e immigrati, il cui peso politico era nettamente inferiore. Ma ciò che più importa, per diverso tempo sarebbero riusciti a tenere a bada i nobili, che si videro estromessi da tutte le magistrature. Questi ultimi, tuttavia, avrebbero seguitato a mantenere incarichi diplomatici e a porsi a capo della flotta, riuscendo a imporre una sorta di controllo indiretto sulla politica cittadina. Talune famiglie, ben assestate nel territorio ligure, riusciranno, anzi, a far pendere l’ago della bilancia per questo o quel partito, determinando molte scelte; e ciò, con buona pace del “populus”, illuso d’averne neutralizzato le prevaricazioni.

Quali avvenimenti segnano il declino della potenza genovese?
Non parlerei tanto di declino, bensì di problemi strutturali, risolti da chi poteva permetterselo rivedendo obiettivi e priorità; ad esempio, passando dal commercio alla finanza. E il principale di questi problemi strutturali è costituito dalla litigiosità interna. Viaggiatori, mercanti, diplomatici, letterati: molti sono coloro che, dopo aver visitato la città, fanno dell’instabilità politica, degli scontri tra famiglie, dei tumultuosi cambi di governo, delle dedizioni a signori stranieri il vero metro della storia genovese. Si tratta, in effetti, di elementi costanti della vicenda cittadina; anche se – va detto –, Genova non rappresenta affatto un unicum da questo punto di vista: la suddivisione della cittadinanza in partes e fazioni, la ricerca di appoggi esterni a livello regionale e sovra-regionale, il richiamo alle massime autorità spirituali e temporali del tempo caratterizzano la maggior parte delle coeve storie comunali italiane. Certo, Genova ne è profondamente caratterizzata. Il dogato è conteso tra le principali famiglie cittadine. Non si tratta di famiglie nobili, che preferiscono ritagliarsi più o meno vasti domini nell’entroterra e nelle Riviere, bensì di famiglie di popolo arricchitesi a tal punto d’adottare stili di vita nobiliare. Per ovviare alle continue lotte, Genova si dà ora alla Francia, ora a Milano, cedendo, dunque, la propria sovranità, salvo tornare ad auto-governarsi quando ne avverte la necessità; e ciò, in particolare, in corrispondenza delle grandi sfide mediterranee, principalmente con la corona d’Aragona, intesa ad affermare la propria supremazia sulle rotte del Mediterraneo occidentale. La lotta di parte, che vede partecipi anche altre famiglie, schierate ora con gli uni, ora con gli altri, si fa spesso sanguinosa. È il caso, ad esempio, della cosiddetta «guerra di mezzo», durata circa tre mesi nel corso del 1414, che vede scontrarsi i partigiani del doge Giorgio Adorno e quelli di Battista Montaldo, sostenuto dai Guarco. I nobili, dal canto loro – e, tra di loro, soprattutto i Fieschi, gli Spinola e i Doria, detentori di ampie basi fondiarie lungo le Riviere, gli Appennini e in Oltregiogo –, prendono parte alle rivolte secondo i consueti principi di convenienza: il loro appoggio, tuttavia, è spesso risolutivo, a causa della potenza derivante loro dalle clientele territoriali. È a questa situazione d’instabilità che porrà rimedio, a Cinquecento inoltrato, il Principe, Andrea Doria, che darà inizio a una nuova storia.