Professor Brotto, Lei ha curato l’edizione del libro François Truffaut. La letteratura al cinema edito da Marsilio: quanto è stato rilevante l’influsso letterario sul cinema di Truffaut?
François Truffaut. La letteratura al cinema, Denis BrottoSi tratta di una domanda che a ben vedere è all’origine del libro stesso. L’influsso letterario infatti è centrale non solo nel cinema di Truffaut, ma nel suo intero vissuto esperienziale. Lo è nell’età della formazione, in cui la letteratura diviene una sorta di rifugio da un’infanzia tormentata; lo rimane quando Truffaut avvia la sua attività di critico cinematografico per “Arts” e per i “Cahiers du Cinéma”; torna ad esserlo, in modo costante, nel suo percorso autoriale. Truffaut è stato inoltre un grande lettore, uno straordinario sceneggiatore, ma anche un romanziere. Si tratta dunque di una relazione apparentemente innata. Le tante testimonianze (non a caso scritte) lasciate da Truffaut, nonché gli episodi rievocati dall’amico fraterno Robert Lachenay ci dicono molto in merito a questa vicinanza con la letteratura: basti pensare alle assidue frequentazioni delle librerie, ai giorni di scuola ‘marinati’ per poter leggere “I tre moschettieri” di Dumas, ma anche ai tanti aneddoti poi ripresi e rimodellati per i suoi film a venire, come la punizione inflitta al giovane Truffaut da un professore di scuola per aver riportato nel suo tema uno scritto di Balzac (episodio che tornerà nel film “I 400 colpi”).

A trent’anni dalla sua scomparsa ci rendiamo conto di come il suo cinema ci consegni non solo una filmografia di grandi opere, di commedie romantiche, di drammi borghesi o di racconti sulla giovinezza, ma anche un affascinante laboratorio delle possibili relazioni con il letterario. In molti dei saggi contenuti nel libro (penso a quelli di Giorgio Tinazzi, di Paola Malanga, ma anche a quelli di Rosamaria Salvatore, di Attilio Motta, di Fiona Dalziel) emerge questa attenzione profonda di Truffaut per l’elemento letterario. Richiamando il celebre titolo “L’uomo che amava le donne”, Malanga parla di Truffaut in qualità di ‘uomo che amava i libri’, ricordando le folgorazioni giovanili per Balzac e Proust, ma anche l’interesse diffuso per autori diversi tra loro come Genet, Radiguet, Sartre, Simenon.
Quello della letteratura è un mondo a cui il regista non rinuncerà mai, e che da letterario si farà a poco a poco interiore; uno spazio a cui fare ritorno nei momenti di smarrimento.

In quali opere sono maggiormente evidenti i riferimenti letterari truffautiani?
La scrittura cinematografica di Truffaut difficilmente è scindibile dall’influenza letteraria. A ben vedere ogni suo film manifesta, in un modo o nell’altro, un richiamo alla letteratura. Accade nei casi più evidenti e conclamati, quelli dati dai cosiddetti adattamenti letterari: pensiamo ai film tratti da Roché, come “Jules e Jim” e “Le due inglesi”, opere ancor oggi di assoluta intensità, a quelli tratti da Woolrich, quali “La sposa in nero” e “La mia droga si chiama Julie”, che manifestano contaminazioni, vicinanze, richiami a un lessico comune tra i due autori in grado di trascendere i tratti delle singole opere. Ma accade anche in opere in cui la letteratura diviene materia interna al racconto: il personaggio di Antoine Doinel, l’alter ego di Truffaut interpretato da Jean-Pierre Léaud, è a sua volta in costante relazione con la scrittura, è un onnivoro lettore, prepara un’autobiografia, “La salade de l’amour”, attorno alla quale si svilupperà quel capolavoro narrativo che è “L’amore fugge”. Ancora, il saggio da me sviluppato prende le mosse da un’opera tra le più care e sofferte di Truffaut, “La camera verde”, un film che è anche un originale lavoro di ricostituzione del racconto a partire da tre novelle di Henry James.
Ma il dato più importante lo si trova nel modo in cui le opere di Truffaut sono state in grado di rappresentare, anche e soprattutto grazie all’apporto della letteratura, un’assoluta originalità nelle forme e nello sviluppo degli espedienti narrativi. Credo sia per questo che alcuni suoi film all’epoca in cui uscirono apparvero in anticipo sui tempi, e ancora oggi mantengono bellezza ed efficacia rappresentativa. Penso ad esempio a “Le due inglesi” o a “La calda amante”: rivisti anche di recente esercitano una forza attrattiva assoluta.

A quali autori si è maggiormente ispirato François Truffaut?
Difficile parlare di ispirazione per Truffaut. Parlerei piuttosto di una attenzione profonda a tutto quello che la letteratura ha dato in termini di forme narrative ed espressive, di sguardo culturale (in particolare sulla Francia del periodo), di possibilità di integrare le esitazioni dell’esistenza con le persuasioni della letteratura (nonché del cinema e dell’arte in genere).
Balzac e Proust, Radiguet e Sartre sono tra i nomi che più ricorrono nell’universo letterario di Truffaut (nonostante da loro Truffaut si sia ben guardato dal realizzare adattamenti). Ma non sono certo i soli. Ne “La camera verde”, alle pareti della stanza che dà il titolo al film, troviamo le fotografie di Jacques Audiberti, di Jacques Cocteau, di Henri-Pierre Roché, di Raymond Queneau, scrittori amati da Truffaut, nonché amici personali del regista.
In termini di ispirazione inoltre, l’interesse letterario si frappone alle tante influenze cinematografiche: penso in particolare a Renoir, a Vigo, al cinema americano, soprattutto quello di Chaplin e di Welles, e a quello italiano, in particolare Rossellini.

In che senso possiamo affermare che i film di Truffaut rappresentano essi stessi una forma di riflessione sul concetto di narratività?
All’interno dei suoi film Truffaut ha saputo sviluppare una geografia letteraria fatta di adattamenti, forme di scrittura, scambi epistolari, diari, amori bibliografici, uomini-libro, romanzi. Ogni opera ha rappresentato per Truffaut anche un modo di lavorare sulla forma narrativa, un tentativo per trovare forme espressive nuove ed efficaci. In questo laboratorio sul racconto, emblematico quanto inconsueto è inoltre il caso dei libri che Truffaut ha tratto dai suoi film. Pensiamo a “Gli anni in tasca” e a “L’uomo che amava le donne”, esempi di come Truffaut amasse porre le proprie intuizioni a confronto con i linguaggi espressivi del cinema e della letteratura, arrivando anche a sovvertire il canonico processo di adattamento, ora diretto dal cinema verso la letteratura.

Nel cinema di Truffaut troviamo inoltre ricorrenti forme di innesto narrativo dettate o suggerite dalla letteratura, basti pensare a “La calda amante” e ai richiami interni a Gide e a Balzac. E proprio questo sistema di intersezione ha reso la presenza letteraria nel suo cinema un elemento costantemente intrecciato ad una idea di lascito, di memoria da non disperdere, come ci hanno mostrato “Effetto notte” e “Fahrenheit 451”, ma anche di rinnovamento, di rigenerazione e nuovo inizio.
Truffaut ci ha insegnato che il cinema, per mantenere viva la propria intensità, per non erodere il proprio immaginario, deve saper guardare alla letteratura in tutti i suoi aspetti, senza inutili deferenze, all’occorrenza sfidandola, provocandola, ma soprattutto amandola.

Denis Brotto è ricercatore presso l’Università degli Studi di Padova nell’ambito degli studi sul cinema e sui rapporti tra linguaggio cinematografico e nuove tecnologie. Ha pubblicato Osservare l’incanto (Ente dello spettacolo 2010), prima monografia italiana su Sokurov, Trame digitali. Cinema e nuove tecnologie (Marsilio, 2012), ed è autore di saggi dedicati all’opera di Bellocchio, Haneke, Varda, Ceylan, Berger, ai rapporti tra cinema e letteratura, alle nuove tecnologie e all’iconologia del cinema.