“Fuori le mura. La genesi dei cimiteri extraurbani nell’Italia napoleonica (1806-1814)” di Stefano Levati

Prof. Stefano Levati, Lei è autore del libro Fuori le mura. La genesi dei cimiteri extraurbani nell’Italia napoleonica (1806-1814), edito da Viella: cosa significò, per la società dell’epoca, la realizzazione dei nuovi cimiteri extraurbani in età napoleonica?
Fuori le mura. La genesi dei cimiteri extraurbani nell'Italia napoleonica (1806-1814), Stefano LevatiIl trasferimento delle sepolture fuori dagli abitati all’inizio del XIX secolo significò per molte realtà del neonato Regno d’Italia una frattura con una tradizione plurisecolare che, per la stragrande maggioranza della popolazione, prevedeva la sepoltura in fosse comuni collocate in prossimità o dentro le chiese. Il grado di rottura di questa tradizione fu, ovviamente, inversamente proporzionale alle esperienze riformistiche settecentesche che in alcuni territori, penso alla Lombardia austriaca in primis, avevano già introdotto importanti novità, soprattutto in tema di allontanamento dei cimiteri dalle città, mentre in altre non erano state mai avviate, come nel caso dei territori veneti o marchigiani. Quella che per noi rappresenta una delle grandi novità del nuovo modello cimiteriale, ossia il superamento del ricorso alle fosse comuni e l’obbligo di sepolture individuali per tutti, anche sulla scorta della nascente cultura romantica e della sua affermazione dell’esaltazione individuale, venne accolta senza grande entusiasmo, anche perché per i più tale soluzione risultava essere estremamente provvisoria, essendo imposto l’obbligo di rinnovare le fosse ogni 10 anni.

Quali fasi attraversò il processo di realizzazione dei nuovi cimiteri?
Le autorità napoleoniche stabilirono preciso iter di realizzazione di nuovi cimiteri. condotto sotto la responsabilità dei sindaci o dei podestà, affiancati dalle Delegazioni sanitarie municipali, istituite con la medesima legge del 5 settembre 1806 che impose la costruzione dei cimiteri extraurbani nel giro di due soli anni.

Anzitutto le autorità municipali dovevano individuare un terreno adeguato, distante alcune centinaia di metri dal corpo delle case del comune, lontano da strade di largo scorrimento, sufficientemente ampio da ospitare il presunto numero di sepolture di un decennio, debitamente arieggiato e privo di infiltrazioni d’acqua. L’operazione non fu semplice, soprattutto per le comunità montane, dove la scarsità di terreni utili alle colture rendeva ancora più doloroso privarsene per destinarli a camposanto. Nel caso poi il terreno non fosse di proprietà comunale, si doveva procedere all’acquisto o, in casi estremi, ma poco praticati perché era una scelta che provocava inevitabili conflitti, all’espropriazione, espressamente prevista per legge. Una volta identificato ed acquisito si doveva procedere alla progettazione del cimitero, che doveva contemplare obbligatoriamente la realizzazione di un muro di cinta – e non una palizzata o un semplice fosso – alto almeno tre metri e con un cancello d’ingresso provvisto di lucchetto. Sulla base di questo progetto e della relativa perizia i sindaci, con la supervisione dei cancellieri distrettuali, erano chiamati a inserire la relativa spesa all’interno del bilancio preventivo che sarebbe poi stati esaminato e approvato dalle autorità prefettizie nel caso dei comuni meno popolosi (di seconda e terza classe) e direttamente dal Ministero degli interni per quelli maggiori (di prima classe). Una volta ottenuta la necessaria approvazione, le municipalità dovevano provvedere a mettere a bando l’appalto dei lavori; in qualche circostanza particolare, a fronte delle difficoltà di trovare soggetti disponibili ad accettare le condizioni dell’appalto, fu concessa in deroga alla norma la possibilità di procedere direttamente in economia. A conclusione dei lavori, l’opera doveva essere sottoposta alle verifiche di appositi periti inviati in loco dalle autorità profettizie al fine di stabilire il rispetto delle norme. Solo dopo il collaudo era possibile procedere alla consacrazione/benedizione del camposanto e alla sua apertura al pubblico. Era questa una cerimonia che assumeva particolare importanza, non solo perché investiva di un’aurea sacrale il luogo, ma anche perché fungeva da momento legittimante dell’intera operazione compiuta dalle autorità laiche.

In che modo le autorità napoleoniche affrontarono l’annoso problema sanitario delle sepolture all’interno e nei pressi delle chiese?
Le autorità napoleoniche dispiegarono tutte le risorse che avevano a disposizione per realizzare la riforma cimiteriale che, in una logica popolazionista, veniva percepita come indifferibile. Le continue richieste di aggiornamenti sul procedere dei lavori, che vennero rivolte con periodicità e costanza ai prefetti a partire dal 1808 e che hanno prodotto una considerevole e ricca documentazione sulla quale è stata condotta la mia ricerca, sono la dimostrazione tangibile della rilevanza attribuita a questo progetto. Affinché la riforma si realizzasse occorreva, a monte, la strutturazione di una efficace e moderna macchina amministrativa, facente perno sulla figura del prefetto. Infatti, le operazioni presero avvio nel Regno d’Italia con un ritardo di due anni rispetto all’emanazione dell’editto napoleonico di Saint-Cluoud (12 giugno 1804), ossia dopo aver rimesso mano all’organizzazione del sistema amministrativo periferico e consolidato ulteriormente il potere dei prefetti (giugno 1805). Non solo: si rese preliminarmente necessario ridefinire l’intero impianto del sistema sanitario, che venne gerarchicamente strutturato, come già in ambito giudiziario ed educativo, su tre livelli. Al vertice venne creato il Magistrato Centrale di Sanità, da cui dipendevano le Commissione dipartimentale di sanità, sotto il controllo del prefetto, e a livello locale le Deputazioni comunali di sanità. Non è un caso che le prime norme operative, che imponevano la realizzazione dei cimiteri extraurbani, siano contenute nel Decreto portante il Regolamento della polizia medica (5 settembre 1806, articoli 75-77). Parallelamente alla ristrutturazione dell’amministrazione sanitaria fu avviata un’opera di persuasione affidata da un lato ai medici, che sedevano nelle istituzioni segnalate in precedenza, e dall’altro al clero, la cui attività di convincimento in questo ambito era ricercata e necessaria, considerato il ruolo di protagonista che avrebbe comunque continuato a rivestire anche all’interno di un sistema profondamente rinnovato e laicizzato.

Quali resistenze incontrò tale processo di modernizzazione?
Il processo incontrò resistenze soprattutto in quei territori “periferici” che non erano stati minimamente coinvolti dalle prime riforme avviate, anche in materia di sepolture, da alcuni sovrani “illuminati”. Le maggiori resistenze e ostilità si manifestarono nelle comunità montane che, in ragione delle scarse disponibilità finanziarie e dell’altrettanto scarso numero di inumazioni annue, non avvertivano la necessità e l’urgenza di questa radicale riforma, che era invece maggiormente sentita e sostenuta nei grandi centri urbani in fase di sia pur lenta espansione demografica.

Le resistenze, che si manifestarono in prevalenza con un ostracismo sordo, volto a rinviare sine die l’avvio e/o il completamento delle opere e in qualche circostanza con atti di violenza, mediante l’abbattimento delle mura già erette, l’incendio delle carte contenenti i progetti o il disseppellimento dei cadaveri per essere inumati nuovamente nelle chiese, possono essere ricondotte – semplificando – a due ordini di ragioni; la prima di natura economico-finanziaria, la seconda di natura culturale.

Sotto il profilo economico la riforma venne osteggiata da quei proprietari terrieri che videro profilarsi il pericolo di dover cedere le proprie terre per far spazio ai nuovi cimiteri; così come ostili si dimostrarono i proprietari delle terre limitrofe, che temevano una significativa svalutazione di propri beni. Sul piano finanziario erano invece i piccoli comuni, in particolar modo quelli alpini e appenninici, a rifiutare la riforma cimiteriale, che avrebbe inciso oltre misura sulle già loro magre casse, per sanare un problema che, come detto in precedenza non era avvertito come tale. Ad onor del vero va evidenziato come le stesse autorità di governo compresero ben presto le difficoltà finanziarie in cui versavano molte piccole comunità e di conseguenza decisero di non introdurre sovraimposte superiori ai tre centesimi per scudo d’estimo. Qualora anche questa sovraimposta non fosse comunque risultata sufficiente per procedere alla realizzazione della riforma venne concessa facoltà alle comunità di rinviare a tempi migliori l’esecuzione dei campisanti.

A tutto ciò si devono poi aggiungere, quali elementi di resistenza, i costi di trasporto delle salme che ricadevano sui parenti del defunto che erano tenuti a farsene carico, con la sola eccezione di coloro che fossero dichiarati indigenti.

Sul piano culturale, invece, la riforma cimiteriale comportava un brusco allontanamento da una tradizione plurisecolare – e come tale fortemente radicata nel mondo popolare – che prevedeva la sepoltura dei defunti nei pressi delle chiese e, ancor meglio, nelle vicinanze delle reliquie dei santi che si credeva potessero garantire la loro protezione ai trapassati. Le nuove disposizioni risultarono sgradite anche ad una parte del clero, costretto a non retribuiti compiti di accompagnamento delle salme. A i possessori di sepolcri famigliari presso le chiese e più in generale tra i ceti più abbienti che, almeno nella prima fase della riforma, temettero di perdere la visibilità e il prestigio che le tradizionali forme di sepoltura garantivano loro. Infatti, sulla scorta delle concezioni cimiteriali tipiche dell’età dei lumi, anche i cimiteri “napoleonici” furono pensati e progettati avendo come principale scopo – come recita una circolare del Magistrato centrale di sanità del novembre 1807 – «quello di promuovere lo scomponimento e la lenta dispersione delle parti molli del corpo animale». Solo in secondo tempo la dimensione monumentale e “ostentativa” dei cimiteri, inizialmente subordinata alle esigenze sanitarie, avrebbe avuto il sopravvento in conseguenza della pressione esercitata sulle autorità “italiche” da un numero crescente di individui e di amministrazioni locali.

Stefano Levati è professore ordinario di Storia moderna nell’Università degli studi di Milano

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