“Follia” di Patrick McGrath

Follia, Patrick McGrathFollia
di Patrick McGrath
traduzione di Matteo Codignola
Adelphi

Incipit

«Le storie d’amore catastrofiche contraddistinte da ossessione sessuale sono un mio interesse professionale ormai da molti anni. Si tratta di relazioni la cui durata e la cui intensità differiscono sensibilmente, ma che tendono ad attraversare fasi molto simili: riconoscimento, identificazione, organizzazione, struttura, complicazione, e così via. La storia di Stella Raphael è una delle più tristi che io conosca. Stella era una donna profondamente frustrata, che subì le prevedibili conseguenze di una lunga negazione e crollò di fronte a una tentazione improvvisa e soverchiante. Come se non bastasse, era una romantica. Traspose la sua esperienza con Edgar Stark sul piano del melodramma, facendone la storia di due amanti maledetti che sfidano il disprezzo del mondo in nome di una grande passione. È stata una vicenda il cui corso ha distrutto quattro vite, eppure Stella, ammesso che abbia mai provato qualche rimorso, è rimasta fedele alle sue illusioni fino alla fine. Io ho cercato di aiutarla, ma lei mi ha tenuto lontano dalla verità finché non è stato troppo tardi. Non aveva scelta. Non poteva permettersi di lasciarmi vedere le cose come stavano: sarebbe stata la rovina delle poche, fragili strutture psichiche che le erano rimaste.

All’epoca dei fatti Stella era sposata con Max Raphael, uno psichiatra criminale; avevano un figlio di dieci anni, Charlie. Il padre di Stella, un diplomatico, era stato rovinato anni prima da uno scandalo, ma adesso sia lui che la moglie erano morti. Quando sposò Max, Stella aveva sì e no vent’anni. Max era un uomo riservato, piuttosto malinconico, con buone doti di amministratore, ma debole, e senza fantasia. Fin dal nostro primo incontro capii che non era la persona adatta per una donna come Stella. Quando Max fece domanda per il posto di vicedirettore, lui e Stella vivevano a Londra. Max venne da noi per un colloquio; fece buona impressione sul consiglio direttivo, e soprattutto sul direttore, Jack Straffen. Nonostante il mio parere contrario, Jack gli offrì il posto, e qualche settimana dopo i Raphael arrivarono in ospedale. Era l’estate del 1959, e il Mental Health Act era appena diventato legge.

Anche se dio solo sa se non si è preso i miei anni migliori, questo è un posto spaventoso. È un istituto di massima sicurezza, una cittadella fortificata che sorge su un alto colle e domina la campagna circostante: fitte pinete a nord e a ovest, bassi acquitrini a sud. È costruito secondo il tipico schema lineare dell’architettura vittoriana, con i bracci che si irradiano dai corpi principali in modo che tutti i padiglioni abbiano la vista libera sull’aperta campagna al di là del Muro. È un’architettura morale, che esprime regolarità, disciplina e organizzazione. Tutte le porte si aprono verso l’esterno, perché non si possano barricare, e tutte le finestre hanno le sbarre. Solo le terrazze digradanti, che scendono fino al muro ai piedi della collina e ricoperte di alberi, manti erbosi e aiuole fiorite, ingentiliscono e rendono in qualche misura più umana la tetra architettura carceraria che le sovrasta.»

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