Professor Marini, Lei è autore del libro Francesco d’Assisi, il mercante del regno pubblicato per i tipi di Carocci: innanzitutto, perché questo titolo?
Francesco d’Assisi, il mercante del regno Alfonso MariniSi tratta di un doppio riferimento al mestiere di Francesco, figlio di mercante ma egli stesso mercante, essendosi convertito in età adulta, ed alla parabola evangelica (Mt. 13, 45-46)  del mercante che gira tutto il mondo in cerca di perle preziose, quando ne trova una di gran pregio vende tutto quello che ha per acquistarla. La perla indica simbolicamente il regno di Dio.

Quali sono le fonti su Francesco d’Assisi?
Sono troppo numerose per elencarle ed inoltre hanno anche approcci diversi alla figura ed al messaggio di Francesco. Ne è nata, dalla fine dell’Ottocento, la “questione francescana”, ad essa ed al problema delle fonti dedico l’introduzione del libro (È esistito Francesco d’Assisi? Introduzione sulle fonti e sul loro uso, pp. 9-16) e parte della Nota bibliografica (pp. 17-40). Diciamo che ci sono diverse biografie del Duecento (o agiografie), ma anche diverse testimonianze oculari, come le importanti lettere del prelato delle Fiandre Giacomo da Vitry, nonché la documentazione ufficiale della Curia Romana. Ma per avere la chiave di lettura di queste fonti sono fondamentali gli scritti di Francesco d’Assisi (tra cui due biglietti autografi), quelli che il sua primo storico moderno, Paul Sabatier, definì «la pietra di paragone» delle differenti testimonianze.

Cosa sappiamo sul giovane Francesco?
Abbiamo molti racconti delle diverse biografie, spesso interdipendenti, ma nessun riscontro di carattere documentario, salvo dati generali, come la guerra tra Perugia ed Assisi del 1202, alla quale Francesco avrebbe partecipato combattendo a cavallo, pur non essendo un aristocratico. Poiché i racconti si inseriscono bene nella storia e nella società dell’epoca, possiamo ritenerli attendibili; Francesco collabora col padre nel commercio e nella vendita di stoffe (il suo nome, scelto dal padre, significa francese), appartiene alla pars populi (o minores), con la quale combatte contro Perugia e i fuoriusciti assisani aristocratici (i boni homines), ma ha aspirazioni di nobilitazione, volendo diventare cavaliere. Manifesta i suoi sogni di grandezza anche primeggiando con le spese, il lusso e la stravaganza nella compagnia di giovani che frequenta. Sembra avesse un animo gentile anche verso i poveri, ma va ricordato che la cortesia era parte della cultura dell’epoca (si pensi alla poesia cortese).

Come matura la conversione di Francesco?
Le agiografie indicano vari momenti ed episodi di un percorso di riflessione, ma è chiarissimo il Testamento del santo: il momento di svolta è dato dall’incontro con i lebbrosi (al plurale). I lebbrosi procuravano a Francesco ribrezzo, ma andando in mezzo ad essi (lebbrosario), «ciò che mi era amaro mi fu mutato in dolcezza dell’animo e del corpo. Poi attesi un po’ ed uscii dal secolo», cioè fece una scelta religiosa di vita penitente, prima di arrivare allo scontro con il padre. Francesco non parla di questo, ma indica il secondo momento del suo cammino di conversione: l’arrivo di alcuni fratelli lo spinse a cercare una forma di vita, che fu direttamente quella indicata dal Vangelo. Quindi il primo momento non nasce direttamente dalla Scrittura, ma da un’esperienza emotiva e spirituale con gli ultimi della società.

Quali sono le vicende della Fraternità prima e dell’Ordine poi?
Francesco adoperò sempre il termine fraternità, anche quando i frati divennero numerosi e formarono di fatto un ordine religioso. Le vicende sono complesse e non si possono riassumere in breve. La fraternità dei primi tempi viveva davvero al margine, con i lebbrosi ed i poveri lavoratori giornalieri, lavorando prima di chiedere l’elemosina in caso di necessità. Compito di questa prima fraternità era anche la predicazione penitenziale per le strade, non in chiesa, perché i frati erano laici e non era consentita loro la predicazione dottrinale. Una fotografia del genere la dà Giacomo da Vitry in una lettera del 1216. Le vicende dell’ordine (chiamiamo così la fraternità allargata) sono legate al ruolo del cardinale legato Ugolino (Ugo) di Ostia, dal 1227 papa Gregorio IX, ed alla ricerca di una regola canonicamente precisa. Ciò provocò i primi scontri tra i frati.

Che rapporti ebbe Francesco con la gerarchia ecclesiastica e l’ortodossia cattolica?
Sull’ortodossia di Francesco non ci sono dubbi, così come sul suo rispetto per i sacerdoti e la gerarchia ecclesiastica, lo testimonia il suo Testamento. Bisogna contraddire Dario Fo, che parla di un Francesco para-eretico e di suoi rimproveri ai cardinali per la loro corruzione. Ciò non significa che con la gerarchia ecclesiastica non ci furono diversità di vedute, se non momenti di scontro. Fu papa Onorio III ad introdurre le prime norme di tipo tradizionale per i frati, a partire dall’anno di noviziato col divieto di lasciare l’Ordine nel 1220; Francesco rifiutò di assumere una regola tradizionale, come imposto dal IV concilio lateranense del 1215, e volle che i Frati Minori avessero una regola propria e nuova. Nel Testamento fa divieto ai frati di chiedere alla Curia Romana alcun privilegio.

L’incontro con il Sultano ha da sempre ottenuto particolare attenzione, specie in epoche come questa di strisciante scontro di civiltà: cosa c’è di vero e cosa di leggendario intorno a quest’episodio della vita del Santo?
Di vero c’è l’incontro, nel quale Malik al-Khamil (nipote del Saladino) si mostrò particolarmente accogliente, tollerante e cortese. Francesco andò a parlare con lui durante la V crociata, che si svolgeva in Egitto, passando le linee dell’esercito cristiano. Arrivava dunque come un nemico e fu una decisione rischiosa. Il suo intento era quello di predicare Cristo ai musulmani, incontrando primariamente il sultano, o almeno di avere uno scambio con lui e con essi. L’episodio si data al 1219 e già nel 1220 ancora Giacomo da Vitry, diventato arcivescovo di S. Giovanni d’Acri, lo racconta in una lettera. Nella quale il presule afferma che il sultano avrebbe chiesto a Francesco di pregare perché gli fosse rivelato quale religione «più piacesse a Dio». Può essere una notizia costruita, ma non si può definire leggendaria, se riportata a meno di un anno dall’episodio. Semmai è notizia che dà il via alla leggenda del sultano convertito segretamente al cristianesimo.

Quali sono le vicende degli ultimi anni del Santo di Assisi?
Si tratta di anni difficili, anche amari, nei quali Francesco cercò di mantenere i valori costitutivi della sua fraternità come leader carismatico, avendo rinunciato alla guida dell’Ordine nel 1220. Riuscì a fare approvare la regola dei Minori nel 1223, ma in seconda battuta, poiché quella presentata nel 1221 non venne approvata in Curia. Poi visse in disparte, anche a causa delle sue malattie che nel 1226 lo portarono alla morte a 44 anni, un’età non elevata nemmeno nel Medio Evo. Di fronte alle incomprensioni di non pochi dei nuovi frati, accentuò la comunicazione del suo messaggio al di fuori dell’Ordine, rivolgendosi a tutti i fedeli con lettere, la rappresentazione del Natale di Greccio nel 1223 (il cosiddetto presepe) ed il Cantico di frate Sole (o delle creature), scritto in volgare, mentre la maggior parte delle sue opere, anche i due biglietti autografi, sono in latino. Nei suoi ultimi anni di vita si colloca il misterioso episodio delle stimmate, su cui lo storico può dire ben poco, salvo constatare che le fonti ne parlano subito dopo la sua morte. Francesco le tenne sempre nascoste, ma per lui, in mezzo ai contrasti, significarono come una conferma divina.

Come maturò e si diffuse il culto di Francesco?
Maturò da subito, non soltanto per l’impatto che la sua figura aveva tra i fedeli, ma perché fu sostenuto da Gregorio IX, che si presentò come amico di Francesco, suo consigliere ed autentico interprete delle sue volontà. Gregorio canonizzò Francesco a soli due anni dalla morte (1228), commissionò la sua prima biografia al frate Tommaso da Celano (1229) e favorì la costruzione della grande basilica inferiore di Assisi, dove il corpo del santo fu solennemente traslato nel 1230. Pochi anni dopo intervenne anche per dichiarare l’autenticità delle stimmate di san Francesco. Anche la grande diffusione dell’Ordine per tutta Europa ed il favore che trovava tra i fedeli aiutò lo sviluppo del culto del santo.

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