Salvemini è stato uno dei più importanti intellettuali italiani del Novecento, per più ragioni. Ha lasciato un’orma profonda negli studi storici e nel dibattito su problemi come il meridionalismo, la salute della democrazia, il ruolo della scuola, oggetto di riflessione anche nei decenni successivi. Poi c’è stato il politico, sia pure sui generis: il socialista quasi sempre in polemica con la dirigenza del partito, l’acerrimo avversario del sistema di potere giolittiano, l’interventista come tanti intellettuali democratici durante la neutralità italiana del 1914-15, il deputato, l’antifascista e l’oppositore irriducibile di Mussolini. Ma la sua influenza culturale va misurata su parametri più ampi. «L’Unità», il settimanale che diresse dal 1911 al 1920 (con l’eccezione di brevi periodi di sospensione delle pubblicazioni), contribuì a plasmare almeno due generazioni di giovani e di intellettuali. L’esilio in Francia, Inghilterra e soprattutto negli Stati Uniti, gli diede un pubblico anche in altri paesi: i suoi libri apparvero o furono scritti in diverse lingue. Come storico, i suoi interessi spaziarono dal medioevo all’età contemporanea, pur muovendosi attorno a un certo numero di problemi. Il suo Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1295, pubblicato nel 1899 quando aveva 26 anni, è divenuto un classico della medievistica italiana. Sulla Rivoluzione francese scrisse pochi anni dopo un grande affresco, che combinava in modo molto efficace la storia economica e sociale a quella delle idee e dei sentimenti delle masse. Salvemini può essere considerato, inoltre, uno dei fondatori degli studi di storia contemporanea in Italia. Studiò il Risorgimento e la politica estera italiana tra Otto e Novecento, ma soprattutto ha offerto un’analisi critica del fascismo che, assieme all’opera di Angelo Tasca, rimane tra i risultati più maturi della storiografia non solo italiana sul ventennio apparsa in quegli anni.Quali vicende ne segnarono maggiormente l’esistenza?
Salvemini scrisse di aver vissuto molte vite. La prima si concluse nel dicembre del 1908, a Messina, quando il terremoto che si abbatté sulla città e su Reggio Calabria uccise tutta la sua famiglia: la moglie, i 5 figli, la sorella; lui stesso fu dato per morto. Aveva 35 anni, era professore universitario a Messina e aveva già scritto libri importanti. Era un socialista stimato per la sua preparazione, e temuto per la sua penna pungente e per la sua capacità di critica implacabile. Si era distinto come insegnante attento ai problemi della scuola, per la quale aveva ideato progetti di riforma e riordino. Insomma, come ebbe a dire un altro – allora – socialista, Benito Mussolini, Salvemini era una delle intelligenze migliori del socialismo italiano.
La seconda cesura della sua esistenza fu l’esilio – anche se all’inizio non lo pensò come una soluzione definitiva -, a partire dall’estate del 1925. Lo storico riparò in Francia per sfuggire al clima di intimidazioni e persecuzione che lo serravano da vicino – era stato in carcere nelle settimane precedenti per il suo coinvolgimento nell’attività del foglio clandestino «Non mollare». In Italia fece ritorno più di vent’anni dopo, a fascismo ormai caduto. Il rientro definitivo in Italia avvenne nel 1949, quando gli venne restituita la sua cattedra all’Università di Firenze.
All’interno di queste vite, non mancarono altre cesure importanti: l’approdo da ragazzo sprovvisto di mezzi e cultura nella Firenze di Villari e Berenson, la posizione che gli fu preparata ad Harvard dal 1934, che contribuì a dargli un minimo di stabilità nella sua esistenza di «ebreo errante dell’antifascismo», l’assassinio di Carlo e Nello Rosselli nel 1937.
Quali battaglie lo videro protagonista nell’Italia di inizio Novecento?
Per molti Salvemini è noto soprattutto come il fustigatore di Giovanni Giolitti, bollato come il “ministro della mala vita”. Nel politico piemontese lo storico vide il garante di un’alleanza, quella tra i proprietari terrieri del sud e gli industriali del Nord, che finiva per penalizzare i contadini del Mezzogiorno. La sua critica era rivolta soprattutto alle oligarchie che lo appoggiavano e alla detestata piccola borghesia meridionale, in cui aveva individuato uno dei serbatoi di consenso del giolittismo, del quale non riuscì a scorgere i tratti modernizzanti. La sua polemica non risparmiò il PSI e la sua componente riformista, accusata di essere subalterna, quando non complice, di un disegno che favoriva le aristocrazie operaie del nord a discapito dei “cafoni” del Mezzogiorno. Prima di questo, tuttavia, Salvemini si era già impegnato in molte battaglie: dal decentramento amministrativo alla riforma della scuola, dalla lotta contro il protezionismo a quella per il suffragio universale, divenuto il suo “chiodo fisso”. Concesso, in misura molto ampia, proprio da Giolitti, lo considerò per molti versi «un pranzo servito alle otto di mattina». Avrebbe voluto, infatti, che le masse lo conquistassero, strappandolo alla classe dirigente liberale. Si impegnò, in seguito, per renderle consapevoli della forza che ora disponevano. Efficace nel mettere a fuoco problemi e questioni aperte nella vita politica e sociale italiana, Salvemini scontò tuttavia una profonda difficoltà nell’elaborare progetti e alternative praticabili, non da ultimo per l’eccessiva fiducia da lui riposta in soluzioni attorno alle quali non seppe mai costruire un consenso politico.
In che modo Salvemini lottò contro il fascismo?
Con l’eccezione dell’esperienza del «Non Mollare», Salvemini combatté la sua battaglia contro il fascismo soprattutto all’estero. In Francia, Inghilterra e negli USA tenne un numero impressionante di conferenze e lezioni davanti ai pubblici più disparati; il suo obiettivo fu quello di controbattere alla propaganda fascista e di rintuzzare gli organi di stampa stranieri più compiacenti e benevoli verso il regime italiano. Sostenne l’antifascismo all’estero e fu tra gli ispiratori di Giustizia e Libertà. L’arma più efficace utilizzata da Salvemini contro Mussolini fu tuttavia il suo talento di polemista, messo a frutto nelle numerose lectures tra Inghilterra e USA, nella torrenziale produzione di articoli e soprattutto nei libri. Frutto di un imponente lavoro di ricerca, questi ultimi misero a fuoco origini, politica estera e corporativa del regime, senza trascurare i rapporti con la Chiesa cattolica, l’utilizzo sistematico della violenza e della censura. Nel corso degli anni, il furore polemico dei suoi primi tentativi di storicizzazione del fenomeno fascista si stemperò, per lasciare spazio a un’analisi sempre partecipe, ma più riflessiva e misurata. L’attenzione con cui la sua attività fu seguita dalle autorità italiane, mostra come lo storico fosse percepito come uno dei più temibili avversari del regime fuori d’Italia.
A quali battaglie si dedicò, rientrato dall’esilio, nell’Italia repubblicana?
Gli ultimi anni di Salvemini sono stati a lungo quelli meno approfonditi del suo itinerario. Nonostante l’età avanzata e la salute malferma, lo storico continuò a far sentire la sua voce per riprendere antiche battaglie e impostarne di nuove. Tornò sul Mezzogiorno e sui “suoi” contadini, sulla scuola, sul federalismo e i problemi dell’assetto da conferire allo stato. Convinto anticomunista, Salvemini polemizzò duramente con il P.C.I e la classe dirigente di un partito a cui rimproverava dogmatismo e settarismo, oltre al legame con l’URSS. Mostrò invece un sincero rispetto per i militanti, specie nel Mezzogiorno, a cui riconobbe preparazione e serietà. Presto disilluso dal Partito d’Azione, Salvemini tuonò soprattutto contro la “clerocrazia” di Pio XII e il suo tentativo di instaurare in Italia, con il sostegno degli Stati Uniti, un governo clericale e autoritario, insomma, un fascismo senza Mussolini.
Continuò a riscrivere e rivedere senza posa la sua vastissima opera storiografica. Coltivò, sia pure con discrezione, la riflessione autobiografica, quasi a voler mettere in prospettiva se stesso e alcune delle lotte che aveva combattuto. Per questo tornò su Giolitti, sulla classe dirigente liberale, su Mussolini e sulla Resistenza, che cercò di approfondire, soprattutto per colmare la distanza che sentiva tra se stesso e i giovani, cresciuti nell’Italia fascista durante i lunghi anni del suo esilio.
Qual è l’eredità politica e intellettuale di Gaetano Salvemini
È difficile rispondere a questa domanda, perché dopo la sua morte, avvenuta nel 1957, le diverse culture politiche dell’Italia repubblicana offrirono altrettante letture di Salvemini. Ci fu chi vide in lui uno degli esponenti di un’Italia “della ragione”, schiacciata dalle ideologie dei partiti dominanti. Non mancarono, com’è ovvio, le agiografie e gli scritti più apologetici. Prevalse comunque l’immagine dello sconfitto, del profeta inascoltato. Il PCI, con alcune eccezioni, non gli perdonò il suo anticomunismo, pur riconoscendo l’influenza del “problemismo” salveminiano; una parte del mondo cattolico continuò a vedere in lui un anticlericale settario. La sua eredità, a mio avviso, si ritrova nel suo antifascismo intransigente, come nell’influenza che ebbe su molti giovani, lungo tutto l’arco della sua vita. Pur avendo molto spesso preso posizioni assai lontane dalle sue, studenti e lettori trovarono nell’opera di Salvemini un punto di riferimento, l’indicazione di un metodo di lavoro per cercare di vedere chiaro nelle cose della storia e della politica.
Francesco Torchiani è professore associato di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Pavia. Tra i suoi lavori più recenti Il «vizio innominabile». Chiesa e omosessualità nel Novecento (Bollati Boringhieri, 2021), Delio Cantimori (Viella, 2023). Ha curato la riedizione di scritti di Cantimori e Salvemini (La rivoluzione del ricco, Bollati Boringhieri, 2020).




