“Garibaldipoli e altre storie di terra e di mare” di Giuseppe Monsagrati

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Prof. Giuseppe Monsagrati, Lei è autore del libro Garibaldipoli e altre storie di terra e di mare edito da Rubbettino: chi era Luigi De Negri e in che modo fu al centro di alcune rocambolesche vicende nell’Italia post-unitaria?
Garibaldipoli e altre storie di terra e di mare, Giuseppe MonsagratiSarebbe troppo facile definire questo personaggio un avventuriero (o peggio ancora, un furfante) senza aggiungere almeno un aggettivo che aiuti a individuarlo meglio, al netto dell’oscurità che ancora ne avvolge le origini, la famiglia di provenienza e la sua (se mai ne ebbe una), la fine. Certo, spregiudicato potrebbe essere per lui la qualificazione giusta. Ma non basterebbe perché trascurerebbe un altro lato del suo carattere: quello della creatività, come si direbbe oggi per designare l’attitudine all’inventiva di una personalità come la sua, sempre in cerca di nuove opportunità per l’affermazione di se stessa; o quello dell’adattabilità al variare delle condizioni e degli scenari su cui di volta in volta decide di operare, e dunque anche una qualche genialità nell’organizzare i suoi piani di lavoro pur muovendosi sempre all’interno della precarietà: che è, alla fin fine, il filo conduttore di quella parte della sua vita che siamo riusciti a ricostruire in maniera attendibile e documentata.

Nell’Italia solo parzialmente unificata degli anni 1860-61 ma comunque ricca di prospettive che poi andranno in gran parte deluse, quanto meno nel Mezzogiorno, il genovese Luigi De Negri rappresenta a suo modo il prototipo dell’italiano che pratica l’arte di arrangiarsi e, con i pochi mezzi di cui dispone, si sforza di costruirsi un futuro. O vuole dare a credere di essere in grado di farlo. Ha con sé un solo capitale, quello dei legami che ha saputo costruirsi al tempo della spedizione dei Mille a cui ha preso parte in maniera un po’ fantomatica; e ha anche un complice, Alessandro Salvati, da lui conosciuto nello stesso ambiente ma destinato a dileguarsi dopo averlo aiutato nella prima delle sue imprese. De Negri ha in Garibaldi il suo capitale di partenza perché, come molti altri, capisce subito che la celebrità dell’eroe può diventare a sua stessa insaputa un marchio che, a saperlo vendere, potrà produrre i suoi frutti, e non soltanto in Italia. Napoli, città vivacissima e ancora per poco carica di entusiasmi garibaldini, diventa la sua sede di elezione, la più ricettiva per lanciare la prima iniziativa: una raccolta popolare di fondi per offrire una spada d’onore a Garibaldi. Inizialmente le offerte affluiscono copiose, al punto che si apriranno punti di raccolta in altre città; poi, alla richiesta di mostrare i conti che gli viene rivolta dalla centrale dei soccorsi a Garibaldi, il complice scappa e De Negri finisce in prigione. Ne uscirà poco dopo, forte di un’esperienza che, avendolo comunque messo in contatto con Garibaldi, potrà aprirgli nuove strade.

Come si sviluppò la curiosa vicenda di Garibaldipoli, l’insediamento calabrese che dà titolo al volume?
Cosa è rimasto a De Negri di questa prima esperienza? Molte polemiche all’interno del movimento garibaldino; forse – ma è più un’illazione che un’accusa provata – una parte del denaro affluito alle casse del suo Comitato; certamente il desiderio di ripartire mettendo a punto qualche altra “ipotesi di lavoro”. Significativa è la scelta di De Negri di mantenere come base operativa Napoli, la città che già lo aveva visto all’opera con l’affare della spada e che forse lo aveva esposto a qualche polemica di stampa. Città vivacissima, proiettata verso una modernità che però tarderà ad arrivare, nel 1862 Napoli è comunque in pieno fervore e ospita (ancora per poco) gli entusiasmi non per l’Unità in se stessa, che non a torto è sembrata troppo piemontese, ma per Garibaldi e i suoi progetti di liberazione della Roma papale, che Cavour pochi mesi prima di morire aveva proclamato capitale dell’Italia futura. Non a caso sullo stesso sfondo si era collocata l’anno prima anche la speculazione affaristica di Alexandre Dumas padre, che, fiutato il carisma di Garibaldi, si era precipitato a Napoli dove, in cambio dell’iniezione di ulteriore popolarità internazionale assicurata con le sue corrispondenze al capo dei Mille, aveva ottenuto per tre anni la direzione degli scavi di Pompei. Non dirò come ma era bastata la sua semplice presenza per rafforzare la posizione di De Negri e del suo complice.

A distanza di un anno, De Negri si rituffa nella vita da imprenditore partendo anche stavolta da qualche felice intuizione: inventa una specie di società di cui è il solo titolare e cui conferisce un ramo di attività nella costruzione di opere pubbliche, le attribuisce una sede di prestigio in uno dei palazzi nobiliari cittadine, si rifornisce di carta intestata, mantiene il legame col garibaldinismo. In poche parole, al potere di suggestione delle moderne imprese commerciali sovrappone quello del patriottismo. Su questa base e con questa facciata De Negri si inventa il progetto di un insediamento urbano al quale darà il nome di Garibaldipoli: la città di Garibaldi e dei suoi ammiratori da costruire spostando letteralmente un paesino dell’entroterra reggino, Gàlatro, dal fondo valle verso un’altura poco distante dove l’aria è più salubre, la terra più ricca, il pascolo abbondante, il panorama più aperto. C’è in De Negri un barlume di coscienza ecologica, cosa abbastanza rara per quei tempi ma che in lui si manifesta oltre che parlando di purezza dell’aria facendo analizzare dal medico condotto la composizione chimica delle acque che scorrono nel paese.

Però anche stavolta si tratta di trovare il denaro che consenta quanto meno di far partire i lavori. De Negri si rivolge ancora a Garibaldi che lo autorizza a spendere il proprio nome per realizzare in veste di costruttore un’operazione che, nella planimetria sottoposta ai potenziali investitori, tutti estratti dal ceto medio di Galatro e dintorni, offre l’immagine molto regolare di un centro abitato a pianta quadrata, con edifici bassi concepiti per minimizzare il rischio sismico, con scuole, chiese, presidio sanitario e caserme, e solcato da strade intitolate a vicende gloriose dell’unificazione nella doppia versione monarchica e garibaldina; e per finire c’è un piano di sviluppo con cui quest’uomo ormai abituato a pensare in grande prevede collegamenti stradali col resto della regione e ardite proiezioni mediterranee in direzione est. Forte dell’approvazione del Consiglio comunale e della concessione dei terreni demaniali, De Negri, che si era riservato anche lo sfruttamento delle acque termali che sgorgavano in prossimità di Galatro, inizia un’affannosa ricerca di fondi mettendo in vendita le quote di questa specie di cooperativa. Ma i soldi non arriveranno mai, non nella misura necessaria, malgrado il tentativo di reclutare alcuni grossi nomi del garibaldinismo e qualche conoscenza straniera dei tempi della spada d’onore per Garibaldi. Verrà così condannato all’accantonamento un progetto che, se realizzato, avrebbe potuto dare a una regione statica come la Calabria l’esempio, sia pur limitato localmente, di un uso nuovo e più razionale dello spazio, avente come obiettivo il conseguimento di uno standard abitativo che pur nella sua uniformità avrebbe creato lavoro e garantito condizioni di vita migliore, soddisfacendo una della aspirazioni più diffuse di una borghesia in formazione quale era quella italiana del primo periodo post-unitario.

Come si concluse l’attività dell’avventuriero genovese?
Sempre affascinato dal Mezzogiorno e dal suo mare, De Negri continuerà a fare di Napoli il centro delle sue finora poco fortunate attività. C’è un buco di qualche anno nella ricostruzione della sua vita che certo non si ferma a Galatro, perché il carattere dell’uomo non contempla l’ipotesi che si possa restare inoperosi. Per ritrovarlo pronto a rincorrere un nuovo sogno dobbiamo attendere l’inizio degli anni ’70 quando ci viene incontro in una delle zone più belle di Napoli nelle vesti di imprenditore del settore ittico, e naturalmente reca con sé un’idea rivoluzionaria, una trovata capace di far fare un balzo all’economia cittadina. Quest’idea De Negri, che nel frattempo deve essersi costruito attraverso chissà quale speculazione un piccolo capitale, comincia ad attuarla acquistando un isolotto, poco più di uno scoglio, situato nello specchio d’acqua di Posillipo: l’isola della Gaiola, circondata già allora da una fama sinistra che si prolungherà fino ai giorni nostri. Incurante delle leggende, De Negri ci costruisce su una villa, si ingegna di sfruttare il parco archeologico sommerso, ma soprattutto pensa all’introduzione di una nuova tecnica, la pescicultura, in realtà praticata qua e là da secoli con alterne fortune.

Anche stavolta De Negri non pone limiti alla sua progettualità: barche, attrezzature, bacini vivaistici, tutto sembra essere alla sua portata, tutto sembra promettere traguardi luminosi. E poi tutto si sgonfia, per l’opposizione dei piccoli pescatori che vedono minacciati i loro modesti guadagni, ma anche per la coazione a ripetere di cui è costantemente vittima De Negri: avviare l’attività contando di raccogliere in corsa i capitali che le consentiranno di decollare definitivamente.

Sarà questo il punto debole anche dell’ultima – almeno a mia conoscenza – avventura imprenditoriale in cui De Negri si lancerà nel 1882 dopo l’acquisto da parte dell’Italia della baia di Assab sul Mar Rosso. Ancora una volta la sua strategia di persuasione volta a trovare soci e finanziatori schiuderà prospettive affaristiche rese possibili dalla concessione gratuita di un’area marina in cui sperimentare nuovamente, al riparo da possibili conflitti sociali, la pescicultura. Alla ripetitività di un modus operandi sempre uguale a se stesso corrisponderà l’ennesimo fallimento, probabilmente già messo in conto da De Negri e vanamente scongiurato prospettando una diversificazione delle culture ittiche con aperture all’algologia e alla pesca dello squalo, che non saranno sufficienti a convincere i consulenti ministeriali in Italia ad appoggiare la concessione.

Sul racconto di questo l’insuccesso si chiudono la mia ricerca e probabilmente la carriera imprenditoriale di Luigi De Negri. La storia che lo vede a protagonista è in qualche modo un apologo che suggerisce alcune chiavi di lettura delle condizioni dell’Italia, e in particolare dell’Italia meridionale, negli anni successivi all’unificazione. De Negri vi figura come un ideatore di start up la cui capacità innovativa si blocca davanti alla miseria del paese, alla mancanza di strutture e soprattutto alla penuria di capitali. Poi, certo, ci sono anche i limiti del personaggio e le sue ambizioni mal fondate, ma non va dimenticato il suo appello alla razionalità, sia che si tratti della pescicultura sia che si vogliano edificare strutture residenziali. Per cui sbaglierebbe a mio parere chi volesse giudicare De Negri col metro del moralismo, scelta sempre deprecabile quando si fa storia e ancor più in un caso come quello che abbiamo tentato di raccontare andando oltre le carenze documentarie che pur tuttavia non abbiamo potuto evitare di sottolineare.

Giuseppe Monsagrati, ordinario di Storia del Risorgimento, ha insegnato alla Sapienza di Roma e ha diretto per un biennio il Consiglio scientifico dell’Istituto per la Storia del Risorgimento. Tra le sue pubblicazioni: i tre volumi dell’epistolario di Garibaldi, le biografie di Mazzini (Giunti, 1995) e Garibaldi (Treccani) e Roma senza il Papa. La Repubblica romana del 1849 (Laterza, 2014)

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