“Francesco e i “dottori della legge”. Discernere oltre la «casistica»” di Giorgio Zannoni

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Prof. don Giorgio Zannoni, Lei è autore del libro Francesco e i “dottori della legge”. Discernere oltre la «casistica» edito da Marcianum Press: quale funzione svolge il diritto nella vita della Chiesa?
Francesco e i "dottori della legge”. Discernere oltre la «casistica», Giorgio ZannoniSinteticamente si possono offrire due risposte ben diverse tra loro.

È usuale ritenere la norma canonica chiamata a salvare i diritti del singolo fedele e delle multiformi comunità presenti nella Chiesa, così da poter dirimere i multiformi conflitti che possono sorgere. Dunque una prospettiva che ultimamente identifica il diritto con la legalità facendo coincidere il giuridico con la norma positiva, cui consegue il dovere del fedele di adeguare il suo comportamento a quanto dettato dalle parole normative.

Purtroppo ben minoritaria è la linea del pensiero canonistico che avverte come la norma esprima la forma dell’agire congrua al vivere la circostanza – “fattispecie” – secondo quanto è giusto e perciò risponde alla verità del cammino personale del fedele.

Ciò premesso è altresì decisivo il fatto che il diritto canonico resta fattore necessario alla vita della Chiesa quale soggettività originale, realtà sui generis dall’inizio distinta tra i tanti fenomeni sociali. Se il peccato personale, incoerenza morale, ferendo la convivenza riveste rilevanza comunitaria, la visibilità della Communio gode di una valenza non genericamente sociologica bensì pubblica, ossia giuridicamente rilevante. Dagli inizi la Chiesa si è concepita quale aggregazione tipica, caratterizzata dal rappresentare un insieme peculiare, dato il vincolo insieme intra-personale ed inter-personale del fedele quale suo membro.

La “giuridicità”, il iustum interpersonale sotteso ai rapporti intra-ecclesiali, vive sottesa alla visibilità del Mistero che si è reso storicamente presente e permane tale in una forma obiettivamente umana, come è coerentemente fruibile e custodito nel tempo dalla tradizione Cattolica.

in effetti il tema della rilevanza giuridica della Chiesa come Communio, cuore del Vaticano II, realtà di natura teologica è se il nesso tra la norma giuridica e la fede, è tema tuttora non pacificamente risolto, da non doversi comunque accantonare.

Francesco richiama senz’altro la densità storica della Salvezza con due immagini: «meglio una Chiesa ferita ma presente sulla strada, che una Chiesa malata perché chiusa in sé stessa» mentre allo stesso tempo tiene fermo il fatto che «la Chiesa non è una ong, la Chiesa è un’altra cosa».

Di fatto, invero, non può nascondersi il fatto che se il diritto, la giuridicità ecclesiale, non ritrova nel contesto odierno la sua nativa dignità dimensione connaturale alla vita nella fede, la canonistica non potrà vieppiù diventare materia residuale. È forse senza ragione che la ‘categoria dei canonisti’ oggi risulti come relegata in un angolo? Ma l’irrilevanza della giuridicità riconduce inesorabilmente la Communio ad una pia associazione obiettivamente non identificabile tra gli insiemi mondani.

Quali novità introduce il magistero di Papa Francesco?
A riguardo di questo tema e della conseguenze – di cui il volume sui “Dottori della legge” – epicentro della novitas magisteriale di Francesco sta il chiedere al pastore una lettura del vissuto affettivo dei fedeli in grado di ponderare “caso per caso”. Francesco ha rifiutato senza incertezza la pretesa del poter continuare a ricorrere ad «una normativa generale di tipo canonico applicabile a tutti i casi» (Amoris Laetitia n. 300). Ciò non può evidentemente significare abolire il criterio veritativo in merito, poiché un preciso criterio è evidentemente necessario al poter operare appunto “discernimento”.

Dunque Francesco supera una classificazione dei legami affettivi scansionati “regolari od irregolari” in dipendenza dal risultare nel caso il fatto dell’essersi “sposati in Chiesa o “meno”.

Ne è derivato che a una logica universale in senso astratto-impersonale, ormai non più convincente, è subentrata una seria problematicità attinente il discernere del pastore circa la situazione affettiva del fedele. Il ministro dovrà ‘lasciarsi attraversare’ dal vivente logos interpretativo dell’esistenza che non potrà derivare dalle norme bensì potrà rispondere alla misura della “differenza sessuale”.

Così da sottoporre all’esperienza quel preciso incontro-legame affettivo riportando “quel caso”, quel preciso legame affettivo, riportandolo al vaglio dell’evento propriamente matrimoniale.

Accennato sopra all’attuale difformità nella riduzione della giuridicità ecclesiale, resta da notare lo smarrirsi nella coscienza ecclesiale il virtuoso rimando posto tra ‘foro pubblico’ e ‘foro interno’, ossia il concomitate personalissimo relazionarsi del fedele al Mistero con la sua propria appartenenza a Cristo in quanto membro della Chiesa Suo Corpo.

Si torna qui al fatto che ove la legge della (vita della) fede è intesa coincidere col precetto normativo ne consegue “una fede ridotta”, non avvertendone l’obiettiva rilevanza comunitaria.

Come si spiega il disagio tra Francesco e i custodi della norma?
Si torna alla prima questione, al congruo rapportarsi alla norma della Chiesa sia di impronta morale e/o di natura giuridica come si addice alla coscienza del fedele. Moralità e giuridicità non consistono nella norma scritta in cui sono redatte ma si incontrano nel loro realizzarsi, nell’agire conforme al custodire se stesso nella fede vissuta come forma di “vita nuova” di cui lui è reso testimone.

Il disagio emerso tra Francesco ed i custodi della norma – i “dottori delle legge”, così Lui li chiama – rimanda al fatto che spesso la coscienza della morale (nonostante il Magistero) e la gran parte della canonistica (nonostante Benedetto XVI alla Rota 2012) custodiscono una antropologia di spessore sostanzialmente positivista-razionalistico (cf. il cd. ‘metagiuridico’).

Nell’intervento sotteso al verbo discernere, improvvisamente posto al centro in forza di Francesco, spesso sorpresi, ignorando perciò come in ogni intervento pastorale accada un prender posizione, un valutare che nasce da un paragone vissuto da parte di colui che lo opera. Un effettivo incontro, un rapporto con la circostanza soppesata che termina in un giudizio di valore, quindi un’esperienza.

Ebbene l’affermare che il discernere inerente i rapporti umani rimanda alla nozione “esperienza” suscita spesso diffidenza: la si ritiene nozione inaffidabile, segnata da un improprio soggettivismo.

Mentre il giudizio, il conoscere inerente le relazioni umane rappresenta senz’altro l’esito maturato dall’incontro tra l’affezione e la ragione del soggetto.

Nonostante il Magistero – “l’antropologia adeguata” di S. Giovanni Paolo II e la “ragione allargata” di Benedetto XVI – si confonde tuttora la persona quale io-relazionale con quell’astratto individuo autoreferenziale cui il pensiero moderno riduce la soggettività. Accade, infatti, che resta obliterata la interiore mossa all’agire propria della libertà, ponendo a perno del vivere la cieca volontà.

Si ritorna a quanto detto all’inizio, all’equiparare il dovere con l’ossequio alla legge, identificando il bonum ed il iustum con un termine mentale da cui si pretende dedurre il determinarsi conforme al caso concreto. Il decidere il fedele ad assumere quel porsi coerente alla norma resa cioè forma del vivere la circostanza promana infatti dalla libertà che aderisce al bene ed al giusto, così da provocare la mossa della volontà coerente al suo uniformarsi in merito a quanto previsto.

Tutto ciò denuncia il tenace permanere dell’impianto interpretativo consono ad una ermeneutica del vivere omogeneo alla logica di impronta positivistica. La cui nota dominante sta nel giudicare il vissuto deducendo in merito in nome di valori/principi esterni alla coscienza, procedendo quindi per schemi. Ne deriva un infausto dualismo: si trasforma, nel caso, la verità come conformità alla norma oppure all’opposto come rispondenza all’intenzione del soggetto.

Per questa grave ragione Francesco con la «riforma missionaria della pastorale» avanza al ministro esattamente la richiesta di sottrarsi alla mens ‘applicativa casuistica’ che nell’esistenza viviseziona un dato particolare dalla verità universale implicata nell’agire morale o giuridicamente connotato.

Il discernere resta questione aperta. Il tanto scriverne e discuterne indica coma la vita ecclesiale, la pastorale ni suoi molteplici ambiti, risulti segnata da una seria criticità.

Quali sono i rischi di un «grigio pragmatismo»?
Francesco riprende J. Ratzinger cogliendo nel «grigio pragmatismo» odierno la «più grande minaccia della vita quotidiana della Chiesa: tutto apparentemente procede nella normalità, mentre in realtà la fede si va logorando e degenerando nella meschinità» (Evang. Gaudium n. 83).

Così nel Suo discernere l’oggi della comunità ecclesiale avverte contemporanea al «cambiamento d’epoca» la crisi della fede, l’illanguidirsi della novità cristiana, tanto da giungere ad affermare che il presente del cristianesimo è segnato dalla «fine della cristianità».

E lucidamente Francesco si sottrae all’alternativa tra il privilegiare la difesa della sana dottrina, il ‘versante dottrinario’ oppure il perseguire una facilitata partecipazione ai sacramenti. Non demorde dal riproporre la radice della riforma della Chiesa, il rifiutare lo ‘spirito del mondo’ che spesso oggi coinvolge pure «l’operatore pastorale».

«Dietro apparenze di religiosità e persino amore alla Chiesa», la mondanità spirituale «consiste nel cercare la gloria umana e il benessere personale… non sempre si accompagna con peccati pubblici, e all’esterno tutto appare corretto. Ma se invadesse la Chiesa, «sarebbe infinitamente più disastrosa di qualunque altra mondanità semplicemente morale» (n. 93).

Così manca l’annuncio di Cristo, manca il testimone dell’esistenza quale «gioiosa risposta all’amore di Dio che convoca alla missione e rende completi e fecondi», sì da non «resistere al provare fino in fondo il gusto della missione», uscendo dal rimanere «avvolti in un’accidia paralizzante» (n. 81).

Si evidenzia il cuore della crisi di una fede non in grado di sfidare il mondo sospeso tra una falsa presunzione ed un malcelato nichilismo, mentre pare irrilevante la domanda di senso e si confonde la salvezza dell’umano con la salute del corpo. Solo una fede in grado di essere pertinente al vivere,

la proposta di un orizzonte a vita davvero umana, avrà la dignità per riproporsi nel mondo.

Come si può evitare la tentazione di una riduzione eticista del cristianesimo?
Preferisco rovesciare la domanda: da dove deriva appunto la diffusa riduzione della fede a una realtà di natura morale? Da dove nasce l’attribuire alla fede la rilevanza che viene dalla religiosità propria dell’uomo in quanto tale? Risulta ormai arduo identificare la peculiarità del cristianesimo in mezzo alle tante forme espressive del religioso tentativo umano di rapportarsi al Mistero.

Sovviene l’acuta osservazione di Giovanni Paolo I «Il vero dramma della Chiesa che ama definirsi moderna è il tentativo di correggere lo stupore dell’evento di Cristo con delle regole». Si torna alle osservazioni iniziali circa la norma ecclesiale: l’Evento risulta ricondotto in schemi comportamentali, consoni al sentire ‘conservatore’ come alla cd. prospettiva ‘progressista’.

Ebbene ogni documento o intervento di maggior rilievo di Francesco non manca di ripetere la radice della perdita di rilevanza di spessore sia personale che pubblico della fede, all’odierno ripresentarsi nella comunità del virus di matrice gnostica cui si accompagna, come di consueto, una visione di sapore pelagiano in rapporto all’esistenza del cristiano, alla sua declinazione operativa.

Resta in merito decisiva Placuit Deo, Lettera della Dottrina della fede (1 mar 2018) tesa ad affermare la fede, Cristo Evento salvifico segnato dalla storicità, il proprium della Rivelazione nella Sua pretesa di permanere integra tra gli uomini attraverso la Chiesa.

La religiosità per cui l’uomo perennemente tende a dare forma al Mistero – generando le variegate culture espressione della sua nativa tensione all’Oltre – resta nel tempo sfidata da Cristo, l’iniziativa del Destino che ha deciso di rivelarsi prendendo una forma umana. La presenza di Cristo resta perciò affidata alla testimonianza di chi viene oggi coinvolto con Lui: la fede nasce dall’Evento cristiano che si palesa nella forma di un incontro umanamente attrattivo.

Perciò il cristianesimo consiste (contenuto) e vive (metodo) come fatto, e solo dal tornare a viverlo come tale può superare il diffuso ridurre la fede ultimamente a questione etica o dottrinale.

L’Annuncio della Chiesa – l’inimmaginabile è accaduto – è Cristo che si pone nel tempo e continua a sfidare l’uomo tramite chi l’ha già riconosciuto presente. Si trasmette da persona a persona nei termini di un incontro che, grazie alla Chiesa manifesta evento portatore di una novità ontologica, generatore di quella ‘nuova creatura’ di cui il Vangelo.

Come in ogni temperie oggi il cristianesimo è affidato al proporsi la fede vissuta in grado di render l’esistenza terreno che attesta la Chiesa in grado di rinnovare le forme di vita dell’uomo.

E Francesco ha precisato che «se uno ha realmente fatto esperienza dell’amore di Dio che lo salva, non ha bisogno di molto tempo di preparazione per andare… di molte lezioni o lunghe istruzioni.

Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che siamo “discepoli-missionari”…. guardiamo ai primi discepoli, che immediatamente dopo aver conosciuto lo sguardo di Gesù, andavano a proclamarlo pieni di gioia (Evang. Gaudium n. 120).

Giorgio Zannoni è sacerdote, in Rimini. Docente alla Facoltà di Diritto canonico S. Pio X a Venezia è Giudice del Tribunale Ecclesiastico Flaminio. Sue pubblicazioni: Matrimonio ed antropologia nella Giurisprudenza Rotale (1995), Il matrimonio canonico nel crocevia tra Dogma e diritto (2002), Sposarsi é ragionevole (2007), Il Diritto canonico nell’ontologia della fede (2011), Evento coniugale e certezza morale del Giudice (2015), In uscita incontro all’amore, leggendo Amoris Laetitia (2017), Francesco e i dottori della legge (2021).

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