Francesco e il Sultano, Ernesto FerreroSi intitola Francesco e il Sultano, il nuovo romanzo di Ernesto Ferrero edito da Einaudi. La vicenda raccontata in forma romanzata è quella nota dell’incontro, avvenuto nel settembre del 1219, in piena quinta Crociata, tra il frate di Assisi e il sultano al-Malik al-Kamil, il cui nome significa «il sovrano perfetto», nipote del Saladino e fondatore della dinastia degli Ayyubidi.

Nel racconto di Ferrero rivivono gli enigmi che si addensano intorno alla vicenda: perché Francesco «si getta senza esitare nella più avventurosa delle sfide: attraversare il Mediterraneo sulle goffe navi di allora, calarsi nell’azzardo di una crociata, raggiungere il Sultano, che avrebbe potuto fargli tagliare la testa con un solo cenno della mano. Per quale scopo? Convertirlo alla vera fede? Fermare una guerra? Cercare il martirio? Restava un gesto di straordinaria follia, l’invenzione di un artista di genio.»

Il racconto di Ferrero si dipana così lungo la vita di Francesco, nato «Giovanni di Pietro di Bernardone, ma il padre, ricco mercante e usuraio di Assisi, lo chiama Francesco, il Francese. Di questo appellativo così raro e prezioso, i biografi non parlano, perché non ha alcuna attinenza con la santità. Forse è un omaggio a sua madre, madonna Giovanna detta Pica, che dicevano venire di Piccardia. Forse l’ha imposto Pietro di Bernardone, che viaggiava spesso in Francia». La giovinezza scapestrata – «sino ai venticinque anni, il figlio del mercante aveva superato in vanità e ambizione tutti i suoi coetanei» – la prigionia a Perugia – «dodici mesi di oscurità, pane secco, acqua che sa di palude, torsoli di verdure avariate, topi feroci» – e poi la conversione, il conflitto col padre che «lo bastona, lo rinchiude in cantina, lo mette in catene», sino alla decisione di spogliarsi di tutti i suoi averi: «Davanti al vescovo Guido restituisce al padre la borsa con i denari di Foligno e si spoglia di tutte le sue vesti. Rinuncia ad ogni avere e diritto. Rimane nudo. Il vescovo, commosso, lo ripara con il suo mantello. I cittadini impietriscono.» Arriverà poi l’approvazione della Regola del nascente Ordine da parte di Papa Onorio III.

È l’incontro con Giacomo di Vitry, appena nominato vescovo di San Giovanni d’Acri, in Palestina, a far maturare in lui il pensiero del viaggio in Terra Santa: «Predicherà la buona novella, come gli altri fratelli andrà tra i lupi senza paura e senza iattanza. Ne ha inviato molti per il mondo, ed è tenuto a dare il buon esempio. Non intende restare al sicuro mentre i fratelli rischiano il martirio. Ha voluto consegnare a se stesso la missione più pericolosa.»

Decide di farsi accompagnare da frate Illuminato, «esperto delle cose del mondo, che ha lasciato la spada per la croce»: prima di vestire il saio «è stato il nobile signore Accarino della Rocca, feudatario della Val Nerina.»

«Francesco ha trentasette anni quando il 24 giugno 1219 si imbarca ad Ancona per l’Oriente, tredici anni dopo la sua conversione. […] Per i contemporanei è del tutto ininfluente assegnargli una destinazione esatta. Francesco parte per gli sterminati territori in cui vivono e guerreggiano gli infedeli. Si può dire che vada in Siria, in Egitto o semplicemente a Babilonia.»

Francesco e Illuminato sbarcano ad Acri e, dopo pochi giorni ospiti del vescovo Giacomo di Vitry, con lui si imbarcano per Damietta, dove il Sultano da diciassette mesi resiste all’assedio dei crociati capeggiati da Jean de Brienne.

Ogni dettaglio rivive vivido nella descrizione dell’autore: l’assalto dei crociati e la battaglia con il seguito di morti, l’ingresso di Francesco nella città assediata al grido di Soldan! Soldan!, sotto il tiro degli armigeri, le percosse e, infine, l’arrivo «in un vasto padiglione circolare [con] tappeti molto grandi, color sangue di bue. Verso il fondo, un ampio sgabello ricoperto da un drappo verdastro. Tutto aveva l’aria provvisoria di un rifugio di nomadi. […] Sullo sgabello s’era accomodato un uomo che aveva passato i trent’anni. Stava avvolto in un ampio mantello nero dai bordi dorati, aveva una barba corta e ben curata, mani adorne di anelli d’oro, occhi ardenti.» Il Sultano.

Francesco spiega di venire da una città vicino a Roma che si chiama Assisi, di essere inviati da Dio e di essere uomini al suo servizio, giunti al cospetto del Sultano per parlare di Dio e per parlare di pace. Il Sultano ascolta il frate e risponde che «l’indomani avrebbe convocato i suoi sapienti, i suoi sufi, per discutere con lui, che aveva detto parole oneste, inattese e accettabili.»

Per tre giorni Francesco dialoga con gli ulema, dotti, teologi e giureconsulti musulmani, alla presenza di Fakhr ad-Din al- Farisi, guida spirituale del Sultano, sufi e asceta. «Parlarono dell’onnipotenza divina, di profezie, dell’Anticristo, della fine dei tempi, di Mosè, di Abramo e di Muhammad, di Maryam, l’unico nome di donna citato nel Corano», di quello che le due fedi hanno in comune, toccando il cuore del Sultano. Ma a Francesco, che gli chiede di convertirsi, egli risponde: «la casa in cui mi proponete di abitare è bella come quella in cui già abito. I miei uomini non capirebbero e mi ucciderebbero. Troppe cose sono successe e troppo sangue è stato versato.»

Si scopre così che l’episodio della prova del fuoco – che compare anche nel ciclo degli affreschi della Basilica superiore di Assisi, l’undicesimo della serie sulla vita e i miracoli del santo, ospitato nella quarta campata, parete nord della Basilica, per secoli attribuito a Giotto – «un gesto così poco francescano, così intimamente aggressivo, la negazione radicale dell’atteggiamento umile e fraterno con cui Francesco si offre agli altri» è «con ogni evidenza un’invenzione apocrifa, un falso d’autore» nato per «riempire i vuoti del poco che si sa con certezza di lui con quello che finisce per essere orientato dagli interessi «politici» di chi lo racconta. Così hanno fatto i biografi, i papi, i pittori, i fedeli, persino i fratelli che lo avevano conosciuto personalmente.» L’unica verità è che «del viaggio in Terra Santa, che per lui è stato così importante, Francesco non ha mai parlato, e ne parlano pochissimo anche i documenti.»