Francesco BonannoProf. Francesco Bonanno, come definirebbe la Sua passione per i libri: bibliofilia, bibliomania, o come?
Immagino di poter raccontare un’esperienza comune a molti se descrivo la mia passione per i libri girando un po’ intorno al verbo patire. Dal verbo patire, che assumo nella sua accezione neutrale, viene il termine passione. Sarà che i libri io ho proprio l’impressione di patirli. Anzitutto perché mi sembra si presentino sempre sotto forma di dono. Poco importa se regalati o acquistati, se trovati per caso o ricercati a lungo: il dono infatti non è tanto l’oggetto quanto il suo contenuto. Con un libro ricevo un mondo diverso dal mio che arriva e si pone di fronte alla mia sensibilità e alla mia capacità di comprensione con la sua autonomia, carica di novità e di sorpresa. Un mondo che chiede, anche se in modo molto discreto, di essere ascoltato. E il dono è anche più grande se è vero che, al di là della loro autonomia, i libri portano con sé storie, idee, immagini e racconti che sono il frutto delle ragioni e della fantasia, dell’intelligenza e della creatività, della fatica e degli slanci, talvolta della sofferenza e delle speranze delle donne e degli uomini che li hanno scritti. I libri sono un incontro. Infatti patirli significa anche subirne l’effetto. Il dono ricevuto diventa appello ed esige il mio coinvolgimento, non più come ricettore passivo appunto, ma come cooperatore della costruzione del senso. L’esperienza della lettura così diventa dialogo, mi tira fuori da me stesso e non mi lascia mai uguale a come ero prima. Non ho dubbi, sono un vero patito.

Quando è nato il Suo amore per i libri?
Ho vissuto fin da bambino circondato da libri in una famiglia di persone molto attente e sensibili che leggevano tanto, che mi hanno regalato tanti libri e mi hanno insegnato a leggerli. Anche la scuola ha contribuito in modo determinante alla maturazione e al consolidamento del mio amore per la lettura. Come credo accada a tutti noi, restano importanti i ricordi vividi di piccoli gesti di lettura che forse hanno articolato questo percorso. Li immagino come soste lungo un sentiero, mi guardo indietro e vedo che in quei luoghi ho preso consapevolezza progressiva del mio cammino e ho scelto con maggior maturità il percorso. Un certo libro per anni poggiato accanto al letto fin da quando me lo regalarono all’età di sei anni, le letture ad alta voce con il mio nonno materno, maestro di scuola elementare, i rigorosissimi seminari di lettura integrale dei filosofi contemporanei e della letteratura francese al liceo, la pratica minuziosa dell’analisi filologica del testo biblico nelle sue lingue originali all’università. Sento di avere un immutato debito di gratitudine per tutto questo.

Lei insegna ebraico biblico, una lingua misteriosa e millenaria: in che modo la saggezza ebraica può esserci d’aiuto nei nostri giorni?
La Bibbia è come una grande scatola che raccoglie in sé testi di straordinaria eterogeneità per forme letterarie, periodi e luoghi di composizione, ambienti culturali ed idee. È un libro plurale, già nel nome (ta biblìa, i libri), allergico ad ogni tentativo di sclerotizzazione del senso. La sua lettura è un’esperienza molto più sorprendente di quanto si sia solitamente disposti ad immaginare. A tenere insieme i suoi contenuti, conferendole così una coerenza dinamica, credo siano essenzialmente due cose. La prima è la storia di cui il testo è traccia. La seconda è la possibilità della sua lettura infinita, cioè la capacità di generare una lettura sempre nuova e sensata ma non arbitraria. Lévinas ha scritto che il testo è teso sulle amplificazioni della lettura come le corde sulla cassa del violino. Credo che la saggezza della tradizione interpretativa ebraica possa dire qualcosa di profondo anche oggi quando, partendo dal Libro e al Libro ritornando, racconta la ricerca di un senso credibile dell’esperienza umana in una fraternità autenticamente pacificata.

I dati Istat evidenziano come oltre il 60% degli italiani non legga: quali a Suo avviso le cause e quali le possibili soluzioni?
Penso che la pratica della lettura rimanga oggi essenzialmente legata al contesto sociale e culturale di appartenenza e al grado di istruzione. Così lo sviluppo della sensibilità e dell’educazione alla lettura resta troppo spesso dipendente dalle condizioni ambientali in cui si cresce. Le comunità aggreganti che nel passato svolgevano un ruolo significativo nell’educazione al di fuori del perimetro dell’esperienza familiare e scolastica, si sono assottigliate al punto da diventare statisticamente poco rilevanti. In più, le carenze strutturali e la cronica inadeguatezza della scuola non farebbero ben sperare in una inversione di tendenza. Tuttavia forse è proprio dalla scuola che si potrebbe cominciare a cambiare un dato così sconfortante.

Può dare a chi non legge una ragione per farlo?
Penso che ci siano tantissime ragioni per leggere, e penso che leggendo ciascuno poi ne scopra tante di proprie, personali, intime. Forse direi proprio questo a chi non legge: fìdati! Leggi e scoprirai la tua buona ragione! Una tra queste ragioni mi sta molto a cuore, ed è  che la lettura è una esperienza generativa. Quando leggiamo nasce qualcosa di nuovo. L’incontro con il piccolo (o grande) universo inatteso contenuto nel libro ci fa venire idee nuove, oppure ce le fa cambiare, oppure conferma in modo più raffinato ciò che pensavamo. Ci permette di scoprire qualcosa che non conoscevamo, oppure di riscoprire in modo nuovo quello che già conoscevamo. Sollecita la nostra fantasia e ne amplia i paesaggi, oppure ristruttura il nostro immaginario simbolico. Ci mostra modi nuovi di vedere e comprendere le cose, il mondo, le persone e le loro storie, e ci dà parole sempre più adeguate per descrivere a noi stessi e agli altri il nostro mondo, la nostra storia e il suo senso.

È possibile educare alla lettura? Se sì, come?
Io credo che educare alla lettura non solo sia possibile, ma che sia sempre più necessario. L’educazione alla lettura è fatta di tanti differenti processi virtuosi che coinvolgono la famiglia, la scuola, la stampa, l’editoria. Un bambino abituato fin da piccolo a giocare con l’oggetto-libro attraverso adeguati stimoli sensoriali, e poi progressivamente accompagnato a scoprire insieme agli altri la lettura in modo creativo e divertente, sarà più sensibile al valore della lettura e più facilmente in grado, crescendo, di leggere in modo autonomo e consapevole. Anche guidata e accompagnata, la lettura non smette di essere un atto creativo, libero e liberante. A leggere bene si impara pian piano grazie ad un bel libro, ad un buon maestro, ad un impegno rigoroso.

La tecnologia fatta di tablet ed e-book reader insidia il libro cartaceo: quale futuro per i libri?
Non è semplice prevedere il futuro dei libri e moltissimo è stato detto, spesso in modo approfondito e autorevole, sugli scenari più o meno prevedibili che li riguarderebbero. Non amerei molto cimentarmi in un ulteriore pronostico, piuttosto condivido una considerazione da studioso di quel vecchio libro che è la Bibbia. Nella storia dell’umanità, il testo scritto ha più volte cambiato supporto, e certo non ci sfugge, con un sorriso teso tra il compiaciuto e il preoccupato, che il nostro tablet abbia nome e forma di uno dei suoi primi antenati. Molti fattori contribuirono a favorire la diffusione e poi l’affermazione di un materiale al posto di un altro, del papiro sulla cera, o della carta sulla pergamena, ma anche delle diverse forme, come quella del codice sul rotolo, ad esempio. Tuttavia alcune forme coesistettero per lunghi periodi, spesso, anche se non esclusivamente, in ragione delle diverse funzioni svolte. Nella tradizione ebraica, ad esempio, la Torah per la lettura sinagogale ha ancora oggi la forma del rotolo! Più che rassegnarsi ad un frettoloso requiem sul libro cartaceo, mi sembrerebbe di capire che ci troviamo in un’epoca in cui le straordinarie possibilità dell’elettronica stiano diversificando la fruizione dei testi. Queste potenzialità ampliano la circolazione dei contenuti ristrutturando la fruizione del sapere in modi impensabili poche decine di anni fa. Immagino che la sfida sia quella di governare questi cambiamenti in modo sapiente.

Quali provvedimenti andrebbero a Suo avviso adottati per favorire la diffusione dei libri e della lettura?
Interventi macroscopici sulla scuola e le biblioteche scolastiche, e altri che favoriscano l’acquisto e la fruizione dei libri per bambini e giovani, permetterebbero di contribuire al miglioramento complessivo della diffusione dei libri e della lettura. Insieme a questi, penso possa essere rilevante una rete di interventi capillari. Il nostro paese è ricchissimo di esperienze e strutture culturali diffuse sul territorio, e tantissime tra queste sono legate alla fruizione dei libri e alla promozione della lettura. Penso alle piccole biblioteche scolastiche o di quartiere, a quelle itineranti o a quelle tematiche legate ai musei, alle fondazioni o ai movimenti di promozione sociale nel mondo del terzo settore. La quasi totalità di queste esperienze sorgono e vivono soltanto grazie alle intuizioni e all’impegno (ça va sans dire quasi sempre volontario) di persone sensibili. Biblioteche, laboratori ed esperienze spesso costrette a fare fronte alla mancanza di risorse, alla disattenzione delle amministrazioni, agli ostacoli di una burocrazia miope. Valorizzare, potenziare e sostenere questi luoghi fraterni e accoglienti sarebbe il segno di una comunità civile che ha saputo fare tesoro della sua storia e del suo futuro.