“Fondata sul lavoro. Utopia e realtà della Costituzione italiana” di Antonio Martino

Dott. Antonio Martino, Lei è autore del libro Fondata sul lavoro. Utopia e realtà della Costituzione italiana edito da Rogas: in quale contesto si sono svolti i lavori dell’Assemblea Costituente italiana?
Fondata sul lavoro. Utopia e realtà della Costituzione italiana, Antonio MartinoI lavori dell’Assemblea costituente si sono svolti in un intorno di tempo relativamente breve, dal giugno 1946 al gennaio 1948, ma decisivo sotto molti punti di vista. Sul piano internazionale, la cornice entro cui si muove la comunità internazionale è quella degli accordi di Yalta: il mondo dev’essere diviso in due sfere d’influenza, indipendentemente dai desideri dei popoli oggetto della spartizione dei vincitori dell’immane conflitto mondiale. Da un lato il blocco occidentale, guidato dagli Stati Uniti e con una forte presenza nel bacino mediterraneo del Regno Unito; dall’altro, l’Unione Sovietica e i paesi dell’Europa orientale “liberati” dall’Armata Rossa nella sua corsa verso Berlino. L’Italia, paese vinto e militarmente occupato, si trova nella sfera d’influenza anglo-americana. Questo è il punto di partenza da cui si sviluppa la storia d’Italia dopo la Seconda guerra mondiale: una condizione di sudditanza che non può essere cancellata, nonostante i nobili intenti della Resistenza antifascista e la vittoriosa insurrezione dell’aprile 1945. Sul piano interno, l’unità delle forze antifasciste- unite nel Comitato di Liberazione Nazionale durante la lotta di liberazione- pare in una prima fase resistere alle tensioni dell’immediato dopoguerra. I tre partiti principali, DC, PSIUP e PCI, sono realtà di massa e tutte esprimono esigenze di rottura con il vecchio ordine, di cui il fascismo era stata l’ultima e più grave maschera. La battaglia sulla forma istituzionale dello Stato, che non a caso coincide con le elezioni dell’Assemblea Costituente, segna la prima cesura: la fine della monarchia rappresenta una netta vittoria delle classi subalterne sui coaguli reazionari raccolti attorno ai Savoia, responsabili del disastro nazionale e di una gestione autoritaria dell’intera esperienza unitaria dal 1861. Dalle urne, insieme alla Repubblica, si forma il primo organo veramente rappresentativo della realtà italiana, premiato da un altissimo tasso di partecipazione al voto. La DC raccoglie la maggioranza dei suffragi, seguita dal partito socialista che- ancora in quella fase- vince la sfida del primato tra le forze marxiste distanziando il PCI di quasi mezzo milione di voti. Sono queste le vere anime della Costituente: la tanto decantata presenza liberale si riduce a 33 deputati, con personalità di sicuro prestigio come Croce, Nitti, Orlando, Einaudi, ormai sorpassate dai tempi e dalla Storia.

La Costituente avvia i suoi lavori dentro un contesto di unità nazionale- i socialisti e i comunisti sono al governo guidato da De Gasperi, al punto che Pietro Nenni è ministro della Costituente e Palmiro Togliatti guardasigilli- mentre le potenze vincitrici sono ancora impegnate nelle trattative di pace. Sfruttando una combinazione di fattori favorevole, perciò, la prima fase del dibattito si svolge in un clima di generale concordia. Tutto cambia all’alba del 1947: la cortina di ferro preconizzata da Churchill è realtà. Il blocco capitalistico reagisce decidendo l’espulsione delle forze marxiste dall’area di governo in tutti i paesi “liberi”. In Italia, la strategia si realizza in più momenti: la scissione socialista di Saragat, che indebolisce a morte la forza protagonista del PSI, prepara la strada al viaggio di De Gasperi negli USA e all’estromissione dei ministri social-comunisti dall’esecutivo. A Portella della Ginestra il primo maggio Giuliano e i suoi sodali inaugurano la triste scia di stragi della storia repubblicana, sparando su inermi lavoratori convenuti in quel luogo a festeggiare la loro festa. Il 13 dello stesso mese il leader dc rassegna le dimissioni, per formare un nuovo governo contraddistinto dalla presenza egemonica di Einaudi, governatore della banca d’Italia e campione del liberismo più antiquato e reazionario. È il trionfo del “quarto partito”: le forze padronali, il capitalismo italiano nella sua accezione più vasta e completa, battono il primo e più importante colpo dalla fine della guerra, riconquistando il terreno perduto con la sconfitta del fascismo. La “linea Einaudi” farà scuola e sarà riproposta in ogni circostanza di “emergenza”, dall’austerità degli anni Settanta fino a Monti e Draghi: deflazione interna, aumento della disoccupazione, caduta degli investimenti, blocco del credito bancario. Le sinistre subiscono inermi, preoccupate di mantenere almeno in Costituente quel tanto di realizzato insieme alle forze progressive della DC che, come si evince dai numeri di Cronache Sociali– non condivideranno mai la svolta reazionaria e padronale del loro partito. Raccolti attorno al carisma di Giuseppe Dossetti, il gruppo formato da Aldo Moro, Amintore Fanfani, Giorgio La Pira, si contraddistingue per modernità di vedute e apertura intellettuale alle nuove correnti di politica economica, esattamente opposte al liberismo ottocentesco egemone in Italia. Il nucleo vitale del contributo democristiano alla Costituzione è negli interventi dei “professorini”: non a caso, l’art. 1 è opera di Fanfani.

Il dibattito dell’Aula sul progetto, iniziato nel marzo, si trascina così fino al 20 dicembre, recependo notevolmente il mutamento del clima politico. Quando il 27 dicembre De Nicola firma il testo definitivo, i partiti e le classi sono ormai assai lontane dall’unità antifascista dell’estate 1946: le elezioni del 18 aprile 1948 lo dimostreranno ampiamente.

Quali sono state le principali linee di discussione, i nodi della polemica e gli obiettivi delle forze politiche al suo interno?
Voglio andare dritto al punto. Il nucleo centrale dei lavori della Costituente attiene al problema del Potere. L’esperienza storica dello stato unitario era stata, oggettivamente, la storia di una oligarchia: solo tra il 1913- concessione del suffragio universale maschile- e il 1919- legge proporzionale- l’élite liberale si era faticosamente avviata sulla strada di una democrazia formale. Sappiamo bene come questo tentativo, incerto e traballante, sia stato cancellato dalle classi dominanti con l’opzione fascista e l’instaurazione della dittatura. La dialettica costituente- formata dall’elaborazione di due anime, quella cristiano-sociale e quella marxista- si svolge analizzando criticamente il passato, conscia che il vero piano del Potere è quello materiale. Non bastano le belle frasi e la retorica dei “sacri principi”: occorre che nella realtà, nella prassi quotidiana, il cittadino- in quanto uomo inserito in una società- possa essere in grado di sviluppare la sua personalità partecipando, inserendosi nella miriade di processi che lo riguardano, divenendo soggetto e non oggetto. Pertanto, come afferma l’art. 3, è necessario rimuovere tutti “gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Ecco che al problema politico si lega, indissolubilmente, quello economico: all’ipocrisia liberale dell’eguaglianza formale si sostituisce la concreta potenza dell’eguaglianza sostanziale. Se lo Stato vuole essere democratico, deve garantire a tutti il diritto di partecipazione, rimuovendo le barriere di classe che condannano gli oppressi e gli sfruttati a essere schiavi, lavoro-merce nel meccanismo capitalista. Come? Fondando la propria ragion d’essere sul diritto al lavoro: la disoccupazione è l’antitesi della democrazia costituzionalmente intesa. Solo la piena occupazione garantisce le condizioni per lo sviluppo e dell’individuo e della società. Ecco perché l’art. 1 afferma solennemente il legame inscindibile tra lavoro, Repubblica e sovranità popolare.

Nel libro ho tentato di dimostrare il disegno unitario della Carta, che esprime un tipo ben preciso di Stato e di politica economica, un keynesismo applicato alla realtà italiana, fondato sulla presenza essenziale dello Stato nel processo produttivo, indirizzato al sostegno dell’occupazione e allo sviluppo del settore privato attraverso un piano organico di progresso. In questo senso mi preme ricordare come Federico Caffè indicasse non a caso nei lavori della Commissione Economica della Costituente il programma migliore per una politica economica a difesa dei lavoratori. Giova poi ricordare come la realizzazione dei postulati dell’economia keynesiana determini l’eutanasia del rentier, ossia la fine della rendita e, in senso più largo, la distruzione politica del capitale produttivo d’interesse: la libertà della piena occupazione significa la cancellazione della speculazione finanziaria.

La centralità dell’uomo, il pluralismo della vita sociale e delle istituzioni, la consapevolezza che lo Stato non può mai omettere dalla sua azione il rispetto della dignità umana e della vita stessa dei suoi membri, sono i temi che conseguono dal dibattito fondamentalissimo sviluppatosi attorno ai temi degli articoli 1 e 3, vere fondamenta di tutto l’impianto costituzionale.

Quale dibattito, in particolare, ha animato l’elaborazione degli articoli relativi ai temi sociali ed economici?
Il dibattito, in senso tecnico, ha riguardato la concreta realizzazione dei postulati fondamentalissimi degli artt. 1, 3 e 4. Le forze conservatrici, in sostanza, si lamentavano di assistere alla realizzazione di un “libro dei sogni”. Nelle parole di Nitti, di Orlando, di Einaudi è possibile rintracciare lo scetticismo di chi era rimasto al liberalismo ottocentesco. È quasi impressionante notare come, di fronte alle accorate analisi di Fanfani, ispirate al più avanzato dibattito economico e aperto alle novità keynesiane, i vecchi sacerdoti dell’ortodossia liberale non capiscano e non vogliano capire come sia possibile realizzare in Italia la piena occupazione, lo sviluppo economico, l’industrializzazione del Paese.

L’ottusità, mista a malafede, di simili posizioni è sintetizzata nell’audizione del ragioniere generale dello Stato alla commissione economica, il quale riteneva doveroso “scendere dal livello di civiltà” precedente alla guerra- di certo assai miserevole- riducendo ancora le spese per l’istruzione, l’assistenza sociale. Einaudi, dopo la svolta del 1947, rappresenta al meglio questa linea, minoritaria in Assemblea ma dominante nel padronato. Oltre all’ortodossia conformistica, v’è in fondo la consapevolezza di voler difendere un dato assetto di classe. Il liberismo economico, in questo senso, serve da cortina ideologica dietro cui celare la più gretta acrimonia verso il movimento operaio e, in generale, le classi popolari. Del resto, gli attori principali del capitalismo italiano sono gli stessi che, vent’anni prima, avevano avallato il fascismo per evitare qualsiasi concessione alle classi lavoratrici. Le forze progressive presenti in Costituente e ampiamente rappresentative delle masse subalterne si trovano così in un sentiero pericoloso: forzare la mano significa la guerra civile e l’instaurazione di un nuovo regime autoritario. L’equilibrio del dibattito va ricondotto anche allo stato di forze del Paese e alle condizioni internazionali. In sintesi, la Costituente rappresenta un grandioso affresco della lotta di classe in Italia, punto d’arrivo di una lunga tradizione rivoluzionaria. Tra i deputati di sinistra, gli anni di galera e di condanna non si contavano nemmeno. Un dato pittoresco, ma assai significativo di quello che era stato l’atteggiamento dello stato nei confronti dei lavoratori e delle organizzazioni del movimento operaio.

Quali vicende hanno segnato la successiva attuazione del disposto costituzionale?
Possiamo schematicamente individuare due grandi periodi della storia repubblicana. Il primo, dal 1948 fino al 1978, di avvicinamento della realtà sociale e istituzionale italiana alla Costituzione. Il secondo, dal 1978 ad oggi di progressiva cancellazione delle conquiste costituzionali, fino alla sostanziale eliminazione dell’articolato dalla vita materiale del Paese. Subito dopo la promulgazione, i fattori internazionali della guerra fredda “congelano” l’attuazione del mandato costituzionale: il centrismo è la fase politica conseguente. Le stesse forze operaie vivono un momento di grigiore, appesantite dal clima oppressivo dello stalinismo. Con la mancata approvazione della “legge truffa” – la proporzionale è una delle fondamenta dell’edificio costituzionale- si apre una nuova stagione, contraddistinta dall’ascesa di Amintore Fanfani, dalla presidenza Gronchi e dalla preparazione del centrosinistra, favorita dalla congiuntura del boom economico. Tra il 1960 e il 1964 pare aprirsi un’epoca nuova, con il PSI al governo e la DC in mano a Fanfani e Aldo Moro. Mi piace ricordare la nazionalizzazione dell’industria elettrica, l’unificazione della scuola media, l’avvio degli aumenti salariali e delle leggi pensionistiche: provvedimenti che tentano di accompagnare il tumultuoso sviluppo economico, razionalizzandolo e tagliando gli artigli alla speculazione privata. Non a caso, sul nodo della speculazione edilizia- il dimenticato ministro Sullo ci rimise la carriera- le forze reazionarie intentano una crisi politica ed economica di notevole ampiezza, destinata a un esito autoritario secondo le ricostruzioni più recenti. Il famoso “tintinnar di sciabole”, culminato con l’ictus del presidente Segni e la crisi del centrosinistra rappresenta un momento decisivo: i partiti devono “capire” che certi poteri non vogliono né possono subire oltre.

Ciononostante, il movimento operaio “supera” i partiti e guadagna al Paese margini crescenti di diritti: le mobilitazioni dell’Autunno caldo sono a un tempo prodotto e causa del centrosinistra. Lo Statuto dei lavoratori è il simbolo di quella fase: la strage di Piazza Fontana, un’altra e di segno opposto. Gli anni Settanta vedono, nel disordine della violenza e della destabilizzazione, passi significativi: l’indicizzazione dei salari e la realizzazione del Servizio sanitario nazionale sono probabilmente le conquiste più importanti di un decennio complesso, in cui l’architettura istituzionale della politica economica viene sottomessa alle esigenze imperative della Costituzione. Durerà poco, purtroppo. L’omicidio di Aldo Moro, denso di misteri e legato a dinamiche internazionali ancora non chiarite, rappresenta la cesura decisiva: nel dicembre del 1978 l’Italia entra nel sistema monetario europeo. Nel 1981, con una semplice lettera, il governatore della banca d’Italia rivoluziona il meccanismo di finanziamento della spesa pubblica sottraendolo al controllo democratico delle istituzioni. Gli anni Ottanta segnano la vittoria ideologica del monetarismo e dell’economia liberale, antitetica alla Costituzione, mentre la classe politica vive un’oggettiva crisi qualitativa, incapace di cogliere i segni della propria fine. Il 1992, apertosi con la firma del trattato di Maastricht e segnato dalle stragi di mafia e dall’avvio della dubbia stagione di Tangentopoli, consegna alla Storia il modello dell’economia a partecipazione statale, condannata da provvedimenti criminali alla privatizzazione (elegante sinonimo di svendita ai potentati privati nazionali ed esteri). Da allora, l’Italia subisce un declino irreversibile: il ripudio della costituzione e delle sue istituzioni economiche è stato esiziale.

In che modo il rapporto tra realizzazione e stasi dell’edificio repubblicano rappresenta un fenomeno riassuntivo della complessa dinamica della lotta di classe nel nostro Paese?
La lotta di classe, nel suo significato più profondo, significa lotta per la riappropriazione della propria dignità di uomo, libero e autonomo, dentro una società libera in grado di garantire a tutti il massimo sviluppo delle proprie capacità. Nel caso italiano, la Costituzione rappresenta un punto di importanza cruciale nel conflitto sociale, poiché sancisce con la forza del diritto il compito imperativo della Repubblica a superare lo stato di cose presenti: un ponte verso un avvenire più giusto e più umano, la cui realizzazione qualifica in modo decisivo l’azione dello Stato. Solo in Italia è stato possibile scolpire in Costituzione una norma rivoluzionaria come l’art. 3, concepita da Lelio Basso come elemento eternamente polemico verso la realtà, motore di una dialettica di liberazione. Se intendiamo l’azione istituzionale in questo senso, possiamo capire come la costruzione- faticosa, lenta e sicuramente perfettibile- dello Stato sociale dal 1948 al 1978 abbia rappresentato una possibilità di miglioramento delle condizioni di vita delle classi subalterne e- il dato è inseparabile- di aumento della quantità e della qualità di potere detenuto dalle masse verso le istituzioni. Di converso, la strategia conservatrice- divenuta poi apertamente reazionaria- delle classi dominanti italiane è consistita nel rallentare, depotenziare, sabotare ogni riforma in grado di mettere in discussione lo status quo: nei casi estremi, usare il terrorismo e la violenza stragista per chiudere in maniera infame il discorso. La miopia- e la portata criminale- di un tal disegno si commenta da sola.

Scegliendo una via più sostenibile e meno muscolare, i più intelligenti e più avanzati settori del potere capitalistico in Italia hanno scelto la strategia “sovranazionale” per legare- sotto tonnellate di retorica a buon mercato- il paese a potenze straniere e concorrenti, barattando lo sviluppo economico per il mantenimento di squallide rendite parassitarie. Il processo di egemonia europeistica si spiega su questo piano, magistralmente spiegato da Guido Carli nelle sue compiaciute memorie di tecnocrate vittorioso: senza il “vincolo esterno”, l’Italia sarebbe andata “altrove”. Quello che per Carli era un timore da scongiurare a ogni costo- in barba a ogni processo democratico- per le classi subalterne significava miglioramento del tenore di vita, emancipazione progressiva dallo sfruttamento capitalistico, maggiore e migliore qualità della vita. Lascio al lettore un giudizio su chi abbia avuto ragione a posteriori.

Di quale processo è responsabile, nei confronti del mandato costituzionale, la normativa europea e cosa afferma a riguardo il trilemma introdotto da Dani Rodrik?
Rispondo dalla fine. Per Rodrik, nell’economia mondiale non è possibile la presenza contemporanea di democrazia, globalizzazione e sovranità nazionale: uno dei tre elementi deve scomparire per garantire la compresenza degli altri due. In realtà, io credo che se aggiungessimo a democrazia l’aggettivo sostanziale, così come comanda la nostra Costituzione, arriveremmo alla esatta descrizione del nostro presente: con la globalizzazione non è possibile avere né democrazia sostanziale né sovranità nazionale. La riduzione dello Stato a guardiano notturno, in nome di un liberismo d’accatto volgare e vergognoso, ha cancellato ogni diaframma tra il mercato globale e l’individuo: non ci vuole certo Marx per capire che i rapporti di forza siano sbilanciati in maniera esiziale. Lo stato nazionale, al netto di ogni equivoco creato ad arte da certi parolai a buon mercato, rappresenta la dimensione ideale per la realizzazione di un welfare state in grado di garantire l’effettività dei diritti democratici. L’unione europea è l’esatta negazione di tutto questo, perché è stata scientificamente costruita per cancellare progressivamente ed inesorabilmente le conquiste sociali e l’idea stessa di stato del benessere. In un articolo-manifesto del 2003, Tommaso Padoa-Schioppa poteva permettersi dalle pagine del Corriere di invocare riforme strutturali al fine di “attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere”. Questo, e nient’altro, rappresenta l’unione europea. Tutta la normativa europea, dai trattati fino alle raccomandazioni di dettaglio, ha origine dalla rielaborazione dell’economia sociale di mercato, ove il lemma “sociale” non significa esattamente nulla, mentre i suoi effetti conducono, per dirla con Foucault, a “uno stato sotto la sorveglianza del mercato, anziché un mercato sotto la sorveglianza dello stato”.

Non deve perciò meravigliare come sia stata scelta dalle classi dirigenti italiane come garanzia per il mantenimento del proprio dominio di classe, svuotando di senso la Costituzione al punto da rappresentare oggi nient’altro che la testimonianza di un passato lontano, quando ancora gli sfruttati potevano concedersi l’assurdo lusso di lottare per una vita più libera e più vera.

Antonio Martino, siciliano di Messina, classe 1994, è laureato in Scienze Politiche e Storia. Collabora con la rivista online La Fionda occupandosi di storia, economia e cultura. Ha pubblicato Fondata sul lavoro. Utopia e realtà della Costituzione italiana (Rogas Edizioni, 2022).

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