“Frammenti e testimonianze” di Zenone di Elea, a cura di Lucia Palpacelli

Prof.ssa Lucia Palpacelli, Lei ha curato l’edizione integrale dei frammenti e delle testimonianze su Zenone di Elea, edita da Morcelliana Scholé, la prima disponibile in italiano: quale importanza riveste, nella storia del pensiero, il filosofo presocratico?
Frammenti e testimonianze di Zenone di Elea, Lucia PalpacelliPer rispondere a questa domanda bisogna innanzitutto essere consapevoli del fatto che sulla figura di Zenone di Elea pesa una “lotta teoretica” condotta su di lui e, vorrei dire, nonostante lui che ha portato a ricostruirne tradizionalmente un ritratto ambiguo e incerto, fatto di luci e ombre.

A partire dalle fonti, appare evidente, infatti, che l’opera filosofica di Zenone ebbe la forza di scandalizzare e di provocare e, per questo, ottenne il risultato di dividere chi incontrò quel pensiero: molti filosofi sentirono il suo influsso e sfruttarono i suoi argomenti, tra questi i sofisti, la scuola megarica e gli eristi del V-IV secolo a.C. fino ad arrivare agli Scettici di diverse epoche che lo hanno esaltato, ma anche fagocitato, strumentalizzando il suo contributo in direzione spesso opposta a quella dell’eleatismo o guadagnandogli il titolo riduttivo di erista.

Dal fronte opposto l’autorità di Platone è valsa a tenerlo connesso all’eleatismo, ma a prezzo di un’altra riduzione che lo ha “schiacciato” sulla figura del maestro: la scena iniziale del Parmenide – che fornisce una lettura eminentemente teoretica, non storica dell’eleatismo – riduce infatti la figura di Zenone a un semplice allievo che “soccorre” il maestro. Sulla stessa linea di Platone si muove Aristotele che sottopone gli argomenti zenoniani a una critica serrata, ma li tratta in maniera strumentale, giudicando in modo molto severo tali argomentazioni. Su un terzo fronte, la polemica radicale di Epicuro e dei suoi seguaci nei confronti di tutte le scuole ha facilmente liquidato Zenone ricorrendo all’etichetta di nichilista.

Sul tentativo di rileggere la statura storica di Zenone pesano, inoltre, due “fattori distorcenti”: il primo è la lettura dell’intera polemica zenoniana in chiave antipitagorica; connessa a questa interpretazione è poi la progressiva matematizzazione degli argomenti zenoniani che rischia di adombrare lo scopo reale dello sforzo dell’Eleate, da ricercare, a mio parere, in un orizzonte “metafisico” (precisando che si tratta ovviamente di una movenza che può essere definita come non consapevolmente metafisica) – in continuità con la linea di pensiero tracciata da Parmenide – non matematico.

A partire dunque da questo quadro contrastante, l’operazione che ho tentato di fare è stata quella di ripercorrere le testimonianze e i pochi frammenti che la tradizione ci ha tramandato di Zenone di Elea con l’intento di liberare questa figura dalle “incrostazioni” che secoli di battaglie teoretiche hanno posto sopra di lui e di ridisegnare, per quanto possibile, il volto di questo Eleate, con lo scopo di “misurare” il suo reale contributo alla storia del pensiero. L’identikit che ne risulta si potrebbe riassumere così: Zenone di Elea fu uno dei migliori allievi di Parmenide. Dalle numerose testimonianze che attestano la presenza nel suo pensiero dell’Uno, possiamo ipotizzare che egli intuì l’evoluzione interna dell’eleatismo, facendosi araldo di quella dottrina dell’Uno che sarebbe diventata – grazie a Melisso e anche per l’influenza dell’operazione teoretica svolta da Platone nel Parmenide – l’insegna di tutta la scuola eleatica. Infine, egli, a differenza di Parmenide e Melisso, che fanno un discorso positivo intorno all’Essere e ai suoi attributi, conduce un’argomentazione volta a criticare gli oppositori e, nel fare questo, “inventa” la dialettica, quello che può essere definito il suo più grande contributo alla storia del pensiero.

In quale contesto storico e filosofico si è sviluppata la sua riflessione?
Il pensiero filosofico di Zenone trova il suo luogo storico e naturale in quella che Platone nel Sofista definisce, con una felice espressione, la “famiglia (éthnos) eleatica”, caratterizzata come un indirizzo filosofico che riduce tutto a unità. Ecco perché l’interpretazione dell’Eleate passa necessariamente attraverso la determinazione del significato e del peso che ebbe su di lui il rapporto con Parmenide e con il suo pensiero.

In particolare, Zenone risulta essere un tipico rappresentante della seconda generazione dell’eleatismo: dialettico e anche filosofo dell’Uno. Si può quindi affermare che il suo pensiero si pone tra Parmenide e Melisso, mediatore tra i due e “traghettatore” dell’Eleatismo dal tema dell’Essere al tema dell’Uno. In questo senso, «Zenone è… l’interprete originale di Parmenide, in quanto ne conferma la dottrina seguendo la nuova via della “dialettica”… La speculazione di Zenone si può definire come un geniale nuovo filosofare sul tronco di una salda e grandiosa filosofia» (M. Untersteiner, Zenone. Testimonianze e frammenti, introduzione, traduzione e commento a cura di M. Untersteiner, La Nuova Italia, Firenze 1963; ristampato in Eleati. Parmenide-Zenone-Melisso. Testimonianze e frammenti, Bompiani, Milano 2011, p. 437).

Quali vicende segnano la vita e la formazione filosofica dell’Eleate?
Rispetto alla collocazione cronologica di Zenone di Elea, sulla base delle fonti, si può soltanto dire che nacque agli inizi del V secolo. Le vicende che segnano la sua vita e delle quali si ha notizia sono: il viaggio e la sua presenza ad Atene; l’impegno politico e la morte avvenuta per mano di un tiranno.

Rispetto al fatto biografico del viaggio ad Atene abbiamo una prima tradizione che risale al Parmenide di Platone; la seconda si oppone invece a questa e cerca di mostrarne, in vari modi, l’inaffidabilità. Oltre alla notizia platonica, però, esistono altre testimonianze a supporto della tradizione che vuole che Zenone sia effettivamente stato ad Atene e che vi sia rimasto per un certo tempo, anche se è certamente da escludere un suo incontro con Socrate: vanno in questo senso per esempio alcuni passi plutarchei che testimoniano i rapporti tra Zenone e Pericle e che ci costringono a pensare a un impegno politico di Zenone, ampiamente testimoniato dalle notizie sulla sua vita. Molte testimonianze, infine, narrano la disavventura politica di Zenone: il filosofo fece parte di una congiura per abbattere un tiranno e, in questa circostanza, trovò la morte. Diogene Laerzio propone la versione più accreditata e restituisce quasi tutti gli elementi della tradizione. Al di là di questa drammatica vicenda, di Zenone si testimonia l’attività politica, anche se, con la quasi totalità degli studiosi, si deve riconoscere che, data la varietà delle testimonianze, la vicenda politica è sostanzialmente irricostruibile.

Quali sono le opere principali del filosofo greco?
Il primo problema che si pone rispetto all’opera di Zenone riguarda il numero dei suoi libri. Secondo lo Zeller la tradizione conosce una sola opera di Zenone. Questo è certamente vero sulla base dei passi del Parmenide e per tutta la tradizione che da questo dipende: Platone parla, infatti, di un’opera giovanile scritta da Zenone. A questa tradizione si oppone però il “caso” della testimonianza di Simplicio, del tutto particolare nella tradizione delle testimonianze che dipendono da Aristotele: egli mostra, infatti, di avere conoscenze dirette sugli argomenti contro la molteplicità, mentre non ha informazioni riguardo agli argomenti sul moto, per i quali si basa prevalentemente su Aristotele e su qualche fonte di scuola. Si potrebbe ipotizzare che avesse avuto a disposizione “il libro” solo per un certo periodo e che non lo avesse più quando scrisse del moto, ma, dato che esprime dubbi anche sul numero degli argomenti sul moto, si può con buona probabilità concludere che Simplicio non conobbe mai un libro di Zenone che contenesse aporie sul moto. Se si ammette questo, bisogna però anche ammettere l’esistenza di più opere.

Anche intorno alla tradizione che riguarda l’opera o le opere di Zenone, pesa dunque l’ombra lunga della testimonianza del Parmenide platonico:

  1. Platone e le testimonianze che da lui dipendono attestano un’unica opera di Zenone.
  2. Simplicio sembra andare in direzione contraria rispetto alla tradizione dell’unicità dell’opera e si allinea a numerosi passi che alludono o fanno esplicito riferimento a più opere di Zenone.

Per quanto riguarda i titoli delle opere, una testimonianza tratta dalla Suda (t. 49 del mio volume = DK29A2) elenca quattro titoli di opere zenoniane: Contese, Esegesi delle opere di Empedocle, Contro i filosofi, Sulla natura, che vengono comunemente rigettati da gran parte degli studiosi e sono molto discussi. Da un’analisi attenta di tutte le testimonianze, però, non sembra ci siano validi motivi per supporre che questi titoli siano false attribuzioni, anche se certamente è necessaria molta cautela nell’accettare i titoli proposti dai dossografi e dagli storici antichi.

Come si articola il pensiero filosofico di Zenone?
Il pensiero filosofico di Zenone si articola e si sviluppa a partire dall’eredità parmenidea anche se, contrariamente a quanto attesta la scena iniziale del Parmenide, non è storicamente corretto ritenere che il pensiero zenoniano si “riduca” essenzialmente a un soccorso del pensiero parmenideo.

Zenone prende le mosse dall’orizzonte “metafisico” parmenideo e articola il suo pensiero principalmente rispetto alla doxa e all’Uno, trovando una dimensione del tutto originale su un punto qualificante qual è la “scoperta” della dialettica.

Proprio nell’accentuazione del problema dell’Uno si delinea un distacco di Zenone dal maestro: infatti, ammesso che Parmenide attribuisca all’Essere tale caratteristica, non vi si sofferma e sicuramente non la fonda a livello teorico. L’ammissione dell’Uno non comporta, però, per Zenone un totale abbandono della doxa. Tuttavia, nella visione dell’Eleate, il mondo della doxa, il mondo che si offre ai nostri sensi è un mondo ricco di contraddizioni (come evidenziano i suoi argomenti), del quale si può cercare una lettura, ma in un ambito chiaramente depotenziato. Zenone sembra infatti cogliere la complessità del reale, o meglio, egli scopre la contraddittorietà della realtà fenomenologica e il superamento che suggerisce, sul piano metafisico, porta all’unità dell’Essere: la verità si coglie in ciò che è uno e rifiuta il movimento; il resto è doxa che, se letta con un paradigma razionale – qual è quello dei paradossi – si mostra irrimediabilmente contraddittoria.

A Zenone si deve l’ “invenzione” della dialettica: qual è il senso degli argomenti di Zenone?
La dialettica è effettivamente la grande “invenzione” e il vero elemento di originalità del pensiero zenoniano: è infatti dalla contraddizione del mondo del divenire, dalla sua natura apparente, che si deduce per lui la necessità dell’Uno.

La sua dialettica procede infatti dalla negazione di una possibilità all’affermazione della possibilità opposta, ma il momento distruttivo prelude ed è funzionale a un momento costruttivo che purtroppo ci è impossibile ricostruire, ma che possiamo soltanto tratteggiare in senso molto generico, pensando alla prospettiva metafisica dell’Essere-Uno. La dialettica zenoniana non è quindi un metodo teso a scoprire e ad affermare semplicemente la negazione, ma è volto a scoprirla per negarla e affrontare il suo contrario: Zenone è infatti consapevole del fatto che il mondo sensibile risulta strutturalmente contraddittorio e non regge alla verifica della ragione, per cui è necessario ridefinirlo in un orizzonte totalmente diverso. Potremmo dire, quindi, che l’Eleate scopre la contraddittorietà della realtà fenomenologica: essa ci appare in alcuni suoi concetti cardine intrinsecamente aporetica e con questo deve fare i conti chi vuole tentare di salvare i fenomeni. Questo è il pesante lascito di Zenone a tutta la filosofia seguente.

È allora proprio entro il quadro tratteggiato da questo tipo di dialettica che si può tentare di rileggere gli argomenti zenoniani: egli punta a mostrare le contraddizioni della realtà, l’orizzonte ingannevole della doxa, perché solo a partire da questo momento distruttivo si può pensare di fondare un orizzonte metafisico di verità nella prospettiva eleatica dell’Essere e, molto probabilmente, nel suo pensiero anche dell’Uno. La verità si coglie in ciò che è uno e non accoglie movimento; il resto è doxa che, se letta con un paradigma razionale – qual è quello dei paradossi – si mostra irrimediabilmente contraddittoria e, per ciò stesso, incapace di verità.

In questo quadro, dunque, l’intento dei paradossi zenoniani risulta eminentemente metafisico e solo in alcune occasioni assume un aspetto matematizzabile. Proprio quest’ultimo aspetto ha finito, però, per attirare l’attenzione dei critici, soprattutto moderni, generando un effetto distorcente: la tendenza più comune, infatti, attualmente è quella di leggere l’intera opera di Zenone in chiave matematica e di risolverla solo in quest’ambito.

Che ruolo svolge l’Uno nel pensiero zenoniano?
Il dato che si guadagna in prima battuta, considerando le testimonianze intorno a questo tema, è che l’Uno aveva nel pensiero zenoniano una centralità che non è presente nell’elaborazione parmenidea. Tuttavia, da un lato la lente distorcente e riduttiva della ricostruzione platonica del Parmenide ha contribuito ad attribuire al maestro una tesi, quella dell’Uno, ascrivibile al discepolo, dall’altra l’ambiguità stessa del termine “uno” ha portato i commentatori a pensare che Zenone sia stato un negatore dell’Uno inteso in senso assoluto. Come rileva Simplicio, infatti – preoccupato di non far apparire Zenone come negatore dell’Uno, così come lo tratteggiano alcune testimonianze (soprattutto di Eudemo, Alessandro di Afrodisia) – l’Uno può essere inteso:

  1. in senso relativo, a significare “ciascuno dei molti” che costituiscono la molteplicità (quello che con terminologia posteriore già presente nel ripensamento platonico dell’eleatismo potremmo chiamare l’Uno-parte);
  2. in senso assoluto: l’Uno-tutto; in questo senso, però, se Zenone lo attaccasse, contraddirebbe Parmenide e distruggerebbe l’eleatismo stesso.

L’approfondita analisi di Simplicio – che ricostruisco e ripercorro nel volume – mostra che in ambiente aristotelico è diffusa l’opinione che Zenone abbia attaccato, con la sua aporetica, l’Uno; questa opinione nasce, però, da un’errata lettura degli argomenti zenoniani e da interpretazioni teoretiche. A suo parere, invece, Zenone è esplicitamente sostenitore dell’unità dell’Essere e della corrispondenza tra Uno ed Essere: egli testimonia che nel pensiero zenoniano l’Essere non è opposto all’Uno, ma è, coesistente, coessenziale a questo. Seguendo la strada tracciata dal commentatore aristotelico, quindi, si può concludere che Zenone fu filosofo dell’Uno: egli scrisse, infatti, molti argomenti per sostenere e difendere questo attributo e nessuno di questi appare immediatamente utilizzabile contro l’Uno. Simplicio ci mostra quindi, pur tra tanti dubbi e tante discussioni, che in Zenone il problema dell’Uno aveva una propria centralità e che proprio su questo egli incentrò la sua polemica. È addirittura possibile, inoltre, ricostruire, attraverso alcune testimonianze di Temistio e Porfirio, un argomento finalizzato a sostenere l’Uno e quindi, su questa base, è possibile pensare che Zenone abbia elaborato una propria fondazione dell’Uno diversa da quella di Melisso. Non si possono fare affermazioni certe su che cosa il sostenere l’Uno comportò nel pensiero di Zenone, perché non sappiamo nulla delle determinazioni positive della filosofia zenoniana. Dato che egli fu sostenitore anche di una doxa, è presumibile che la sottolineatura dell’Uno comporti un’autentica frattura tra i due mondi, visti l’uno come il regno dell’Uno e l’altro come il regno dei molti, cioè dell’apparenza. Questo sembra, in un certo senso, confermato dalla spregiudicatezza con la quale egli conduce le sue aporie.

Qual è stata la ricezione del pensiero zenoniano?
Nel pensiero antico, l’eredità del pensiero zenoniano, come si è accennato, è stata raccolta e riutilizzata dai sofisti, dagli eristi e dagli scettici. Egli si pone alla confluenza di strade che portano, attraverso i Megarici e i Sofisti, a Platone e ad Aristotele, ma anche oltre, a Senocrate e ai Pirroniani. L’interesse critico e filosofico per Zenone rinasce poi in età contemporanea proprio intorno ai paradossi, riletti soprattutto in chiave logico-matematica. Questa movenza esegetica, tuttavia, porta Zenone su un terreno improprio, dal punto di vista storico filosofico, che non rispetta e non risponde alle finalità stesse del suo pensiero e della sua provocazione, anche se è innegabile che la dialettica di Zenone abbia contribuito in modo molto potente agli approfondimenti sui concetti di spazio, di tempo, di continuo… che, a partire dalle sue aporie, hanno trovato ampi sviluppi in seguito.

Lucia Palpacelli è docente di Storia della Filosofia Antica all’Università di Macerata. Tra i suoi scritti ricordiamo: L’Eutidemo di Platone. Una commedia straordinariamente seria (Vita e Pensiero, 2009); Aristotele interprete di Platone. L’anima e il cosmo (Morcelliana, 2013). È tra gli autori di Filosofia antica. Una prospettiva multifocale, a cura di M. Migliori-A. Fermani (Scholé, 2020). È autrice di vari articoli sulla fisica aristotelica su riviste italiane e straniere.

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