Padre Enzo Fortunato, Lei è autore del libro Francesco il ribelle edito da Mondadori. San Francesco non ha mai smesso di essere di attualità, sin nel nome scelto da papa Bergoglio: perché il santo di Assisi affascina così tanto?
Francesco il ribelle, Enzo FortunatoIl fascino di Francesco dura da 800 anni e non accenna a diminuire. Mi chiedo come sia possibile. Parte di questa attrattiva proviene certamente da una lettura “normalizzata” della sua figura: quella di un Francesco “à la carte”, animalista, ingenuo, semplice. Forse la spiegazione del suo “successo” deriva da questo suo essere popolare, accessibile a tutti. Non è un caso che Francesco sia il patrono d’Italia. Ma questa immagine non è molto attenta al dato biografico e storico: c’è una figura più profonda, più complessa, più misteriosa che mi propongo di indagare in questo libro, nato dopo anni di lavoro animati dal desiderio di vivere e di comunicare. L’essenza di Francesco non è conosciuta da tutti, ma tutti – ne sono sicuro – subiscono il suo carisma e la sua influenza.

Perché una nuova biografia di San Francesco?
Effettivamente si poteva anche evitare di realizzare un altro libro sul santo di cui più si è scritto in Italia e nel mondo. Tuttavia, come scrisse Umberto Eco: “I libri parlano sempre di altri libri e ogni storia racconta una storia già raccontata”. Per questo ho voluto evidenziare un aspetto che non ho letto in altri testi, quello che il cardinal Parolin chiama “il segreto di Francesco”, che è anche la ragione per cui – e queste sono parole del Segretario di Stato, contenute nella prefazione del libro – “un uomo semplice, vissuto otto secoli fa, è la migliore incarnazione del cristianesimo come si va configurando in questo inizio di terzo millennio”. Credo che il vero segreto di una vita riuscita non sia giudicare l’altro, ma essere d’esempio, da modello, per guidarlo e per proteggerlo. Mi viene in mente una citazione, tratta dalla Leggenda Maggiore di San Bonaventura. Dice Francesco: “Se non avessi la carità in me stesso e non mostrassi al prossimo esempi di virtù, poco gioverei agli altri, niente a me”.

In che modo Francesco fu un ribelle?
“Ogni ribelle rifiuta la strada che trova già tracciata e si mette in cammino”. Comincia così il terzo capitolo del mio libro, che riporta in esergo una citazione del filosofo statunitense Ralph Waldo Emerson: “Non andare dove il sentiero ti può portare; vai invece dove il sentiero non c’è ancora e lascia dietro di te una traccia”. Il solco che tracciò Francesco risplende con la limpidezza del sole a cui il Poverello è paragonato da Dante nel canto XI del Paradiso. È proprio questa l’immagine con cui apro il mio libro. Il suo fu l’esempio di una persona che si ribellò contro la vita comoda che il padre, agiato mercante di stoffe ed esponente di spicco di una borghesia nascente, gli prometteva. Ebbe la forza di rifiutare gli onori e la gloria, la ricchezza, i valori mondani (ricordo che in gioventù Francesco voleva essere cavaliere), per vivere appieno il messaggio evangelico.

Quello che inoltre mi preme ricordare è che il Santo di Assisi fu un “ribelle obbediente”, che andò a Roma, dove fu ricevuto dal papa, a chiedere di essere riconosciuto e protetto. Il rischio che il nascente Ordine potesse essere assimilato alle numerose sette ereticali dell’epoca, come quella dei catari o dei valdesi, era infatti alto.

Come riassumerebbe il messaggio di Francesco per la società contemporanea?
San Francesco fu un ribelle libero e allo stesso tempo ubbidiente al Vangelo. Libero nella misura in cui aveva la forza per scagliarsi contro le ingiustizie del tempo, gli individualismi, le esclusioni, le povertà della società a lui coeva. La sua però fu una vita obbediente alla Chiesa, da cui cercò sempre guida e protezione. Faccio un esempio: nella Leggenda dei tre compagni, viene raccontata una visione, passata alla storia come “il sogno della gallina nera”: nel sonno, a Francesco “parve di vedere una gallina piccola e nera, con le zampette piumate come una colomba domestica, la quale aveva tanti pulcini che non riusciva a riunire sotto le ali e così i piccoli le giravano intorno restando allo scoperto”. Il santo, allora, afferma: “Quella gallina sono io, piccolo di statura e scuro di colorito, che devo essere semplice come una colomba e volare verso il cielo con i sentimenti alati delle virtù. Il Signore, nella sua misericordia, mi ha dato e darà molti figli, che non son in grado di proteggere con le mie sole forze; bisogna quindi che li affidi alla santa Chiesa, la quale li protegga e li guidi all’ombra delle sue ali”. Questo episodio dà l’idea di quanto Francesco si sia sempre preoccupato, per nello splendore rivoluzionario del suo esempio di vita, di trovare approvazione, protezione e guida nella Chiesa.

Nel mondo d’oggi, sconvolto dal conflitto religioso e dal terrorismo di matrice estremista, cosa può rappresentare l’esempio di dialogo di Francesco col Sultano?
È uno dei più straordinari gesti di pace nella storia del dialogo tra Islam e Cristianesimo. Quello storico colloquio, avvenuto a Damietta, a pochi chilometri di distanza dal Cairo, è ancora oggi così significativo e attuale. In un’epoca di populismi e fondamentalismi, la strada che tutti siamo chiamati a percorrere per non rimanere imprigionati tra le catene del proprio io è la strada del raccontarsi e del raccontare. Faccio un esempio che mi è rimasto sempre impresso e che propose Eugenio Scalfari in una conversazione con il cardinal Martini qui in Assisi. Il grande giornalista disse: “Mettete insieme due fondamentalisti, si scontreranno. Se invece li invitate a raccontare le loro storie, probabilmente troveranno dei punti di convergenza su cui lavorare insieme”. Ecco, raccontare Francesco significa far emergere possibilità che possono schiudere davanti a noi un cammino di condivisione e comprensione reciproca.

Come si legano al messaggio di Francesco il magistero e l’azione di papa Bergoglio?
Le similitudini tra San Francesco e papa Francesco sono sempre inappropriate ed azzardate. Tuttavia, provo a delineare alcuni parallelismi tra i linguaggi e le opere di uno e dell’altro. Prima di tutto, sia papa Francesco che san Francesco hanno dedicato la vita a custodire, preservare e proteggere il creato. Il primo fu inventore dell’economia circolare Riprendo qui alcuni concetti espressi da papa Francesco il 19 marzo 2013, nel corso della sua prima omelia. Il papa chiese “a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà” di essere “custodi” della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente e di non lasciare che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo!” C’è poi un’analogia legata al linguaggio di papa Francesco, che io descriverei con questi tre aggettivi: semplice, diretto, esemplificativo. Il suo modo di esprimersi ci mette con le spalle al muro: il suo linguaggio può essere social, come quando disse che Gesù è la vostra password, i suoi esempi traggono ispirazione dalla vita di tutti i giorni e sono elementi costitutivi di un modo di esprimersi che va dritto al cuore. Per dirla con le parole del giornalista di Rai1 Piero Damosso, con cui curo la rubrica Tg1 Dialogo, “il papa fa lo sforzo di far partire il pensiero e incarnarlo nella realtà, il suo è un linguaggio dell’incarnazione”. Anche in questo caso, come non richiamare alla mente la lingua volgare usata da Francesco nel Cantico delle creature di Francesco, composto per rendere accessibile a tutti il suo messaggio?

Il testo che ho consegnato termina con questa affermazione, e così vorrei concludere anche questa intervista: «i luoghi solenni delle chiese e cattedrali diventano le piazze e i vicoli dei nascenti comuni italiani; i gesti altisonanti delle anticamere curiali, lo sfarzo liturgico e la belligeranza delle crociate lasciano posto al fratello, alla semplicità della vita e alla riconciliazione dei cuori. Non è forse lo stile del frate di Assisi che sta vivendo e proponendo papa Francesco? Certo, le responsabilità e le funzioni sono diverse. Il primo è un membro della Chiesa e il secondo è un pastore, ma l’obiettivo è simile: seguire e vivere le orme del Vangelo».